Difficilmente una crisi politica che va avanti da mesi, se non in realtà da anni, si sarebbe risolta in 48 ore e così il premier francese Sebastien Lecornu, incaricato un mese fa dal presidente Emmanuel Macron di formare un nuovo governo dopo l’addio polemico di François Bayrou, ha confermato le dimissioni date lunedì scorso 6 ottobre, proprio all’indomani dell’annuncio di un nuovo esecutivo che è durato solo una notte. Lecornu aveva inizialmente accettato l’invito di Macron di prendersi altre 48 ore per un ulteriore, disperato tentativo di raggiungere un accordo con i partiti, in particolare con quella sinistra che ha la maggioranza in Parlamento ed è l’ago della bilancia, ma alla fine come era ampiamente prevedibile ha dovuto desistere: “La mia missione è da considerarsi conclusa”, ha detto mercoledì sera intervistato in prima serata dal canale televisivo France 2.
“Due giorni fa – ha spiegato Lecornu – il Presidente della Repubblica mi ha chiesto di tornare perché avevo una rete di contatti per condurre le trattative finali. Ho presentato le mie dimissioni lunedì mattina. Credo che dimostri che non sto cercando di rimanere attaccato alla poltrona. Ho accettato di lavorare 48 ore in condizioni non facili, ora considero la mia missione compiuta”. Il premier dimissionario, che poco prima di presentarsi all’emittente televisiva ha avuto un colloquio decisivo con Macron, di cui verosimilmente ha riportato le posizioni nel corso dell’intervista, ha poi rivelato che “un nuovo presidente del consiglio dovrebbe essere nominato nelle prossime 48 ore”, quindi presumibilmente entro la fine di questa settimana. Macron non ha rilasciato dichiarazioni dopo l’incontro con Lecornu, ma nei giorni scorsi aveva ampiamente fatto capire che si sarebbe assunto le responsabilità di un ennesimo fallimento, e oggi il suo entourage ha fatto sapere alla stampa francese che le dichiarazioni di Lecornu in tv “rappresentano la linea dell’Eliseo”.
Lecornu: “E’ mancato l’ultimo metro”
Nel raccontare cosa è mancato ancora una volta per formare una maggioranza stabile e un nuovo governo in grado di arrivare alla fine del mandato presidenziale, nel 2027, Lecornu ha ammesso che “è mancato l’ultimo metro, la capacità di stabilire compromessi utili e in particolare di convincere quello zoccolo duro di deputati che sulla manovra finanziaria non è disposto a cedere”. Il vero pomo della discordia, come scritto da Le Monde e in qualche modo confermato da Lecornu, è la riforma delle pensioni: “E’ l’argomento sul quale c’è più resistenza”, ha detto il premier dimissionario in televisione. “C’è ancora chi si oppone ma non possiamo negare la demografia, dobbiamo riequilibrare il sistema. Alcuni francesi ritengono che il dibattito non si sia svolto normalmente, anche se si è svolto. Questo è fonte di blocco in Parlamento, e sarà difficile dire che non ci dovrebbe essere un dibattito. Dovremo trovare un modo per far sì che il dibattito sulla riforma delle pensioni si svolga”, ha candidamente ammesso Lecornu.
Il pomo della discordia è stato la riforma delle pensioni
Per quanto riguarda il costo di una possibile sospensione della riforma delle pensioni, Sébastien Lecornu lo stima in “non meno di tre miliardi di euro, che possono essere considerati entro il 2027. Questo dibattito sarà sollevato durante le elezioni presidenziali”. Le Monde aveva fatto notare che è proprio sulla riforma del sistema di previdenza sociale che si è consumato lo scontro più duro, perché da un lato la sinistra, forte del sostegno popolare e di una folta rappresentanza in Parlamento, si è opposta a gran voce, ma dall’altro Macron e Lecornu non hanno potuto cedere di fronte alla levata di scudi del fronte centrista, che a sua volta ha nelle pensioni il suo cavallo di battaglia, a favore di una urgente riforma per sistemare il bilancio pubblico. Il consenso di Macron è ormai ai minimi storici (gli ultimi sondaggi lo danno al 14%) ma il presidente non se l’è sentita di tradire la sua base. I partiti dell’area macronista non hanno grandi numeri in Parlamento ma si sono impuntati sulla necessità di “non dilapidare l’eredità dei due mandati di Macron”.