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Meloni alla Camera: “Né dimissioni né rimpasto, vado avanti”. Subalternità a Trump, Hormuz e caro energia: cosa ha detto la premier

Nell’informativa alla Camera Giorgia Meloni esclude rimpasto e dimissioni, difende la linea del Governo dopo il referendum sulla giustizia, avverte sui rischi legati all’Iran e allo Stretto di Hormuz, chiede la sospensione del Patto di stabilità e rilancia su Piano casa e sicurezza

Meloni alla Camera: “Né dimissioni né rimpasto, vado avanti”. Subalternità a Trump, Hormuz e caro energia: cosa ha detto la premier

L’informativa di Giorgia Meloni alla Camera, durata circa un’ora, aveva un obiettivo semplice ovvero quello di spegnere sul nascere ogni lettura di crisi dopo la sconfitta referendaria sulla giustizia e riprendere il controllo del quadro politico. La premier lo ha fatto con un discorso costruito su tre assi: la tenuta del governo, la proiezione internazionale dell’Italia nel pieno della crisi iraniana e il tentativo di rilanciare alcuni dossier interni, dal Piano casa alla sicurezza. Sotto la superficie della fermezza, il passaggio parlamentare ha comunque mostrato anche altro. Un esecutivo che sente il bisogno di ribadire la propria stabilità, una maggioranza costretta a difendersi sul terreno politico e una presidente del Consiglio che, mentre alza il tono, prova a trasformare le difficoltà in una nuova offensiva narrativa.

Meloni, il referendum perso e il bisogno di rilanciare

Meloni ha scelto di partire dalla ferita politica più fresca, quella del referendum sulla giustizia. Ha riconosciuto il verdetto delle urne, ma senza alcuna autocritica sostanziale. “Noi rispettiamo sempre il giudizio degli italiani, qualunque esso sia, anche quando non coincide con le nostre opinioni e aspettative”, ha detto, definendo però l’esito anche come il frutto di “un confronto serrato, ahimè non sempre sul merito”. Subito dopo ha parlato di “rammarico” per aver perso, a suo giudizio, “un’occasione” storica.

Il punto politico è tutto qui. La presidente del Consiglio ha preso atto della sconfitta, ma ha cercato di svuotarne il peso, trasformandola in una parentesi e non in una battuta d’arresto. Anzi, ha rilanciato. “L’auspicio che formulo è che il cantiere di questa riforma non venga abbandonato“, insistendo sulla necessità di trovare “soluzioni concrete, coraggiose, efficaci”, “non certo contro la magistratura ma a favore di una magistratura libera da condizionamenti politici e ideologici”.

È una linea coerente con l’impostazione di Meloni: non arretrare mai sul terreno simbolico, neppure dopo un passaggio perso. Ma è anche il segnale di una difficoltà politica. Perché la premier ha sentito il bisogno di difendere con tanta enfasi il cantiere della giustizia proprio nel momento in cui quel cantiere è stato respinto dagli elettori.

Meloni, né rimpasto né dimissioni: la premier serra i ranghi

Il passaggio più atteso era però quello sul destino del governo. Ed è qui che Meloni ha scelto il tono più netto, quasi ultimativo. “Niente dimissioni, né rimpasto” chiudendo la porta a qualunque ipotesi di riassetto. Ha parlato di “alchimie di palazzo” come di un mondo “distante anni luce” dalla sua idea di governo e ha ribadito che “non c’è alcuna ripartenza da fare, posto che il governo non si è mai fermato”.

“Non scapperemo, non indietreggeremo, non ci metteremo al riparo facendo pagare ai cittadini il prezzo dei soliti giochi di palazzo”, ha detto, aggiungendo che l’esecutivo governerà “fino all’ultimo giorno del suo mandato“. Meloni ha poi rivendicato di aver chiesto “un passo indietro” ad alcuni membri del governo, spiegando che non si è trattato di scelte “semplici né indolori”.

