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La storia antica mostra come possiamo creare un mondo più equo

Pubblichiamo, per gentile concessione di goWare, la traduzione italiana di un intervento sul New York Times degli autori del libro “Ancient History Shows How We Can Create a More Equal World”

La storia antica mostra come possiamo creare un mondo più equo

Graeber, antropologo e attivista politico, e Wengrow, archeologo britannico, sono gli autori del libro di recente pubblicazione The Dawn of Everything. A new History of Humanity, Farrar Straus and Giroux, 2021, pp.704.

Si tratta di un libro che ha entusiasmato Nassim Nicholas Taleb, Noam Chomsky e molti altri intellettuali pubblici americani. Il successo è stato purtroppo funestato dalla prematura scomparsa di uno dei due autori, David Graeber, proprio alla vigilia della pubblicazione del libro.



Il lavoro di Graeber e Wengrow è fatto della stessa stoffa e ha le stesse ambizioni di Sapiens. Da animali a dèi: Breve storia dell’umanità di Yval Noah Harari o di Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere, di Jared Diamond.

Dopo qualche settimana dalla sua pubblicazione The Dawn of Everything aveva raggiunto il terzo posto nella classica dei libri più venduti di Amazon e l’editore ha provveduto a stampare altre 75mila copie che si sono aggiunte alle 50mila della prima tiratura.

Si tratta di un volume di 704 pagina con 63 pagine di bibliografia, il quale mira a sintetizzare il significato storico delle nuove scoperte archeologiche degli ultimi decenni che non sono mai uscite dalle riviste specializzate per approdare nel dibattito pubblico.

Wengrow dice che il libro mostra “un quadro completamente nuovo del passato dell’uomo e delle sua possibilità che piano piano stanno venendo alla luce”.

Il “New York Times” nella sezione “Opinion” ha pubblicato un esteso intervento dei due autori, tratto dal libro, dal titolo Ancient History Shows How We Can Create a More Equal World. GoWare lo propone integralmente in traduzione italiana.

C’È QUALCOSA CHE È ANDATO STORTO?

La maggior parte della storia umana è irrimediabilmente persa per noi. La nostra specie, Homo sapiens, esiste da almeno 200.000 anni, ma quasi non abbiamo idea di cosa sia successo per la maggior parte di questo tempo.

Nel nord della Spagna, per esempio, nella grotta di Altamira, sono stati realizzati dipinti e incisioni in un periodo di almeno 10.000 anni, tra il 25.000 e il 15.000 a.C. Presumibilmente, molti eventi importanti sono avvenuti durante quel periodo. Non abbiamo alcuna notizia sulla maggior parte di essi.

Questo è di poca importanza per la maggior parte delle persone, dato che raramente si pensa all’ampio spettro temporale coperto dalla storia umana. Non ci sono neanche molte ragioni per farlo.

Lo si fa di solito quando si vuol conoscere il motivo per il quale il mondo si trova nel caos e perché gli esseri umani così spesso si trattano vicendevolmente male. Succede quando si cercano le ragioni della guerra, dell’avidità, dello sfruttamento e dell’indifferenza per la sofferenza degli altri. Siamo sempre stati così, o qualcosa, ad un certo punto, è andato terribilmente storto?

Uno dei primi uomini a porsi questa domanda nell’era moderna è stato il filosofo svizzero-francese Jean-Jacques Rousseau, in un saggio sulle origini della disuguaglianza sociale che presentò a un concorso nel 1754.

C’ERA UNA VOLTA CHE NON C’È PIÙ

Un tempo, scrisse Rousseau, eravamo cacciatori-raccoglitori, che vivevano in uno stato di innocenza infantile, in una condizione di assoluta parità. Questi gruppi di raccoglitori erano egualitari perché erano isolati gli uni dagli altri e i loro bisogni materiali erano semplici.

