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Governo del cambiamento o della recessione?

La gelata sul Pil del terzo trimestre, tornato per la prima volta sotto zero dopo quattro anni, è l’anticamera della recessione che smonta la manovra di bilancio del Governo e rende più complicato evitare la bocciatura dell’Europa che rischia di costare molto cara all’Italia – Arriverà il momento Tsipras? VIDEO

Governo del cambiamento o della recessione?

Fino all’ultimo dell’anno il leader della Lega, Matteo Salvini, e quello dei Cinque Stelle, Luigi Di Maio, dovranno incrociare le dita e sperare che nell’ultimo trimestre del 2018 il Pil torni positivo. Se così non fosse e se anche tra ottobre e dicembre il Pil risultasse negativo, il Governo Conte passerà alla storia come quello che si autodefinisce del cambiamento ma che in realtà ha trascinato l’economia italiana dalla crescita alla recessione.

Per la prima volta dopo quattro anni, il terzo trimestre del 2018 ha visto il Pil scendere sotto lo zero e se il risultato si ripetesse nel trimestre in corso, saremmo tecnicamente in recessione, che per gli economisti scatta dopo due trimestri consecutivi con Pil negativo. Non sono gli avversari politici del Governo a dirlo, ma i numeri.

Già la caduta della produzione industriale di ottobre aveva lanciato l’allarme, ma sono stati i dati ufficiali sul Pil del terzo trimestre 2018 diffusi venerdì mattina dall’Istat a destare la massima allerta nel Governo, soprattutto nel pieno di una difficilissima trattativa con la Commissione europea per evitare la procedura d’infrazione contro il nostro Paese.

I dati sull’andamento del Pil sono impietosi e peggiori delle stime che erano state fatte nelle scorse settimane: nel terzo trimestre dell’anno il Pil italiano è stato negativo e pari a -0,1%. Siamo all’anticamera della recessione, tanto più che, oltre al Pil, zavorrato da consumi e investimenti che non riprendono e da un export meno brillante che in passato, risultano in discesa sia la produzione industriale che l’occupazione. Salvo improbabili miracoli nelle ultime settimane dell’anno, sembra molto difficile che il Pil dell’intero 2018 possa raggiungere un pur modesto rialzo dell’1 per cento. E purtroppo il 2019 può andare anche peggio. Il cosiddetto Governo del popolo aveva promesso di cancellare la povertà, ma per ora la realtà dice che sta cancellando la crescita.

 

Nelle scorse settimane l’Ocse ha sostenuto che nel 2019 l’Italia non riuscirà a crescere dell’1% e la Goldman Sachs, con un report choc, ha previsto per l’anno prossimo una crescita dell’economia italiana ridotta addirittura allo 0,4%, con buona pace delle previsioni ufficiali del Governo che nella manovra di bilancio indicano la crescita del Pil del 2019 addirittura all’1,5%, malgrado il peggioramento del quadro congiunturale nazionale ed internazionale.

Ma i dati dell’Istat sul terzo trimestre dell’anno non solo sconvolgono la manovra di bilancio in discussione in Parlamento ma gettano un’ombra cupa sul negoziato tra l’Italia e la Commissione europea per evitare la procedura d’infrazione. Il Governo potrà arrampicarsi sugli specchi quanto vuole, ma non ci sara spazio per trucchi contabili, furbate e rinvii e il conto da pagare sarà molto salato e c’è chi vede avvicinarsi anche per l’Italia il “Tsipras moment”. Non per caso nei giorni scorsi il premier greco ha dato un consiglio fraterno al Governo italiano: “Se dovete cedere, fatelo subito perché dopo è peggio”. Tsipras, prima di ribaltare la sciagurata politica economica ispirata dall’effervescente ministro Varoufakis, provò a resistere ai creditori e all’urgenza delle riforme e il risultato è stato un fardello di 200 miliardi che peserà sulla spalle di due generazioni di greci. La conversione alla realtà, si sa, è sempre dura ma se tarda è ancora più amara.

Se vorrà evitare la procedura d’infrazione, che offrirebbe il destro alle agenzie di rating per abbassare il giudizio sull’Italia con inevitabili riflessi sul costo del debito, il Governo non potrà cavarsela con qualche ritocco di facciata ma dovrà porre mano a una correzione molto più pesante che può arrivare – come rivela il policy brief elaborato da Carlo Bastasin e Marcello Messori della Luiss e sintetizzato su FIRSTonline – alla bellezza di 23,5 miliardi. In caso contrario scatteranno sanzioni che non saranno sicuramente più dolci.

Del resto il primo cartellino giallo è già arrivato con il via libera alla procedura d’infrazione contro l’Italia uscito dalla riunione dei giorni scorsi del Comitato dei Direttori Generali dei ministeri del Tesoro della Ue. Se il Governo spera che il verdetto finale slitti a dopo le elezioni europee si illude. La spada di Damocle incombe e il giudizio finale arriverà verso il 20 di gennaio. Dopodiché, sarà un gioco da ragazzi per le opposizioni andare in campagna elettorale ricordando che il nuovo Governo ha già messo a segno due record inquietanti: riaprire le porte alla recessione o, quanto meno, alla decrescita, e infliggere al Paese l’umiliazione della bocciatura di tutta l’Europa. Che, in soldoni, significa una nuova stretta, fatta di tagli alle spese o nuove tasse.

Non era precisamente questo il cambiamento che l’Italia sperava ma è ancora in tempo per aprire gli occhi sui disastri che il Governo giallo-verde sta combinando. Altro che decrescita felice. Qui ci sono posti di lavoro, salari, stipendi e risparmi che rischiano di saltare e, quando questo succede, la decrescita è solo infelice. Come sempre.

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