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Le criptovalute sono un pericolo come i subprime: ecco chi sono i perdenti secondo Krugman

Ultimamente gli interventi del premio Nobel per l’economia Paul Krugman si concentrano su tre aspetti: l’inflazione, la deriva illiberale del Grand Old Party e le criptovalute e queste vengono viste come un pericolo paragonabile ai subprime dei primi anni Duemila: ecco perchè

Le criptovalute sono un pericolo come i  subprime: ecco chi sono i perdenti secondo Krugman

Il premio Nobel, Paul Krugman, è tornato recentemente sul tema della criptovalute con una angolatura che non viene molto considerata nel dibattito pubblico, ma che ha un suo senso. Riguarda il risvolto sociale che l’economista amricano intravede nel sistema delle criptovalute il quale rischia non tanto di provocare una crisi finanziaria sistemica, quanto sviluppare un impatto catastrofico sul pubblico che vi viene coinvolto in modo tutto simile a quello avvenuto con la crisi dei mutui immobiliari a go go degli anni 2000.

Lo schema delle criptovalute, in effetti, è assimilabile a quello dei subprime. È quello di un’asimmetria tra le promesse e gli esiti, tra la consapevolezza del rischio e il rischio reale. Come è successo nel 2007-2009 si possono verificare dei brutti risvegli e può succedere a una ampia porzione di pubblico. Una recente ricerca mostra che l’investitore in criptovalute appartiene alle minoranze, alla classe lavoratrice, o è un componente di una famiglia a basso reddito. Seguiamo l’argomento dello stesso Krugman in un recente intervento sul New York Times, che presentiamo in versione italiana e che merita davvero attenzione.

Similitudini con la crisi dei subprime

Se il mercato azionario non è l’economia – come in effetti non lo è – a maggior ragione le criptovalute, come i Bitcoin, non sono per niente l’economia. Eppure sono diventate un fenomeno molto grande in termini di mercato e hanno generato anche enormi guadagni per gli audaci investitori. Nello scorso autunno il valore di mercato complessivo delle criptovalute ha raggiunto quasi 3 mila miliardi di dollari.

Da allora, tuttavia, i valori sono crollati, cancellando circa 1.300 mila miliardi di capitalizzazione. A fine gennaio 2021 il prezzo del Bitcoin si era dimezzato rispetto al picco di novembre 2020. Viene allora da chiedersi chi sia rimasto danneggiato da questo crollo e cosa esso possa rappresentare per l’economia e la società nel loro complesso.

Ebbene, vedo alcune somiglianze piuttosto sconfortanti con la crisi dei subprime degli anni 2000. Non si tratta tanto della minaccia delle criptovalute per il sistema finanziario – i numeri non sono ancora grandi abbastanza per generare la stessa scala di problemi. Ma è sempre più evidente che i rischi delle criptovalute ricadono in modo diseguale sui vari attori coinvolti. Si verifica una sorta di asimmetria conoscitiva e distributiva del rischio.

La maggior parte di questi ricade su soggetti che non sono consapevoli di quello che stanno intraprendendo senza essere attrezzate per gestire le eventuali consistenti perdite.

Il senso del fenomeno delle criptovalute

Qual è il senso del fenomeno delle criptovalute? Forse i pagamenti? Ci sono molti modi per effettuare pagamenti digitali, da Apple Pay a Google Pay a Venmo. I principali metodi di pagamento si basano su uno stesso modello: una parte terza – solitamente una banca – verifica che effettivamente i valori che si stanno trasferendo siano coperti. Le criptovalute, invece, usano una complessa codificazione che consente di fare a meno di queste terze parti.

Gli scettici si chiedono che senso possa avere questo modello e sostengono che le criptovalute finiscono per essere un modo poco comprensibile e costoso per fare ciò che si potrebbe fare in modo più facile e comprensibile. Rasoio di Occam.

Questa è la ragione per la quale le criptovalute hanno ancora modesti utilizzi legali, dopo 13 anni dalla introduzione dei bitcoin. Secondo la mia esperienza, la replica a questa obiezione prende la forma di un incomprensibile bla bla bla.

L’esperimento del El Salvador

I recenti sviluppi in El Salvador, che pochi mesi fa ha introdotto i bitcoin come valuta legale, sembrano confermare il punto di vista degli scettici: i residenti che cercano di usare la valuta si ritrovano di fronte a costi elevati di transazione.

