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Meloni, una settimana complicata: Crosetto e Giorgetti, vacillano i due pilastri del Governo

Dallo strano viaggio di Crosetto a Dubai ai conti Eurostat che portano il rapporto deficit/Pil sopra il 3% e impediranno all’Italia di uscire dalla procedura d’infrazione: giorni difficili per i ministri del Governo Meloni e per la premier

Meloni, una settimana complicata: Crosetto e Giorgetti, vacillano i due pilastri del Governo

Quella che si chiude è stata una settimana complicata per Giorgia Meloni, una settimana che ha visto vacillare i due pilastri sui quali si regge il suo esecutivo. In una compagine ministeriale piena di punti deboli o debolissimi, si stagliavano a detta degli osservatori due figure all’apparenza affidabili: il ministro della Difesa, Guido Crosetto, e quello dell’Economia, Giancarlo Giorgetti.

Il primo è incorso nel noto affaire del week end a Dubai, già di per sé abbastanza imbarazzante. Il ministro è riuscito a trasformarlo in una voragine. In casi del genere la prima regola è adottare una linea di basso profilo. Ma Crosetto, che si vanta di non aver bisogno di un portavoce, ha preferito fare da sé fin dal torrentizio comunicato di domenica pomeriggio nel quale annunciava il rientro in Italia con volo Stato rimborsato con il triplo del suo costo (chissà poi perché) atteso da una importante call con il Pentagono, della quale nelle successive audizioni parlamentari si sono perse le tracce. Ha proseguito con interviste a varie testate. Su Repubblica si segnala l’accorato sfogo: “Nessuno ha mostrato solidarietà con la mia famiglia. Gli italiani non meritano i sacrifici che ho fatto in questi anni…”. Da mettersi le mani nei capelli sul piano della comunicazione. Nelle audizioni parlamentari ha scavalcato a sinistra il governo, parlando di interventi militari fuori dalla legalità, perché Crosetto nel suo cuore ha un sogno segreto: il Quirinale, che richiede una postura bipartisan. A Chigi è detestato dal sottosegretario Fazzolari, almeno da quando ha costretto la Leonardo di Roberto Cingolani a strapagare l’Iveco degli odiati Elkann. Anche la Meloni è furibonda. Lei fa girare smentite, ma se a Crosetto volessero bene, perché lo lasciano schiantarsi in questo modo?

Meno rilevante dal punto di vista mediatico, ma ben più dolorosa per le conseguenze politiche ed economiche è la vicenda Giorgetti. L’Eurostat ha fatto sapere che il 2025 si chiuderà con un rapporto deficit/pil del 3,1%, e questo impedirà all’Italia di rientrare dalla procedura d’infrazione, obiettivo al quale il Mef aveva sacrificato, nella legge di bilancio, qualsiasi ambizione di crescita. L’affermazione non è ancora consolidata, alcuni economisti non sospettati di simpatie governative, come Enzo Cipolletta, pensano che la revisione finale riporterà il rapporto al 3% o forse qualcosa meno. Insomma, gli addetti ai lavori guardano all’Istat come i tifosi alla sala Var dopo un gol dubbio. Le conseguenze, come si diceva, sono molto rilevanti. La prima, in ordine di tempo, è che l’Italia non avrà accesso ai fondi Safe, che l’Europa ha stanziato per la Difesa, o meglio potrà farvi ricorso ma facendo deficit, quindi senza sfruttare la possibilità, concessa ai Paesi virtuosi, di tenere questi investimenti fuori bilancio. Poiché l’Italia ha già presentato una nota spese di 15-18 miliardi, ricorrervi significherebbe ritrovarsi con un rapporto deficit/pil del 4%. Il risultato è che, dopo tanti proclami sul necessario riarmo del Paese, non ci sarà nulla da spendere e questo non gioverà a quella che Trump aveva definito una “leader straordinaria”. Con una punta di malizia, si potrebbe osservare che Giorgetti, sempre attento a marcare una certa distanza da Matteo Salvini e a rivendicare l’antico spirito liberale della Lega, finisce poi per fare esattamente quello che desidera il suo filo putiniano segretario. Tra l’altro, la motivazione addotta dal Tesoro per il mancato aggancio al 3%, è abbastanza risibile: gli effetti del Superbonus. Ma il Superbonus venne bloccato appena Giorgetti entrò nelle stanze di XX Settembre, e si capisce che un certo effetto di trascinamento ci può essere stato. Ma dopo quattro anni? E poi: per uno 0,1% non si poteva inventare qualcosa?

L’ultima conseguenza è anche la più pesante. Con i conti pubblici in procedura d’infrazione sarà virtualmente impossibile che si possa fare una Finanziaria “elettorale”, che metta qualcosa in tasca agli italiani falciati dal fiscal drag. Si andrà avanti con la solita minestrina cucinata da Giorgetti e bollinata dalla Ragioniera generale Perrotta. La premier dovrà inventarsi qualche diavoleria delle sue, tipo quella che le ha fatto dire: con il 5% di Mps ormai non contiamo più nulla, lasciamo fare al mercato. Peccato che nelle scalate bancarie questo governo ha fatto tutte le parti in commedia: ha cambiato le leggi, ha organizzato vendite mirate dei titoli Mps agli scalatori, ha ingaggiato bracci di ferro con Bruxelles e con la Bce di Francoforte (che per fortuna non sono ancora conclusi). Ma certo, la squadra intorno a Giorgia non aiuta, anzi fa un pasticcio dietro l’altro.

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