Meloni: “Subalterna a Trump? Lo siamo da 80 anni”

La parte più densa del discorso è stata dedicata alla crisi internazionale. Meloni ha descritto il cessate il fuoco temporaneo tra Iran, Stati Uniti e rispettivi alleati come una finestra fragile, ricordando che si era arrivati “a un passo dal punto di non ritorno”. Da lì ha espresso l’auspicio che i colloqui di pace di Islamabad possano rafforzare l’accordo e consolidare una tregua duratura.

Ma il vero nodo politico era un altro: spiegare dove si colloca l’Italia, e soprattutto quanto sia autonoma rispetto a Washington. La premier ha anticipato la critica e l’ha respinta apertamente. “La collocazione internazionale dell’Italia non l’ha inventata questo governo, ma è la stessa da circa 80 anni a questa parte“, ha detto, per replicare al “ritornello sulla subalternità” a Trump. Poi ha aggiunto una formula destinata a restare: “Siamo ‘testardamente occidentali’“.

È qui che Meloni ha provato il suo equilibrio più difficile. Da una parte, la riaffermazione dell’asse euro-atlantico e dall’altra, il tentativo di rivendicare autonomia. “Agli alleati si dice con chiarezza quando non si è d’accordo. Come nella guerra in Iran, operazione che l’Italia non ha condiviso e a cui non ha partecipato”.

Meloni: “No a pedaggi a Hormuz, stop a Patto di stabilità se crisi continua”

Poi il capitolo sullo Stretto di Hormuz. La premier ha indicato come priorità il “pieno ripristino della libertà di circolazione” ma sostenendo che quel passaggio “non deve essere soggetto a nessuna forma di restrizione“. Il riferimento è al timore che l’Iran possa ottenere la possibilità di applicare extradazi ai transiti, tra l’altro con pagamenti in bitcoin. Uno scenario definito potenzialmente foriero di “conseguenze economiche imponderabili”.

E poi è arrivata la richiesta più pesante rivolta a Bruxelles. “Non dovrebbe essere un tabù ragionare sulla possibile sospensione temporanea del Patto di stabilità e crescita” in caso di nuova recrudescenza del conflitto, chiedendo un intervento “generalizzato” e non limitato ai singoli Stati. La premier ha anche ribadito la necessità di sospendere il meccanismo Ets.

La polemica con le opposizioni e il contrattacco sull’antimafia

Capitolo antimafia. Meloni ha accusato le opposizioni di rifugiarsi nella propaganda e di voler spiegare ogni problema come “tutta colpa della Meloni”. Il tono si è fatto ancora più duro quando ha affrontato il tema delle infiltrazioni criminali nei partiti e le polemiche che hanno toccato Fratelli d’Italia. “La Commissione parlamentare antimafia dovrebbe occuparsi dei tentativi di infiltrazioni della criminalità organizzata nei partiti, compreso FdI”. Poi l’affondo più personale. “Non accetto lezioni su questo tema”, ha dichiarato, denunciando “surreali teoremi” su una sua presunta vicinanza alla criminalità organizzata e criticando il fatto che sia stato tirato in ballo “un padre, morto per altro, che non vedo da quando avevo 11 anni”.

Piano casa e sicurezza: il tentativo di tornare ai dossier concreti

Alla fine dell’informativa la premier ha provato a riportare il discorso su provvedimenti più immediatamente leggibili fuori dal Palazzo. Il più rilevante è il Piano casa, annunciato in vista del 1° maggio. “Un piano robusto, strutturale” con l’obiettivo di mettere a disposizione “oltre 100mila case nei prossimi dieci anni” tra alloggi popolari e abitazioni a prezzi calmierati. Resta però, per ora, un impegno enunciato, non ancora misurabile nei dettagli operativi che ne determineranno la credibilità.

Lo stesso vale per la sicurezza. Meloni ha ammesso di non essere “soddisfatta dei risultati” e ha indicato come priorità un maggiore presidio del territorio, anche attraverso la riorganizzazione dell’attività amministrativa e l’introduzione di 10mila ausiliari volontari per carabinieri e polizia. Anche qui, più che il bilancio dell’esistente, il discorso ha avuto il sapore di un rilancio.

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