Secondo Rousseau fu solo dopo la rivoluzione agricola e l’ascesa delle città che questa condizione felice ebbe fine. La vita urbana portò all’avvento della letteratura scritta, della scienza e della filosofia, ma allo stesso tempo, comparve quasi tutto il male della vita umana: patriarcato, eserciti permanenti, esecuzioni di massa e fastidiosi burocrati che ci chiedono di passare gran parte della nostra vita a riempire moduli.

Rousseau ha perso il concorso di saggistica, ma la storia che ha raccontato è diventata la narrazione dominante della storia umana, ponendo le basi su cui gli scrittori contemporanei di “big history” – come Jared Diamond, Francis Fukuyama e Yuval Noah Harari – hanno costruito i racconti di come si sono evolute le nostre società.

Questi scrittori parlano spesso della disuguaglianza come il risultato naturale del vivere in gruppi più grandi con un surplus di risorse. Per esempio, Harari scrive in Sapiens: A Brief History of Humankind che, dopo l’avvento dell’agricoltura, governanti ed élite sono sorti “ovunque … vivendo del surplus di cibo dei contadini e lasciando loro solo una mera sussistenza”.

IL PACCHETTO DELLA SOCIETÀ

Per molto tempo, le prove archeologiche – dall’Egitto, Mesopotamia, Cina, Mesoamerica e altrove – sembravano confermare questo. Se ci sono abbastanza persone in un posto, le prove sembravano mostrare che lì si inizia a dividersi in classi sociali.

Si può vedere la disuguaglianza emergere proprio nella documentazione archeologica con la comparsa di templi e palazzi, abitati da governanti e dalla loro parentela, magazzini e laboratori, gestiti da amministratori e supervisori.

La civiltà sembrava essere un pacchetto: era miseria e sofferenza per coloro che sarebbero stati inevitabilmente ridotti a servi della gleba, schiavi o debitori, ma permetteva anche la possibilità ad arte, tecnologia e scienza di svilupparsi.

Questo stato di cose ha fatto crescere un pessimismo malinconico sulla condizione umana codificato nel senso comune: sì, vivere in una società veramente egualitaria potrebbe essere possibile solo se sei un pigmeo o un boscimano del Kalahari.

L’INEVITABILITÀ DELLA DISUGUAGLIANZA

Ma se vuoi vivere in una città come New York, Londra o Shanghai – se vuoi tutte le cose buone che vengono dalla concentrazione di persone e risorse – allora devi accettare anche le cose cattive. Per generazioni, questi presupposti hanno fatto parte della storia sull’origine della società.

La storia che impariamo a scuola ci ha reso più disposti a tollerare un mondo in cui alcuni possono trasformare la loro ricchezza in potere sugli altri, mentre ad altri viene detto che i loro bisogni non sono importanti e le loro vite non hanno valore intrinseco.

Di conseguenza, siamo più propensi a credere che la disuguaglianza sia solo una conseguenza inevitabile del vivere in società grandi, complesse, urbane e tecnologicamente sofisticate.

UN PUNTO DI VISTA DIVERSO

Vogliamo offrire un quadro completamente diverso della storia umana. Crediamo che molto di ciò che è stato scoperto negli ultimi decenni, dagli archeologi e da altri in discipline affini, sia in contrasto con la saggezza comune proposta dai moderni scrittori di “grande storia”.

Ciò che queste nuove prove mostrano è che un numero sorprendente delle prime città del mondo erano organizzate secondo linee fortemente egualitarie.

In alcune regioni, ora sappiamo, le popolazioni urbane si sono governate da sole per secoli senza alcuna necessità di templi e i palazzi; in altre, templi e palazzi non sono mai venuti fuori e non c’è semplicemente alcuna prova di una classe di amministratori o di qualsiasi altro tipo di strato dirigente.