La criptovaluta, finalmente immessa sul mercato legale, sta dimostrando di essere qualcosa di futuristico così come il rifugio per le inveterate paure dei patiti dell’oro secondo i quali i governi finiscono sempre per erodere i risparmi. Inoltre le aspettative di grandi guadagni hanno attratto gli investitori preoccupati di lasciarsi sfuggire questa occasione.

Così le criptovalute sono diventate un asset enorme, anche se nessuno sa chiaramente dire quale scopo legittimo possano avere.

Il rischio non è finanziario

Adesso le cripto sono crollate. Forse si riprenderanno e toccheranno nuove vette, come è già successo. Per il momento, tuttavia, i valori sono molto bassi. Chi, allora, sono i perdenti? Come ho detto, vedo delle fastidiose affinità con il crollo dei subprime avvenuto 15 anni fa. È però improbabile che le criptovalute provochino una crisi economica complessiva e paragonabile a quella dei subprime.

Fuori da esse c’è un mondo intero e persino 1.300 mila miliardi di dollari di perdite, seppur ingenti, rappresentano appena il dieci per cento del prodotto interno lordo degli Stati Uniti, un ordine di grandezza di scala nettamente inferiore a quella della caduta dei prezzi delle abitazioni quando esplose la bolla immobiliare.

Inoltre le attività connesse con l’estrazione del bitcoin, oltre ad avere un costo ambientale considerevole, sono economicamente insignificanti al confronto, per esempio, dell’attività edilizia, il cui crollo giocò un ruolo importante nel provocare la Grande Recessione.

Perdenti e danneggiati

Succede però che molti utenti escono ed usciranno danneggiati dal gioco delle criptovalute. Chi sono questi perdenti? Gli investitori nelle criptovalute sembrano essere una classe di investitori differente da quella che opera in altri asset rischiosi, che è composta soprattutto da persone di etnia bianca, ricche e con un’istruzione universitaria.

Secondo un sondaggio condotto della società di ricerca NORC, il 44 per cento degli investitori in criptovalute non sono bianchi e il 55 per cento non hanno titoli di studio universitari. Questo dato conferma la sensazione diffusa che le criptovalute siano popolari tra le minoranze e la popolazione lavoratrice. NORC afferma che si tratta di una cosa è positiva. Commenta: “le criptovalute stanno aprendo opportunità di investimento a investitori di tutte le estrazioni sociali”.

Ma io ricordo molto bene i giorni nei quali l’accesso ai mutui subprime veniva descritto con parole simili – quando veniva esaltato come l’opportunità di realizzare il sogno della proprietà di una abitazione da parte di gruppi sociali che ne erano precedentemente esclusi.

Successivamente emerse, tuttavia, che molti di coloro che si indebitavano non capivano in quale tunnel si stavano cacciando. Nel Gramlich, un dirigente della Federal Reserve che aveva vanamente messo in guardia sui crescenti pericoli finanziari, si chiedeva: “Perché i tipi di prestito più rischiosi vengono concessi ai debitori meno informati?”

E poi affermava: “La domanda si risponde da sola”. Infatti una volta che la bolla scoppiò, i proprietari di abitazioni si trovarono a dover riconsegnare le chiavi delle case ai loro creditori.

La logica dei bitcoin

E le criptovalute, con le loro fluttuazioni molto grandi dei prezzi in apparenza scollegate con i fattori economici fondamentali, sono rischiose quanto lo erano i subprime. Forse coloro, come me, che ancora non sanno rendersi conto dell’utilità delle criptovalute – fatta eccezione per il riciclaggio del denaro sporco e per attività di evasione fiscale – stanno perdendo di vista il quadro più ampio.

Forse la crescente valutazione dei bitcoin e dei suoi concorrenti rappresenta qualcosa di più di una bolla, all’interno delle quale funziona questa logica: le persone acquistano un asset perché altre persone hanno fatto soldi con quell’asset. E forse è positivo che gli investitori scommettano contro gli scettici.

Ma questi investitori dovrebbero essere persone ben informate sui rischi che il loro investimento corre e abbastanza capitalizzati per sopportare le perdite nel caso in cui si verifichi la circostanza che gli scettici abbiano ragione.

Sfortunatamente, non è quello che sta avvenendo. E se volete il mio parere, i regolatori hanno fatto lo stesso errore che fecero con i subprime: non sono riusciti a proteggere il pubblico contro prodotti finanziari che nessuno capisce e molte famiglie vulnerabili possono finire col pagarne il prezzo.

Tratto da: Paul Krugman, How Crypto Became the New Subprime, “The New York Times”, 27 gennaio 2022

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