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La produzione industriale ristagna, i rischi di recessione crescono

REPORT REF RICERCHE – In Italia come in Europa Il clima di fiducia si sta deteriorando e le attese delle imprese manifatturiere sull’andamento della produzione peggiorano – Si indeboliscono anche le prospettive dell’occupazione e i rischi di recessione aumentano

La produzione industriale ristagna, i rischi di recessione crescono

Nel 2018 l’industria europea ha registrato una battuta d’arresto dopo la crescita vivace del 2017. Sulla base dei dati riferiti ai primi dieci mesi, e tenendo conto dell’evoluzione relativamente modesta prevedibile per la parte finale dello scorso anno, le maggiori economie dell’area sarebbero passate da tassi di crescita della produzione industriale compresi fra il 3 e il 4 per cento nel 2017 a incrementi nel migliore dei casi poco sopra l’1 per cento nel 2018.

Peraltro, la variazione positiva della produzione industria-le europea nel dato medio annuo è in buona misura legata alla buona eredità statistica trasmessa dal 2017 al 2018; difatti, guardando al profilo della produzione, nel corso dell’anno non è stata registrata alcuna crescita e, anzi, nel caso della Germania l’andamento risulta addirittura decrescente, specie nella seconda parte dell’anno. Questo comporta anche che è molto bassa l’eredità statistica che il 2018 trasmetterà al 2019, anno che, a meno di una repentina inversione di rotta, si caratterizzerà per un risultato modesto, se non negativo, per la produzione industriale dell’eurozona.

Difatti, gli indicatori congiunturali segnalano che la parte finale del 2018 e l’inizio del 2019 sono state molto deboli; il clima di fiducia delle imprese si sta ancora deteriorando; le attese delle imprese manifatturiere sull’andamento della produzione e le aspettative sugli ordini sono in peggioramento nella maggior parte dei paesi dell’area. Allo stesso modo, anche i dati sull’andamento dell’occupazione nell’industria, che pure avevano evidenziato andamenti crescenti sino al 2017, hanno interrotto la fase di crescita; anche i giudizi delle imprese sull’evoluzione dei livelli dell’occupazione nei prossimi mesi stanno registrando una fase di indebolimento.

Si tratta dunque di segnali da non sottovalutare. Sebbene il quadro attuale sia compatibile di fatto con una stagnazione dell’attività industriale, i rischi di una fase di recessione sono evidentemente aumentati nel corso degli ultimi mesi.

IN ITALIA TENGONO I SETTORI TRADIZIONALI

Disaggregando i dati di produzione secondo l’andamento dei principali settori (il dettaglio per le maggiori economie dell’eurozona è riportato nelle tavole incluse nelle pagine finali) emerge come la decelerazione del 2018 sia stata sostanzialmente condivisa dalle maggiori economie, e trasversale ai diversi comparti dell’industria. Sono pochissimi i settori che nel 2018 fanno meglio rispetto al 2017, e in diversi casi già nel 2018 si registrano variazioni di segno negativo.

Le principali tendenze possono essere sintetizzate come segue.

Innanzitutto, il 2018 è stato l’anno della frenata del ciclo dell’auto, che aveva contribuito in maniera de-terminante alla crescita degli anni precedenti. In parte tale andamento riflette, come ricordato, i problemi peculiari dell’industria tedesca; d’altra parte, la frenata ha inizio sin dal 2017 ed è condivisa dai maggiori paesi dell’eurozona. Si tratta di un andamento in linea con l’ipotesi che in Europa la domanda si sia riportata su li-velli coerenti con il rinnovo dello stock di beni durevoli desiderato delle famiglie. Il ciclo dei durevoli starebbe quindi di fatto per esaurirsi, come evidenziato anche ad esempio dall’inversione di tendenza della produzione nel settore dell’arredamento.

Continua il trend strutturale di contrazione dell’attività nei settori della carta e dell’editoria, per effetto dello spiazzamento da parte dei nuovi canali di informazione online.

Contrazioni pronunciate hanno caratterizzato il tessile e l’abbigliamento, in caduta nei maggiori paesi ad eccezione dell’Italia nel 2018. Per l’abbigliamento vanno segnalati gli incrementi significativi che hanno caratterizzato la produzione in Spagna durante gli anni precedenti. In Italia si segnala l’andamento molto positivo dell’industria delle pelli.