Sembrerebbe che il semplice fatto della vita urbana non implichi necessariamente una particolare forma di organizzazione politica e non la si ritrova mai. Lungi dal rassegnarci alla disuguaglianza, il nuovo quadro che sta ora emergendo dal profondo passato dell’umanità può aprire i nostri occhi a possibilità egualitarie che altrimenti non avremmo mai considerato.

LO SVILUPPO DELLE CITTÀ

Ovunque siano emerse le città, esse hanno definito una nuova fase della storia del mondo. Gli insediamenti abitati da decine di migliaia di persone fecero la loro prima apparizione circa 6.000 anni fa.

La storia convenzionale dice che le città si sono sviluppate in gran parte grazie ai progressi della tecnologia come risultato della rivoluzione agricola, che ha innescato una catena di sviluppi la quale ha reso possibile sostentare un gran numero di persone che vivevano in un unico posto.

In realtà, una delle prime più popolose città non apparve in Eurasia – con i suoi molti vantaggi tecnici e logistici – ma in Mesoamerica, che non aveva veicoli su ruote o navi a vela, nessun trasporto a trazione animale e molto poco in termini di metallurgia o burocrazia alfabetizzata.

In breve, è facile sopravvalutare l’importanza delle nuove tecnologie nello stabilire la direzione generale del cambiamento.

LE CITTÀ MESOAMERICANE E CINESI

Quasi ovunque, in queste prime città, troviamo grandiose, autocoscienti dichiarazioni di solidarietà civica come la disposizione degli spazi costruiti secondo modelli armoniosi e spesso belli che riflettono chiaramente un qualche tipo di pianificazione su scala urbana.

Dove abbiamo fonti scritte (l’antica Mesopotamia, per esempio), troviamo grandi gruppi di cittadini che fanno riferimento a se stessi semplicemente come “il popolo” di una data città (o spesso i suoi “figli”), uniti dalla devozione agli antenati fondatori, a dei o eroi, alla infrastruttura civica e al calendario rituale.

Nella provincia cinese di Shandong, gli insediamenti urbani erano presenti più di mille anni avanti le prime dinastie reali conosciute. Scoperte simili sono emerse nelle pianure maya, dove centri cerimoniali di dimensioni davvero enormi – che non presentano alcuna prova di monarchia o stratificazione – possono ora essere datati fino al 1000 a.C., molto prima dell’ascesa dei re e delle dinastie maya classiche.

GLI ESEMPI DEI SITI DELL’UCRAINA E DELLA MOLDAVIA

Cosa teneva insieme questi primi esperimenti di urbanizzazione, se non un re, soldati e burocrati? Per le risposte, potremmo rivolgerci ad alcune altre sorprendenti scoperte nelle praterie interne dell’Europa orientale, a nord del Mar Nero, dove gli archeologi hanno trovato città altrettanto grandi e antiche di quelle della Mesopotamia.

Le prime risalgono a circa 4100 a.C. Mentre le città mesopotamiche, in quelle che oggi sono le terre della Siria e dell’Iraq, presero forma inizialmente intorno a templi, e più tardi anche a palazzi reali, le città preistoriche dell’Ucraina e della Moldavia erano esperimenti sorprendenti di urbanizzazione decentralizzata.

Questi siti erano pianificati sull’immagine di un grande cerchio – o serie di cerchi – di abitazioni, con nessuno edificio preminente o escluso. Erano divisi in quartieri con edifici adibiti ad assemblee per le riunioni pubbliche.

Se tutto questo sembrasse un po’ scialbo o “semplice”, dovremmo tenere a mente l’ecologia di queste prime città ucraine. Vivendo alla frontiera della foresta e della steppa, gli abitanti non erano solo coltivatori di cereali e allevatori di bestiame, ma cacciavano anche cervi e cinghiali, importavano sale, selce e rame e tenevano orti entro i confini della città, consumando mele, pere, ciliegie, ghiande, nocciole e albicocche – tutto servito su ceramiche dipinte, che sono considerate tra le migliori creazioni estetiche del mondo preistorico.

