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Elezioni Usa, Biden in testa ma gli indipendenti sono il 40%

Il voto degli indipendenti (cioè nè repubblicani nè democratici), che attualmente sono il gruppo più consistente dell’elettorato, deciderà l’esito delle Presidenziali americane – Per ora i sondaggi dicono Biden e su Trump pesa anche il libro del superfalco Bolton ma la corsa è ancora lunga.

Elezioni Usa, Biden in testa  ma gli indipendenti sono il 40%

A fine giugno nessuno può dire come gli americani voteranno fra quattro mesi. Si può scommettere, ma l’azzardo diventa ragionevole solo a fine estate quando gran parte degli elettori indipendenti, non repubblicani cioè né democratici dichiarati, avranno deciso da che parte stare. Gli indipendenti, il 40% dell’elettorato, sono di gran lunga il blocco maggiore, a fronte di un 25-28% di repubblicani e di un 30% circa di democratici. Gli indipendenti si dividono poi, nei sondaggi, tra potenzialmente repubblicani e potenzialmente democratici, questi ultimi al momento in ascesa, e anche questo dato conferma che, a quattro mesi dal voto, il candidato democratico Joe Biden, a quasi 78 anni di età, sembra avere le opportunità migliori.   

Dopo due presidenti che hanno scommesso tutto sulla promessa di cambiamento, Barack Obama prima e Donald Trump dopo, portando il primo spesso solo cambiamenti progressisti di facciata e il secondo soprattutto confusione, un presidente “nonno” potrebbe avere le sue carte da giocare. Promettendo in definitiva solo saggezza, e magari per un solo mandato visto che il secondo lo troverebbe 82enne al momento della eventuale seconda inaugurazione.   

Se si guardano i sondaggi vince al momento Biden, e con buon margine. I sondaggi hanno fallito più volte però, dicendo ad esempio fino all’ultimo nel 1980 che Jimmy Carter avrebbe stroncato Ronald Reagan e che nel 2016 Hillary Clinton l’avrebbe sicuramente spuntata su Donald Trump. Danno Biden in vantaggio anche molte  analisi sulle intenzioni di voto locali in Stati che probabilmente determineranno il risultato finale, come Michigan, Wisconsin, Iowa e pochi altri. L’economia potrebbe fare una grande differenza, perché se la ripresa post pandemia sarà forte e soprattutto rapida, come alcuni primi dati sull’occupazione e sul balzo delle vendite al dettaglio potrebbero indicare, Trump ne trarrà sicuri benefici. 

Il vantaggio fondamentale di Trump sta nel fatto che è il presidente uscente, sempre una carta in più rispetto allo sfidante, e servono vari fattori negativi per annullarla. I fattori negativi ci sono e il voto è certamente un referendum su Trump, il più controverso e anomalo fra i presidenti dell’ultimo secolo. La pandemia, che vede gli Stati Uniti fra i peggio colpiti dopo tante assicurazioni presidenziali di perfetta capacità di reazione, e i disordini socio-razziali in seguito alla morte per mano della polizia dell’afroamericano  George Floyd ugualmente lo danneggiano, perché non è assolutamente in grado di presentarsi come l’uomo che sa superare le divisioni. E’ l’uomo arrivato alla Casa Bianca esasperando le divisioni, semmai.

E dietro il suo slogan di America first appare sempre più un vuoto di idee e di politiche. Lotta all’immigrazione e lotta alle importazioni sono il massimo di prospettiva che Trump ha saputo dare al Paese, finora, e soprattutto per le politiche commerciali con scarsi risultati. Il deficit con l’estero non si smuove, dai 550 miliardi del 2017 ai 627 del 18 per poi scendere ai 616 del 2019, un calo proclamato come svolta da Trump ma prematuramente, perché variazioni annuali  simili si sono già verificate in anni recentissimi, senza intaccare la tendenza di fondo di un eccesso di importazioni, o di una insufficienza di esportazioni.

Sono molti gli argomenti che illustrano l’inadeguatezza di Trump, gli ultimi in ordine di tempo le anticipazioni provenienti dal libro dell’ex consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, il superfalco andato via dalla Casa Bianca sbattendo la porta nell’ottobre 2019 dopo un anno e mezzo di difficile convivenza. Il presidente sarebbe impreparato e incapace di utilizzare con attenzione  i rapporti che vengono preparati per lui, superficiale, istintivo, scarsamente stimato dai più stretti collaboratori, attento solo a un tema, quello della propria rielezione. Una sconfitta a novembre sarebbe infatti la prova che Donald Trump non è il superuomo che ritiene di essere. 

Come europei possiamo per ora solo augurarci la sconfitta di un uomo che detesta l’Europa. Può darsi che la sconfitta ci sarà. Trump aveva forse più probabilità di essere eletto nel 2016, anche se pochi se ne accorgevano, di quante ne abbia di essere rieletto adesso. Quattro anni fa giocavano a suo favore sia la difficoltà di avere tre amministrazioni dello stesso colore in successione, sia le debolezze di Hillary Clinton, e la spuntò perché un numero sufficiente di americani volevano qualcuno che “cambiasse” davvero Washington, con piglio populista. E Trump si inventò populista. Non è chiaro fino a che punto è stato uno show di successo. 

Come sempre quando il giudizio è incerto, aiuta ricordare il quadro generale e le tendenze di fondo. Con un po’ di ottimismo c’è chi, come  Robert Sean Willentz su Rolling Stones, vede Trump in profonda crisi e lo giudica la fase terminale di una lunghissima stagione incominciata con i disordini anti-Vietnam del 1968 e la vittoria quell’anno di Richard Nixon, cioè della destra repubblicana. Attraversando varie stagioni, rilanciata da Ronald Reagan, quella destra è arrivata poi alla radicalizzazione negli anni 90, dopo l’anomala vittoria nel 92 (anomala rispetto alla stagione e grazie a un terzo candidato che spaccò il voto conservatore) di un Bill Clinton che fece dei democratici un partito post-progressista.  

