La scelta curatoriale di Biba Giacchetti rappresenta l’elemento più originale dell’intero progetto. Dopo oltre trent’anni di collaborazione e amicizia con Erwitt, la curatrice costruisce un percorso che evita la tentazione della celebrazione monumentale per privilegiare un racconto intimo, quasi confidenziale. Il visitatore non incontra soltanto il fotografo delle immagini iconiche entrate nella storia della fotografia, ma il padre, il marito, l’amico, il viaggiatore, l’uomo che osservava il mondo prima ancora di fotografarlo. È proprio questa prospettiva a distinguere la mostra da molte esposizioni dedicate ai grandi maestri della fotografia. L’attenzione non si concentra esclusivamente sull’estetica dell’immagine o sull’importanza documentaria delle opere, ma sul processo umano che le ha generate. Le fotografie diventano pagine di un diario esistenziale. Anche gli scatti più celebri vengono restituiti al loro contesto originario, rivelando come dietro ogni immagine apparentemente perfetta si nasconda un frammento di vita vissuta. È una scelta che restituisce profondità all’opera di Erwitt e invita il pubblico a rileggere fotografie che credeva già di conoscere.
Il progetto curatoriale
L’intelligenza del progetto curatoriale consiste proprio nell’abbattere il confine tra fotografia privata e fotografia pubblica. Nei circa cento scatti esposti convivono reportage storici, ritratti di grandi protagonisti del Novecento, momenti familiari, scene di strada e immagini provenienti dalla collezione privata dell’autore, molte delle quali mai presentate al pubblico. Il risultato non è un semplice catalogo cronologico, ma un racconto continuo in cui la storia e la quotidianità dialogano senza soluzione di continuità. Questa impostazione permette di comprendere un aspetto fondamentale della poetica di Erwitt: la sua ironia non è mai esercizio stilistico, ma una forma di conoscenza. Nelle sue fotografie convivono malinconia e sorriso, tenerezza e distanza, leggerezza e consapevolezza. Del resto è lo stesso autore ad aver suggerito la chiave di lettura dell’intera mostra: «Ma malinconia e ironia non sono forse due facce della stessa realtà?». Una frase che diventa quasi il manifesto poetico dell’esposizione.
Particolarmente significativa è la sezione dedicata al rapporto con l’Italia
Erwitt, nato a Parigi ma cresciuto nei primi anni a Milano, fu costretto a lasciare il nostro Paese a causa delle leggi razziali fasciste. Eppure quel distacco non interruppe mai il suo legame con l’Italia, che rimase per tutta la vita una sorta di patria sentimentale. La mostra restituisce questa relazione con sensibilità, mostrando come la memoria italiana abbia continuato ad abitare il suo sguardo ben oltre l’emigrazione negli Stati Uniti. Anche il contesto espositivo contribuisce al valore dell’iniziativa. Il Museo Civico Archeologico di Bologna conferma la propria vocazione interdisciplinare, accogliendo un progetto che mette in dialogo archeologia, fotografia e memoria culturale. Una scelta che sottolinea come ogni autentica opera d’arte, indipendentemente dall’epoca, sia innanzitutto testimonianza dell’esperienza umana.
Ma il merito più grande della mostra è forse un altro. In un tempo in cui l’immagine viene consumata con velocità crescente, L’arte di osservare invita a recuperare il valore dello sguardo lento. Erwitt non fotografa l’eccezionale; fotografa ciò che tutti vedono senza accorgersene. Il suo obiettivo non cerca lo spettacolo, ma la verità nascosta nei piccoli gesti, nelle coincidenze, nelle ironie involontarie della vita quotidiana. È una fotografia che non pretende di spiegare il mondo, ma di renderlo improvvisamente comprensibile. In questo senso la mostra assume anche un significato profondamente contemporaneo. Ci ricorda che osservare è un atto etico prima ancora che estetico. Significa concedere tempo alla realtà, sospendere il giudizio, accettare la complessità delle persone. Le fotografie di Erwitt continuano a parlarci perché non cercano mai l’effetto, ma l’essenza. Si esce dalla mostra con la sensazione di aver conosciuto non soltanto un grande fotografo, ma un uomo capace di trasformare la normalità in una forma di poesia civile. Ed è forse questa la lezione più preziosa che Elliott Erwitt ci consegna ancora oggi: la bellezza non nasce dall’eccezionale, ma dalla capacità di guardare ciò che è ordinario con uno sguardo straordinariamente umano.
Foto di copertina: Elliott Erwitt, New York City,1974 © Elliott Erwitt