NESSUNA GERARCHIA

I ricercatori non sono unanimi sul tipo di accordi sociali che tutto questo richiedeva, ma la maggior parte concorda sul fatto che i problemi logistici erano enormi.

I residenti producevano sicuramente un’eccedenza e con essa arrivavano ampie opportunità per alcuni di loro di prendere il controllo delle scorte e dei rifornimenti, per spadroneggiare sugli altri o combattere per il bottino, ma in otto secoli troviamo poche prove di guerre o dell’ascesa di élite sociali.

La vera complessità di queste prime città risiedeva nelle strategie politiche che adottavano per prevenire queste cose. Un’attenta analisi degli archeologi mostra come le libertà sociali degli abitanti delle città ucraine fossero mantenute attraverso processi decisionali locali, nelle famiglie e nelle assemblee di quartiere, senza alcun bisogno di un controllo centralizzato o di un’amministrazione dall’alto.

STORIE IGNORATE

Eppure, anche adesso, questi siti ucraini non vengono quasi mai citati nella letteratura. Quando succede, gli accademici tendono a chiamarli “mega-siti” piuttosto che città, una sorta di eufemismo che segnala a un pubblico più ampio che non dovrebbero essere pensati come vere e proprie città, ma come villaggi che per qualche motivo si sono espansi smisuratamente in termini puramente dimensionali.

Alcuni si riferiscono addirittura a loro come “villaggi troppo cresciuti”. Come si spiega questa riluttanza ad accogliere i mega-siti ucraini nel cerchio incantato delle origini urbane? Perché chiunque abbia anche solo un minimo interesse nell’origine delle città ha sentito parlare di Uruk o Mohenjo-daro, ma quasi nessuno di Taljanky o Nebelivka.

COSTO DELLA FELICITÀ

È difficile qui non ricordare il racconto di Ursula K. Le Guin The Ones Who Walk Away From Omelas. È un racconto di una città immaginaria che ha fatto a meno di re, guerre, schiavi o polizia segreta.

Noi abbiamo la tendenza, nota Le Guin, a liquidare una tale comunità come “semplice”, ma in realtà questi cittadini di Omelas non erano “gente sempliciotta, non erano pastori ingenui, nobili pacifici, blandi utopisti. Non erano meno complessi di noi”.

Il problema è solo che abbiamo la cattiva abitudine di “considerare la felicità come qualcosa di piuttosto utopistico, se non banale”.

Le Guin aveva ragione. Ovviamente, non abbiamo idea di quanto fossero felici gli abitanti dei mega-siti ucraini come Maidanetske o Nebelivka, in confronto ai signori delle steppe che disseminavano i territori vicini di cumuli pieni di tesori, o anche ai servi sacrificati ritualmente ai loro funerali (anche se possiamo immaginare).

E come sa chiunque conosca un po’ il romanzo anche la felicità di Omelas aveva un costo morale difficile da accettare se conosciuto.

IL DILEMMA CENTRALE: È POSSIBILE UNA SOCIETÀ EGUALITARIA?

Ma il punto rimane: perché diamo per scontato che le persone che hanno trovato il modo di governare e sostentare una grande popolazione senza bisogni di templi, palazzi e fortificazioni militari gerarchie – cioè senza esibizioni evidenti di arroganza e crudeltà – siano in qualche modo meno complesse di quelle che non hanno battuto una strada diversa?

Perché dovremmo esitare a degnare un luogo del genere con il nome di “città”? I mega-siti dell’Ucraina e delle regioni adiacenti furono abitati all’incirca dal 4100 al 3300 a.C., che è un periodo di tempo considerevolmente più lungo della maggior parte degli insediamenti urbani successivi.

Alla fine furono abbandonati. Non sappiamo ancora perché. Quello che ci offrono, nel frattempo, è significativo: è un’ulteriore prova che una società altamente egualitaria è stata possibile su ampia scala urbana.

