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Elezioni Turchia, la recessione frena Erdogan: perse Ankara e Istanbul

Il partito del Presidente ha già annunciato di voler contestare i risultati – L’opposizione mantiene Smirne e si prende le città della costa mediterranea – L’AKP di Erdogan rimane primo partito a livello nazionale, ma gli effetti della recessione economica si manifestano alle urne.

Elezioni Turchia, la recessione frena Erdogan: perse Ankara e Istanbul

Brusca battuta d’arresto per il partito del presidente Recep Tayyp Erdogan. Domenica 31 marzo si sono tenute in tutta la Turchia le elezioni amministrative e i risultati sono stati disastrosi per il Sultano.

La guida della capitale Ankara è passata dal Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP) a quello di opposizione, il socialdemocratico Partito Popolare Repubblicano (CHP). È la prima volta dal 2003, anno in cui fu eletto primo ministro, che Erdogan subisce quella che può essere considerata una vera e propria sconfitta elettorale, nonostante il margine ottenuto negli altri territori.



Ancora più clamorosi i risultati registrati a Istanbul, la città più popolosa del paese e che da sola vale un terzo del Pil turco, dove l’opposizione ha vinto dopo 25 anni. Secondo i dati ufficiali diffusi dall’agenzia statale Anadolu, il candidato dell’opposizione turca Ekrem Imamoglu è stato eletto sindaco con il 48,79% dei consensi, circa 25 mila voti in più dell’ex premier Binali Yildirim, candidato dell’Akp del presidente Recep Tayyip Erdogan, fermatosi al 48,51%. Il partito di Erdogan ha tuttavia già annunciato di voler contestare i risultati, presentando ricorso nei prossimi giorni alla Commissione elettorale suprema (Ysk) di Ankara. Secondo l’Akp, ci sarebbero circa 320 mila schede da ricontare.

Il CHP ha vinto anche a Smirne, la terza città della Turchia, e ha agguantato anche tutta la fascia mediterranea, sottraendo alla destra islamica e nazionalista Adana e Antalya, centri chiave per l’economia e il turismo. A livello nazionale, l’AKP ha comunque ottenuto la percentuale di voti più alta tra i diversi partiti: quasi il 45 per a fronte del 30 conquistato dal CHP, un risultato quello dell’opposizione che a prescindere viene considerato come un successo, tenendo conto del fatto che la quasi totalità dei media in Turchia è a favore del governo e della realtà politica del Paese.

L’esito delle amministrative era molto atteso in Turchia e viene visto come una sorta di referendum su Erdogan, rieletto presidente (tra le polemiche) lo scorso giugno. Lo stesso Erdoğan aveva detto che queste elezioni riguardavano la «sopravvivenza» del paese e dell’AKP.

Il problema è che, nel frattempo, la Turchia è entrata in recessione economica, per la prima volta in 10 anni. Nell’ultimo anno infatti i parametri economici sono sensibilmente peggiorati: la disoccupazione ha sfondato quota 10% (al 30% quella giovanile), mentre l’inflazione ha toccato quota 20%. In caduta libera la lira turca, che nel 2018, ha lasciato sul terreno il 28% del suo valore, mentre la fiducia degli investitori stranieri continua a scendere.

Nonostante Erdogan rimanga il politico più popolare, le difficoltà economiche che il Paese sta affrontando cominciano a presentare il conto dal punto di vista elettorale.

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