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Golf, Us Open: il torneo più democratico e più crudele

I gareggianti ai tee di partenza sono 156, fra loro Francesco Molinari, che entra di diritto grazie alla sua posizione nel ranking mondiale (è 43esimo) e che arriva alla Chambers Bay in grande forma.

Golf, Us Open: il torneo più democratico e più crudele

È il major più democratico, perché tutti possono sperare di giocarlo, ma è anche il più crudele, perché si svolge sempre su percorsi indomabili. È lo Us Open, il numero 115, il secondo appuntamento del grande slam, che prende il via oggi a Chambers Bay, University Place, nello stato di Washington, Nord-Ovest degli Stati Uniti, ai confini col Canada. 

Il tracciato è un par 70 di 6500 metri, disegnato da Robert Trent Jones junior, ricavato in una ex cava di roccia, un links puro, senza alberi e senza ostacoli d’acqua, ma con mille pendenze da capire, il vento che soffia da tutte le parti e i green che non si distinguono dai fairway, al punto che l’organizzazione ha segnato i confini con dei punti bianchi. 

Come se non bastasse ci sono buche che un giorno sono un par 5 e un altro giorno un par 4, con gran disappunto dei giocatori che non amano questo tipo di bizzarrie. Ma questo è lo Us Open, una sfida che si prefigge di premiare solo il migliore, quello che, come in un videogioco, supera tutti gli ostacoli e ha l’umiltà di consegnare uno score con pochi punti sotto il par. 

I gareggianti ai tee di partenza sono 156, fra loro Francesco Molinari, che entra di diritto grazie alla sua posizione nel ranking mondiale (è 43esimo) e che arriva alla Chambers Bay in grande forma. Sul sito del Pga Tour Francesco è citato in una “top venti” di papabili al titolo, con la giacchetta numero 12. I suoi risultati parlano per lui: leader sul tour per quanto riguarda i fairway colpiti e quinto per i green presi coi colpi regolamentari. 

Sembra che Francesco abbia solo bisogno di rodare la sua tenuta psicologica quando è all’apice della classifica, di superare, si direbbe, una certa paura di vincere. Un major è una grande occasione, anche se i rivali sono tanti e di razza. Il primo, il favorito, è il numero uno del mondo, il nord-irlandese Rory McIlroy, che ha una specie d’interruttore interno che si accende nelle competizioni più dure. Il suo alter ego a stelle e strisce e altro favorito è Jordan Spieth, numero due del mondo, campione Masters 2015. 

Fra loro una marea di papabili: da Martin Kaymer che difende il titolo, a Rickie Fowler, vincitore di The Palyers, a Phil Mickelson che vanta sei secondi posti in questo major, più di chiunque altro. Chi ha più titoli invece è il campionissimo Tiger Woods, tre volte Us Champion, l’ultima nel 2008, ma è difficile sperare che la tigre ruggisca anche questa volta. 

Comunque Tiger ha fatto il suo dovere per arrivare pronto all’appuntamento: due settimane fa ha provato il campo per preparare la strategia e nei giorni scorsi ha affinato il suo lavoro, con la speranza di poter competere ai massimi livelli, come nel corso della sua spettacolare carriera. Sarebbe importante che l’ex numero uno passasse almeno il taglio; l’asticella verrà fissata venerdì sul risultato dei primi 60 e pari merito.

È una sfida, un’aspirazione per tutti. Per i 76 aventi diritto, per i 13 ex campioni ammessi e per i 47 qualificati, che hanno superato selezioni durissime, prevalendo su diecimila sfidanti. I candidati alla gara erano infatti 9882, provenienti da tutto i mondo, suddivisi in 111 luoghi per le qualifiche iniziali e altri 12 per quelle successive. Insomma una grande partecipazione per un grande sogno, che si concluderà domenica o lunedì (su altre 18 buche) in caso di giocatori in parità.

La posta in palio è altissima: 9 milioni di dollari, 1,080 milioni per il primo. E i vantaggi “collaterali” sono altrettanto importanti: 600 punti Fedex; dieci anni di esenzione per lo US Open; esenzione di 5 anni per il Masters, l’Open Championship e il Pga (gli altri tre major); esenzione di 5 anni per il Pga Tour.

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