LA DISUGUAGLIANZA FUORI CONTROLLO

Perché queste scoperte di un passato oscuro e lontano dovrebbero essere importanti per noi, persone di oggi?

Dalla Grande Recessione del 2008, la questione della disuguaglianza – e con essa la storia a lungo termine della disuguaglianza – è diventata un importante argomento di dibattito.

Una sorta di consenso è emerso tra gli intellettuali e anche, in una certa misura, tra le classi politiche, che i livelli di disuguaglianza sociale sono sfuggiti di mano e che la maggior parte dei problemi del mondo derivano, in un modo o nell’altro, da un divario sempre più ampio tra chi ha e chi non ha.

Una piccolissima percentuale della popolazione controlla il destino di quasi tutti gli altri e lo fa in modo sempre più disastroso.

Le città sono diventate emblemi di tale stato di cose. Che sia a Città del Capo o a San Francisco, non siamo più turbati o sorpresi dalla vista di baraccopoli in continua espansione – marciapiedi pieni di tende di fortuna o rifugi traboccanti di senzatetto e indigenti.

UN PRECEDENTE IMPORTANTE

Iniziare a invertire questa traiettoria è un compito immenso. Ma c’è un precedente storico anche per questo. Intorno all’inizio dell’era comune, migliaia di persone si riunirono nella Valle del Messico per fondare una città che oggi conosciamo come Teotihuacan.

In pochi secoli divenne il più grande insediamento della Mesoamerica. In una colossale impresa di ingegneria civile, i suoi abitanti deviarono il fiume San Juan per farlo scorrere nel cuore della loro nuova metropoli.

Nel quartiere centrale sorsero piramidi dove avvenivano uccisioni rituali. Quello che potremmo aspettarci di vedere dopo è la costruzione di palazzi lussuosi per i governanti-guerrieri. Invece i cittadini di Teotihuacan scelsero un percorso diverso.

Intorno al 300 d.C., gli abitanti di Teotihuacan cambiarono rotta, reindirizzando i loro sforzi allontanandosi dalla costruzione di grandi monumenti e indirizzando le risorse verso la costruzione di alloggi di alta qualità per la maggior parte dei residenti che erano circa 100.000.

IL PASSATO NEL PRESENTE

Naturalmente, il passato non può fornire soluzioni immediate per le crisi e le sfide del presente. Gli ostacoli sono scoraggianti, ma ciò che la nostra ricerca mostra è che non possiamo più fare affidamento sulle forze della storia e dell’evoluzione.

Questo ha tutta una serie di importanti implicazioni: per prima cosa dovremmo essere molto meno pessimisti sul nostro futuro, dato che il semplice fatto che gran parte della popolazione mondiale ora vive nelle città potrebbe non determinare il modo in cui viviamo, nella misura almeno in cui potremmo supporre oggi.

Ciò di cui abbiamo bisogno oggi è un’altra rivoluzione urbana per creare modi di vivere più giusti e sostenibili.

La tecnologia per sostenere ambienti urbani meno centralizzati e più verdi – adatti alle moderne realtà demografiche – esiste già. I predecessori delle nostre città moderne includono non solo la proto-megalopoli, ma anche la proto-città-giardino, il proto-super blocco, e una cornucopia di altre forme urbane, che aspettano solo che noi le reclamiamo.

Di fronte alla disuguaglianza e alla catastrofe climatica, esse offrono l’unico futuro possibile per le città del mondo, e quindi per il nostro pianeta. Tutto quello che ci manca ora è l’immaginazione politica per farlo accadere. La storia ci insegna che il mondo migliore che vogliamo di costruire è esistito prima e potrebbe esistere ancora”.

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David Graeber e David Wengrow, The Dawn of Everything. A new History of Humanity, The New York Times, 4 novembre 2021

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