Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, datato ormai un anno, ha cambiato i paradigmi della geopolitica: il tycoon ha prima preparato il terreno ad una politica estera più aggressiva imponendo dazi a mezzo mondo, e poi negli ultimi mesi del 2025 e in questo inizio di 2026 ha addirittura fatto saltare il diritto internazionale catturando il presidente venezuelano Nicolas Maduro e minacciando di aggredire un’altra mezza dozzina di Paesi, da Cuba alla Groenlandia fino all’Iran. Un intervento statunitense a Teheran sembra ormai imminente e in questo scenario gli economisti si stanno chiedendo quali saranno le conseguenze di questa postura più espansionistica di Washington.
Il punto di vista di Fugnoli (Kairos Partners Sgr)
Tra loro c’è Alessandro Fugnoli, strategist di Kairos Partners Sgr, che nella puntata di gennaio del podcast “Al 4° piano” ha spiegato perché secondo lui il prestigioso settimanale finanziaio The Economist ha torno quando prevede ad esempio che la Cina sia destinata a beneficiare della politica internazionale americana. “L’Economist è un settimanale di grande prestigio – ha detto Fugnoli -, ma è anche famoso, a partire dagli anni Ottanta, per avere dedicato alcune sue copertine a previsioni clamorosamente sbagliate. Dopo avere dedicato alla Cina solo copertine cupe e pessimiste per molti anni, nel 2025 il settimanale ha cambiato completamente linea”.
L’economista ha poi snocciolato alcuni esempi: “Come l’America finirà col fare grande la Cina è il titolo di un numero di aprile. I prossimi settori che la Cina dominerà, cui segue una lunga lista di tecnologie, è la copertina di un numero di ottobre. Chi sta vincendo la guerra commerciale, si chiede una copertina di novembre e la risposta è che a vincere è la Cina”. Però secondo Fugnoli non è così, e del resto il titolo della puntata del podcast è proprio “Geopolitica, due grandi equivoci: che cosa significa per i mercati un’America espansionista”.
Primo equivoco: Pechino vola, ma gli Stati Uniti sono tutt’altro che in declino
“Questa idea di una Cina vincente – ha proseguito Fugnoli – e di un America che, pur crescendo, è comunque in declino relativo è stata molto diffusa negli ultimi mesi del 2025. Dopo tutto la Cina è l’unico paese che tiene testa agli Stati Uniti nell’intelligenza artificiale. L’economia cinese ha poi saputo tappare rapidamente le falle aperte dalle sanzioni americane, costruendo in casa quello che l’America non le permetteva più di importare. La Cina è stata poi l’unico paese capace di contenere l’offensiva di Trump sui dazi, particolarmente pesante proprio nei confronti dei prodotti cinesi. La tregua commerciale di un anno tra i due paesi è stata vista come un ripiegamento americano e un successo cinese”.
Questa visione però sembra oggi, secondo l’economista di Kairos, “lontana e almeno in parte superata”. Lo spregiudicato intervento in Venezuela ha di colpo reso più credibili le ambizioni americane sulla Groenlandia, le minacce a Cuba, Colombia, Messico e Canada e le prospettive di regime change pilotato dall’America in Iran e in tutti quei Paesi che non si allineano ai disegni di Washington. “Dal canto suo, la debole risposta cinese e russa all’espansionismo americano ha evidenziato i limiti della possibile proiezione internazionale di questi due Paesi”.
Secondo equivoco: non c’è nessuna nuova Yalta all’orizzonte
Fugnoli passa poi al secondo equivoco: “Se il riemergere dell’America corregge l’equivoco su una supremazia cinese ormai in via di raggiungimento, un secondo equivoco viene anch’esso rapidamente superato. Ci riferiamo all’idea, molto diffusa l’anno scorso, di una nuova Yalta, ovvero un accordo di spartizione del mondo tra Cina, Russia e un’America isolazionista per cui ognuno poteva mettere ordine nella sua sfera senza interferenze. Bene, anche questa idea appare oggi lontana. L’America mette certamente ordine nella sua sfera, ma continua a opporsi energicamente a che Russia e Cina allarghino la loro influenza nella loro e cerca anzi attivamente di allargare la sua presenza in Asia”.
E i mercati? Trump sta creando uno scenario decisamente favorevole all’azionario e alle materie prime
E i mercati di tutto questo cosa ne pensano? “Per il momento in ogni caso ai mercati, che sono americocentrici, l’espansionismo americano piace e rafforza il dollaro. L’idea che metà delle riserve globali di petrolio, con il controllo del Venezuela, sono solidamente controllate dai paesi occidentali rassicura sulle prospettive strutturali dell’inflazione, quantomeno della sua importante componente energetica”. Anche se però a beneficiare delle mosse di Trump potrebbero essere più le Borse in generale che non specificamente Wall Street: “L’incertezza strategica, dal canto suo, continua a sostenere l’oro. Non è da escludere che la Cina, come fece l’aprile scorso, risponda con qualche vendita di Treasuries a ulteriori atti espansionistici americani, più che altro per mandare un messaggio. Più cresce la temperatura geopolitica più i governi alzano le spese militari e adottano misure fiscali e monetarie espansive. È uno scenario decisamente favorevole all’azionario e alle materie prime“.
