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Lavoro, il calo degli occupati e l’effetto annuncio del Decreto Di Maio

Di fronte alla flessione dell’occupazione, a giugno i contratti a termine sono fortemente aumentati mentre quelli a tempo indeterminato sono nettamente calati: quanto ha influito l’effetto annuncio del Decreto Di Maio?

Lavoro, il calo degli occupati e l’effetto annuncio del Decreto Di Maio

La flessione nel numero degli occupati rilevata dall’Istat per il mese di giugno (per la verità la prima dopo molti trimestri di crescita occupazionale) sta dentro una tendenza alla crescita che ormai pare consolidata, ma che risente dell’andamento dell’economia. I risultati occupazionali tendenziali sono nettamente positivi, sia rispetto agli ultimi 12 mesi (+330.000 pari a +1,4%) sia rispetto al trimestre precedente (+196.000 pari a +0,8%). Anche l’aumento del tasso di disoccupazione è principalmente riconducibile all’aumento del tasso di attività (+2,1% rispetto al mese prima): il che significa un maggior numero di persone che cerca lavoro spinta dal clima di maggior fiducia e che quando non lo trova resta classificata come disoccupata.

E’ opportuno notare che l’occupazione ha ormai raggiunto i livelli pre-crisi: nel giugno 2008, al massimo raggiunto prima della crisi, gli occupati erano 23.142.000, adesso siamo a 23.320.000. I livelli occupazionali perciò sono stati ampiamente ripristinati, e ulteriori margini di miglioramento dipenderanno dalla capacità di migliorare la produttività e conquistare nuovi mercati. In queste condizioni l’andamento dell’occupazione diventa fortemente sensibile agli stimoli, in positivo o in negativo, provenienti dalle dinamiche economiche. Questo motiva, come giustamente osserva Marro sul Corriere della Sera, la flessione congiunturale registrata.



Tuttavia qualche osservazione “curiosa” può essere fatta. I Contratti a termine hanno registrato a giugno una forte crescita (+16.000) in controtendenza con l’andamento occupazionale generale. Come mai? Gli occupati a tempo indeterminato sono diminuiti di ben 56.000 unità, mentre il mese di maggio erano aumentati della stessa quantità. Come mai?

Qui un qualche ruolo lo gioca probabilmente il “Decreto Dignità”,in termini di effetto d’annuncio. Nella versione del Decreto che circolava a gugno si leggeva infatti che “… le disposizioni…sono da applicarsi ai contratti di lavoro a tempo determinato stipulati successivamente all’entrata in vigore del presente Decreto…”. Non è difficile pensare che le imprese abbiano voluto fare il pieno di contratti a termine “old style” prima che cambiassero le regole.

Il piccolo boom di contratti a tempo indeterminato di maggio era verosimilmente da attribuire all’incentivazione contributiva introdotta dal Governo Gentiloni: è bastato annunciare che sulle modifiche all’art.18 disposte dal Jobs Act si stava facendo qualche passo indietro per annullarne gli effetti positivi. Come abbiamo sempre sostenuto è sbagliato attribuire a singoli provvedimenti normativi, tanto più in assenza di adeguati tassi di sviluppo, la capacità di creare dal nulla, posti di lavoro duraturi che invece possono essere incoraggiati o frenati dalla legislazione. Per dare un giudizio definitivo su queste misure, che peraltro saranno approvate in queste ore ed andranno in vigore a partire dal prossimo ottobre, occorre attendere la fine dell’anno o i primi mesi del 2019.

Senza voler ripetere il ritornello del “piove, governo ladro!” bisogna però prender atto (la maggior attenzione dovrebbe prestarla proprio il Governo) che alcune inversioni di tendenza non particolarmente soddisfacenti del mercato del lavoro nell’arco temporale che ha seguito il dibattito sul “Decreto Dignità” potrebbero non essere una semplice coincidenza.

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