Bush figlio, e soprattutto il suo vice Dick Cheney radicalizzavano ancora di più i repubblicani, cambiando il dna del vecchio partito. Trump 2016 compiva l’opera, approdando all’ipernazionalismo dichiarato e al neo isolazionismo. Con quali vantaggi veri, si può aggiungere, per una superpotenza diventata tale grazie a profonde alleanze globali e al liberismo dei mercati – sono questi due pilastri della supremazia monetaria del dollaro – è ancora tutto da vedere. 

Sono grandi scenari. Più terra terra, se andiamo a vedere i comportamenti elettorali che determinavano quattro anni fa la vittoria di Trump per appena 80mila voti ma ben distribuiti, troviamo dati interessanti. L’attuale presidente perse ampiamente come noto nel voto popolare, su scala nazionale,  ma conquistò più voti elettorali, che nel sistema americano sono determinanti perché sono questi, e non direttamente la scelta degli elettori, a indicare il presidente; ogni Stato ha tanti voti elettorali quanti sono i suoi deputati alla Camera di Washington più i due senatori di cui ogni Stato dispone, e questi voti quasi ovunque vanno in blocco a chi ottiene Stato per Stato più voti, e sono i voti elettorali ad eleggere il presidente, non direttamente quelli popolari.  

Trump arrivò alla Casa Bianca perché un pugno di collegi cruciali per la conquista degli electoral votes del Midwest fece quello che nel 2016 fecero 206 contee (su un totale nazionale di 3.143) che avevano votato Obama nel 2008 e nel 2012 spesso con margini attorno al 10-15% la prima volta un po’ meno la seconda, e votarono poi per Trump con margini del 5-8% nel 2016. E’ successo un po’ ovunque ma non sulla costa del Pacifico ed è successo soprattutto in modo diffuso in Iowa, Michigan, Minnesota, Wisconsin, Indiana e Ohio. Quella che è considerata storicamente la contea sempre più in sintonia con le tendenze nazionali, Vigo nell’Indiana meridionale, passava da un 16% a favore di Obama nel 2008 a uno 0,86 per Obama nel 2012 a un 15% per Trump nel 2016. 

Per cacciare Trump occorre soprattutto che questi elettori, del Midwest essenzialmente, in numero sufficiente cambino idea. Non leggono Rolling Stones, e nemmeno le memorie di John Bolton. Vanno a fiuto. Certamente se sono insoddisfatti economicamente e vedono un futuro troppo incerto, la cosa pesa. La rozzezza di Trump non li spaventa. Li disaffeziona piuttosto l’inefficacia delle sue parole. Può darsi che una campagna elettorale sottotono da parte di Biden, che si fa vedere il meno possibile, funzioni. Trump ha parlato e si fa vedere troppo.  

La tensione razziale danneggia Trump. Purché le richieste di chi chiede più controlli e meno poteri per la polizia non superino un certo limite, oltre il quale funzionerebbero da collante e stimolo per i potenziali elettori di un Trump tutto “legge e ordine”. Non bisogna dimenticare che gli Stati Uniti sono un Paese violento, dove non solo la polizia spesso eccede, e che a Chicago nell’ultimo fine settimana di maggio ci sono stati 28 omicidi, in gran parte fra afroamericani, un record che non veniva toccato da 60 anni.  

2 thoughts on “Elezioni Usa, Biden in testa ma gli indipendenti sono il 40%

  1. Articolo interessante, vorrei, dato che sono spesso negli Usa, aggiungere qualche particolare.
    A mio avviso, almeno stando a quanto mi riportano gli amici e colleghi americani, sparsi nei vari e diversi stati, l’età avanzata di Biden, inciderà negativamente per lo stesso, come avvenne nel 2008 per John McCain contro Obama.
    Giocarsi la saggezza dell’età in un faccia a faccia con Trump, non potrà portargli nulla di buono.
    Il fare sbruffone a guascone di Trump, contrariamente a quanto si pensi, invece, ancora fa presa sull’elettorato americano.
    Quello che però nessuno però considera è che quasi tutti i media, come già accadde nel 2016 sono dichiaratamente schierati contro Trump.
    Nel 2016, durante la campagna elettorale, persino i programmi d’intrattenimento del mattino ricorrevano ad offese personali parlando di Trump, affibbiandogli titoli poco simpatici, quali ritardato, ridicolo, impresentabile, irresponsabile, insomma tutto ciò che di cattivo si poteva dire di una persona, non gli fu risparmiato.
    L’elettorato di peso, allora prese una posizione esattamente contraria a quella indicata dai media e dal jet-set americano e decise di proteggere Trump dai continui attacchi che subiva.
    Oggi dal punto di vista di demonizzazione dell’avversario sta accadendo lo stesso, se non anche peggio.
    Trump può non piacere, ma la forzatura mediatica contro di lui, sposta l’indice di gradimento a suo favore e quindi anziché sfavorirlo lo favorisce.
    Sono convinto che gli stati del Mid-West che lo favorirono nelle ultime elezioni, anche in queste non gli faranno mancare il proprio consenso.
    Ultimo, ma non per importanza, gli stati chiave Iowa ed Ohio che da sempre sanciscono chi sarà il presidente, sono ancora fortemente in mano a Trump, inoltre ho qualche dubbio che la Florida con 2 senatori repubblicani possa contrapporsi a Trump preferendogli Biden.

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