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La coesione europea compie 30 anni e guarda al dopo 2020

Nei prossimi tre anni i fondi per la coesione europea sosterranno un milione di piccole imprese, aiuteranno 7 milioni di persone a trovare un lavoro ed altri 9 a ottenere nuove qualifiche professionali – Ma ci sono molte cose da aggiustare

La coesione europea compie 30 anni e guarda al dopo 2020

Avviso ai sovranisti: la politica di coesione dell’Unione europea compie trent’anni e proseguirà. Aiuterà ancora gli Stati membri a progredire in ambiente, energia, ricerca, infrastrutture. Se l’Italia e il suo Sud sono tra i maggiori beneficiari della cassaforte UE, non c’era posto più adatto di Bruxelles per dibattere del passato e del futuro di un intervento strutturale così lungo. Vista da casa nostra, la discussione tra esperti dell’altro giorno risulta accattivante. La coesione europea con i suoi miliardi di euro è diventata il principale strumento per ridurre le disparità tra i Paesi del vecchio continente.

Per l’Italia che dal dopoguerra ha conosciuto l’interventismo dello Stato e l’azione della Cassa per il Mezzogiorno, lo scenario europeo in fondo ha significato la modernizzazione di qualcosa che già si aveva. Ma a livello continentale. Solo i sovranisti e i nazionalisti di oggi negano (talvolta anche senza eccessiva convinzione) che i fondi Fesr abbiano giovato ai settori più arretrati della nostra economia.



Un flusso di denaro che nei prossimi tre anni sosterrà ancora un milione di piccole imprese, aiuterà 7 milioni di persone a trovare un lavoro ed altri 9 a ottenere nuove qualifiche professionali. La solidarietà – ha spiegato il Presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani – non è solo per prendere, è anche aiutare gli altri Paesi quando hanno bisogno. Un tasto che ha più tonalità, purtroppo.

Se è vero che non si nega l’evidenza della crescita in comparti decisivi, diventati competitivi, è anche vero che ci sono molte cose da aggiustare. I soldi che l’Italia versa al bilancio europeo per poi usufruirne nel quadro programmatorio sono tanti. Renzi premier (si può ricordare?) ha condotto battaglie durissime per rivedere il meccanismo del dare e avere, soprattutto in rapporto ai flussi migratori.

Oggi è lo stesso Tajani a ricordare che l’Italia paga “un sacco di soldi per i fondi coesione che finiscono in altri Paesi, mentre ora abbiamo bisogno di aiuto per i rifugiati”. È un capitolo doloroso, ma pur sempre parziale nello scambio di risorse in uscita e in entrata. E quando pensiamo a energia, ambiente, clima, ricerca, l’Italia ha dimostrato di saperci fare. Ha superato molti Stati nella media della spesa, non privandosi, tuttavia, di qualche scandalo e di malversazioni.

Gli europeisti si batteranno per eliminare dall’Unione europea l’odiosa etichetta di club di banchieri, speculatori e abietti tecnocrati. A cosa possono aspirare milioni di individui che ormai condividono frontiere, scambi commerciali, moneta se non a rafforzare quelle politiche di coesione come reale opportunità di crescita e di solidarietà? Lo dice il Commissario Jean-Claude Juncker. E non è solo discussione la sua, ma prospettiva concreta di continuità, abbozzando già il bilancio UE post 2020.

Vogliamo mantenere il sostegno per tutti i Paesi e tutte le regioni? O vogliamo concentrarci solo sulle Regioni meno sviluppate e dove i bisogni sono più acuti? si chiede anche Juncker. La risposta plurale che smonta le tetre ambizioni nazionaliste è che la politica di coesione economica continui ad essere all’altezza delle sue potenzialità. Come accaduto in questi primi trent’anni ma con attenzione agli interessi veri dei Paesi ed ai settori economici più trainanti.

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