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Il talento di Tilda Swinton… in mostra ad Amsterdam tra cinema, performance e moda

Fino all’8 febbraio 2026 all’Eye Filmmuseum di Amsterdam si potrà vedere la mostra Tilda Swinton – Ongoing, curata dall’artista stessa (Londra, 1960). La mostra ripercorre una carriera unica con collaborazioni, filmati, costumi, materiale d’archivio e con una assidua presenza dell’artista. L’analisi di goWare per FIRSTonline

Il talento di Tilda Swinton… in mostra ad Amsterdam tra cinema, performance e moda

Fino all’8 febbraio 2026 all’Eye Filmmuseum di Amsterdam si potrà vedere la mostra Tilda Swinton – Ongoing, curata dall’artista stessa (Londra, 1960) La mostra ripercorre una carriera unica con collaborazioni, filmati, costumi, materiale d’archivio e con una assidua presenza dell’artista.

L’edificio dell’Eye Filmmuseum, davanti alla stazione centrale di Amsterdam, sembra una navicella arrivata da Marte e caduta sulla terra dalla quale è uscita una sorta di “marziana” per allestire una mostra su se stessa. Non a torto Tilda Swinton è stata spesso accostata a David Bowie, per i tratti somatici e la capacità proteiforme. Una somiglianza quasi gemellare, messa in scena nel video di Bowie “The Stars (Are Out Tonight)” del 2013. È la prima volta che il museo olandese dedica un’esposizione di tale ampiezza a un’unica figura del cinema contemporaneo. Ma Swinton non è solo attrice, è anche artista performativa, attivista, modella e presenza trasversale nella cultura visiva. Nel presentare la mostra, Swinton ha sottolineato che la parola chiave di Ongoing è “collaborazione”, il punto d’incontro creativo tra cinema, performance e moda che ha caratterizzato il suo percorso artistico iniziato nel 1984 con la Royal Shakespeare Company.

Le collaborazioni

Il Filmmusuem documenta le collaborazioni con autori come Derek Jarman (8 film), Wes Anderson (5), Luca Guadagnino (4), Jim Jarmusch (4), Johanna Hogg (4), Pedro Almodóvar (2) fratelli Coen (2), Bong Joon-ho (2), Sally Potter, Apichatpong Weerasethakul, David Fincher e altri.

In “Michael Clayton” (2007) di Tony Gilroy, accanto a George Clooney, Swinton vinse l’Oscar come Migliore attrice non protagonista per Karen Crowder, avvocata spietata e algida di una multinazionale.
Un riconoscimento per un ruolo in apparenza convenzionale, ma coerente con i personaggi a lei congeniali, come mostra la scena finale in cui Karen crolla in bagno davanti alla verità e al peso della colpa.

Trasversalità

L’attrice, con i suoi tratti da “aliena”, ha attraversato ogni tipo di ruolo – maschile, femminile, ibrido -sfidando le norme di genere e identità. “Wueer” come sensibilità se non di fatto, la Swinton ha la capacità di sovvertire le categorie prestabilite, testimoniando quanto il genere sia una faccenda piuttosto complessa. Una tensione che ritroviamo anche nel cinema norvegese di Dag Johan Haugerud, la cui “Trilogia di Oslo” (Sex, Love, Dreams) è tra le opere più originali e attuali della cinematografia europea recente.

Maybe

Nel 1995, dopo la scomparsa di Derek Jarman (1942-1994) – il regista che l’aveva scoperta e valorizzata – l’attrice ideò The Maybe, una performance dal vivo alla Serpentine Gallery di Londra. In quell’anno aveva preso parte a ben 45 funerali. In questa installazione vivente Swinton dormiva per 8 ore al giorno dentro una teca di vetro, sotto lo sguardo dei visitatori. Anche lì manteneva un’eleganza assoluta, ieratica come davvero immersa nel sonno della morte. In quell’anno terribile pensò di abbandonare il cinema. Forse proprio il nostro Guadagnino contribuì a farle cambiare idea – un atto che ci ha restituito una delle interpreti più originali e particolari.

Vorrei segnalare due interpretazioni di Tilda Swinton che mi hanno colpito, entrambe in film di Derek Jarman, lo sventurato regista al quale è rimasta profondamente legata.

Lady Ottoline Morrell

In “Wittgenstein”, Tilda Swinton interpreta Lady Ottoline Morrell, figura anticonformista del circolo di Cambridge legata a Bertrand Russell. È il volto di un’esuberanza libertina che stride con la rettitudine del filosofo. Swinton è teatrale, quasi surreale: distesa su un triclinio contornata da piante carnivore, quasi una maestà ieratica, come in una tavola senese trasposta sullo schermo. Sandy Powell firma costumi spettacolari: piume di struzzo e un enorme cappello alla Gainsborough, citazione evidente della grande ritrattistica inglese settecentesca declinata in chiave decadente e sfottente.

Nel cinema teatrale di Jarman, tra fondali neri e colori saturi, Ottoline è una presenza spumeggiante e vistosa che umilia la compostezza del filosofo. La scena vive del contrasto tra eros e pensiero, corpo e intelletto. Questi ultimi sono, in effetti, temi centrali del pensiero del filosofo viennese, segnato da una svolta drammatica e mai del tutto risolta, che lo rende un simbolo del nostro tempo senza certezza.

Lena, la prostituta del Tevere

Nel suo debutto, Tilda Swinton è Lena, prostituta e musa del Caravaggio di Jarman nell’omonimo film. Amante del pittore, posa per la Maddalena penitente (1694), creatura diafana antesignana dell’androginia di “Orlando”. Lena è una figura scapigliata che esprime la sensualità terrena che Caravaggio cercava nei suoi modelli sacri. Dopo l’annegamento nel Tevere, il suo corpo diventa modello per La morte della vergine.

Il dipinto del Louvre (1606) mostra la Madonna morta, distesa su un pancaccio, ventre gonfio e piedi nudi. Caravaggio prese a modello una prostituta annegata nel Tevere, creando un’immagine iperealistica, quasi blasfema. Alla consegna, il dipinto (3,5 metri per 2,5) sconcertò i carmelitani di Santa Maria della Scala che lo avevano commissionato e che lo respinsero: troppo vero, troppo materiale, non era affatto l’immagine di santità che cercavano. Jarman compie anche un gesto critico: Lena, la Maddalena, diventa la Vergine morta, saldando due dipinti distanti dieci anni. Sacro e profano si confondono nella pittura che il regista tanto amava e che praticava. Tilda Swinton nelle sue più ruiscite interpretazioni sembra avere una pressante urgenza: dare un linguaggio al corpo come se volesse attraverso il cinema e la sua presenza visuale squadernare ruoli e confini, conferendo all’identità la sua forma più libera, inquieta e interrogativa.

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