Fra gli altri non durevoli, il settore dell’industria alimentare si è mantenuto su un sentiero di leggera espansione; si notano la perdita di posizioni dell’industria alimentare in Francia e la performance particolar-mente positiva dell’industria delle bevande in Italia. La crescita della produzione nei settori dei macchinari è rimasta vivace, anche se inferiore a quella degli anni precedenti. La crescita è inoltre prevalentemente legata alla buona eredità statistica ricevuta dal 2018. Di fatto il profilo osservato nel corso del 2018 è relativamente piatto. Un discorso simile vale anche per i prodotti dell’elettronica.

Fra i settori in crescita sostenuta vi è anche la farmaceutica. La tendenza in questo caso è condivisa da tutti i paesi riflettendo una accelerazione strutturale della domanda, in parte legata a innovazioni di prodotto oltre che a fattori legati alla demografia.

L’INDUSTRIA ITALIANA CHIUDE IL GAP RISPETTO AGLI ALTRI PAESI DELL’AREA EURO

Soffermando l’attenzione sulla performance relativa dell’industria italiana rispetto agli altri paesi dell’area euro, si osserva come negli ultimi anni questa risulti migliore nei settori produttori di beni di consumo tradizionali. Soprattutto alimentari, bevande, pelletteria e arredamento. Al di là della frenata del 2018, questi settori stanno tenendo nel confronto internazionale, realizzando tassi di crescita uguali o superiori rispetto a quelli delle altre economie europee. Si tratta di un risultato importante soprattutto alla luce del fatto che in Italia i consumi crescono a tassi decisamente inferiori rispetto agli altri paesi, il che dovrebbe penalizzare in misura maggiore proprio i settori produttori di beni di consumo.

D’altra parte, considerando più in generale le performance aggregate dell’industria italiana, va sottolineato che nel 2018 confermiamo un andamento in linea con quello delle altre economie dell’eurozona, come già osservato nei due anni precedenti.

L’industria italiana sta quindi dimostrando oramai da qual-che anno di essere in grado di reggere il passo di quella europea, un risultato che costituisce un netto migliora-mento rispetto alle tendenze degli anni precedenti il 2016, quando la nostra industria perdeva sistematicamente ter-reno rispetto alle altre maggiori economie, e alla Germania in particolare.

La chiusura del divario è confermata anche dall’andamento del valore aggiunto dell’industria.

L’importanza di questo risultato è evidente se si rammenta come l’industria italiana negli anni duemila avesse cumulato un divario di crescita molto ampio nei confronti delle altre economie dell’area euro. Questa evidenza aveva spinto a sposare, fra le diverse ipotesi interpretative, il tema della perdita di competitività dei settori esposti alla competizione internazionale, e quindi dei problemi derivanti dalla perdita della flessibilità del cambio, inteso come strumento necessario per riequilibrare la nostra posizione competitiva.

Il riallineamento dell’industria italiana ai ritmi degli altri paesi dell’eurozona potrebbe invece essere un segnale del fatto che il sistema ha aggiustato la propria posizione competitiva relativa nei confronti delle altre economie dell’area euro. Su questo aspetto, va sottolineato come soprattutto dal 2018 si sia osservato un allargamento nei differenziali di crescita del Clup fra i paesi dell’area euro: l’aspetto più significativo è rappresentato dall’accelerazione salariale in corso in Germania, coerentemente con le migliori condizioni del mercato del lavoro tedesco rispetto alle altre economie dell’area euro. I rinnovi contrattuali stanno difatti portando la dinamica dei salari tedeschi vicino al 4 per cento, a fronte di un andamento ancora molto debole in altri paesi, soprattutto l’Italia.

L’industria italiana si sta quindi gradualmente riallineando al resto dell’area euro, anche grazie al recupero di competitività determinato dalla bassa crescita salariale rispetto alla Germania. Si tratta di una tendenza evidentemente ancora inadeguata per rilanciare in maniera definitiva la nostra economia; a minori dinamiche salariali corrispondono difatti guadagni di competitività, ma anche pressioni al ribasso sui livelli della domanda interna. Non a caso, mentre l’industria tiene il passo degli altri paesi, altri settori, che non beneficiano direttamente della domanda estera, mantengono divari di crescita significativi.

D’altra parte, la tenuta dell’industria italiana nel confronto internazionale è una delle poche note positive in un pano-rama che si presenta pieno di difficoltà. Pur con tutti i suoi limiti, il modello di crescita italiano resta basato sull’industria e sulla capacità dei nostri settori tradizionali di presidiare parti importanti dei mercati globali. Non basta, ma per ora è quello che abbiamo.

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