La crisi tra Stati Uniti e Iran resta in una fase di forte instabilità, sospesa tra aperture diplomatiche e nuove tensioni sul piano militare. Il presidente americano Donald Trump ha ribadito che il conflitto è “quasi finito” e che un accordo potrebbe arrivare “entro aprile“, anche se la situazione sul terreno e nei canali negoziali appare ancora complessa e lontana da una soluzione definitiva. In un’intervista a Fox News, Trump ha ipotizzato la ripresa dei colloqui già “nei prossimi due giorni”, con il Pakistan che resta la sede prescelta per un eventuale incontro.
Nonostante questi segnali, la posizione di Washington resta ferma. La Casa Bianca ha smentito di aver chiesto un’estensione del cessate il fuoco (in scadenza martedì prossimo), mentre il vicepresidente JD Vance ha ribadito che l’Iran non deve sviluppare armi nucleari, nodo centrale che ha già ostacolato i precedenti negoziati.
Stretto di Hormuz: il blocco Usa resta ma si apre uno spiraglio
Al centro dello scontro resta lo Stretto di Hormuz, diventato il principale strumento di pressione strategica. Gli Stati Uniti hanno dichiarato di aver attuato completamente il blocco navale, impedendo finora a tutte le navi iraniane di attraversarlo. Almeno dieci imbarcazioni sono state respinte, mentre una nave cargo partita da Bandar Abbas è stata intercettata e costretta a invertire la rotta dal cacciatorpediniere Uss Spruance. Un segnale chiaro di come il confronto tra le due potenze sia già operativo, pur restando sotto la soglia dello scontro diretto.
Secondo Reuters, emergono però possibili aperture: Teheran potrebbe consentire la navigazione lungo il lato omanita dello stretto senza rischio di attacchi, nell’ambito delle proposte discusse nei negoziati. Al tempo stesso, fonti militari iraniane avvertono che un’ulteriore escalation potrebbe rendere le navi americane obiettivi e allargare il conflitto fino al Mar Rosso, con il rischio di una crisi regionale più ampia.
Guerra in Iran: colloqui indiretti e pressione militare in aumento
Sul piano diplomatico, i contatti proseguono ma restano indiretti. A Teheran sono iniziati colloqui tra l’Iran e il Pakistan, con la partecipazione del capo dell’esercito Syed Asim Munir e del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, nel tentativo di facilitare un nuovo round di negoziati con Washington. Parallelamente, anche il Qatar si muove sul fronte della mediazione: l’emiro Tamim bin Hamad al Thani ha discusso con Trump misure per ridurre le tensioni e stabilizzare i mercati energetici.
Nel frattempo il Pentagono prepara il rafforzamento della presenza militare nella regione con l’invio di migliaia di soldati aggiuntivi, segnale della volontà americana di mantenere alta la pressione su Teheran. Le conseguenze economiche sono già evidenti: i mercati reagiscono alla prospettiva di un accordo con nuovi record, mentre cresce l’allarme per le forniture energetiche globali e il rischio di carenze di carburante, soprattutto in Europa.
Israele e Libano: Hezbollah apre al cessate il fuoco condizionato
Il conflitto si intreccia anche con altri fronti regionali. In Libano, il movimento Hezbollah ha dichiarato di accettare un cessate il fuoco, ma solo a condizione che tutte le parti – Israele compreso – rispettino l’accordo. Una posizione che apre uno spiraglio, ma che resta legata a condizioni difficili da garantire in un contesto ancora instabile. Intanto, Israele continua le operazioni militari contro il gruppo sciita, mentre il premier Benjamin Netanyahu ribadisce la convergenza totale con gli Stati Uniti sugli obiettivi strategici in Iran.
Lo scenario internazionale si allarga ulteriormente: la Russia si propone come possibile fornitore alternativo di risorse energetiche per compensare le interruzioni causate dal conflitto, mentre diversi Paesi europei valutano iniziative per garantire la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz, sempre più centrale per i flussi energetici mondiali. Nel frattempo, anche la Cina resta indirettamente coinvolta, tra accuse e smentite sul suo eventuale ruolo nei rapporti con Teheran.
Trump attacca di nuovo Meloni e il Papa, il Vaticano replica
A complicare il quadro si aggiungono le tensioni politiche. Trump ha attaccato nuovamente alcuni alleati europei, criticando la premier Giorgia Meloni per il mancato sostegno nella gestione della crisi e affermando che con chi “nega aiuto” i rapporti non restano gli stessi. Ha inoltre rinnovato le critiche a Papa Leone XIV, accusandolo di sottovalutare le responsabilità dell’Iran nel conflitto. Anche il vicepresidente JD Vance ha difeso le posizioni dell’amministrazione americana, sostenendo che “Dio era con gli Stati Uniti” durante la Seconda guerra mondiale e la liberazione della Francia dal nazismo, invitando il Papa alla prudenza sulle questioni teologiche. Dal Vaticano, Leone XIV ha ribadito che la pace non può fondarsi su armi e minacce e che i conflitti devono essere affrontati attraverso dialogo e rinuncia alla violenza. “I governanti abbiano la mente lucida e la coscienza integra”, ha aggiunto il Papa.
Europa verso una missione a Hormuz: il vertice di Parigi
Si muove infine anche l’Europa: Giorgia Meloni parteciperà venerdì a Parigi a un vertice con Emmanuel Macron, Keir Starmer e Friedrich Merz sulla crisi dello Stretto di Hormuz e sulla possibile missione europea per la messa in sicurezza dell’area. L’incontro, anche in formato ibrido, rappresenta un passaggio politico rilevante per l’Italia, che si allinea ai principali partner europei sul dossier mediorientale. La presenza della premier è però legata alla partecipazione del cancelliere tedesco, con cui Roma punta a coordinare la propria posizione. Attesa la conferma in giornata.