Da poche settimane è disponibile sulle piattaforme online e nelle librerie un’opera che mancava nel panorama editoriale italiano dal titolo, peraltro, davvero felice: Donne con obiettivi – merito a chi lo ha ideato.
Il titolo richiama subito una pietra miliare del cinema delle origini e di tutti i tempi, oggi restaurato e disponibile su Mubi: “L’uomo con la macchina da presa”, del cineasta e teorico russo Dziga Vertov. Un film così moderno che sembra realizzato in CGI. Il film mostra in modo eloquente come il cinema sia progressivamente riuscito nell’impresa di affrancarsi dalle arti che ne hanno accompagnato la nascita.
Con Vertov e maestri come Méliès, Porter, Ėjzenštejn, il medium conquista un codice espressivo autonomo e identitario che segna la maturità dell’arte filmica come arte di sintesi.
Ciò non diminuisce in alcun modo il ruolo decisivo della fotografia, fondamento essenziale di ogni linguaggio visivo in ogni ambito artistico.
Non è un caso che Vertov insista sul motivo dell’occhio in macchina, spesso inquadrato attraverso l’obiettivo: è il simbolo di un nuovo sguardo sul mondo.
È un leitmotiv che riecheggia persino nel logo delle prime versioni di Photoshop che mostrava un occhio circondato da un ovale blu, come se fosse visto da una lente fotografica o da un obiettivo.
Un libro speciale
Torniamo al libro. Donne con obiettivi, ideato e scritto dalle fotografe e artiste fiorentine Susanne John e Giovanna Sparapani, è un viaggio attraverso i profili di 40 fotografe contemporanee, nate nella seconda metà del Novecento.
Artiste diverse per provenienza, personalità e stile, ma unite dalla passione di raccontare il mondo attraverso il loro obiettivo. Il libro, peraltro, è frutto di una ricerca durata anni.
Le protagoniste del libro si sono tutte formate e operano in contesti culturali e geografici molto diversi ma tutte sono unite dallo stesso obiettivo: raccontare il mondo attraverso i loro scatti.
Questo volume è il naturale proseguimento di Messe a fuoco. 2022 (altro titolo felice, al femminile), che aveva raccolto le storie di quaranta pioniere capaci di infrangere il soffitto di cristallo della fotografia.
Da quattro continenti
Di Donne con obiettivi potete intanto leggere l’introduzione qui, dove troverete anche l’elenco completo delle artiste trattate nel volume, la cui scoperta potrebbero essere una felice sorpresa per il grande pubblico.
In questo e in prossimi articoli vi proporremo il ritratto di quattro artiste, adattato allo spazio a nostra disposizione. Iniziamo con la napoletana Raffaela Mariniello, il cui profilo è curato da Giovanna Sparapani.
Le altre tre artiste che vi presenteremo, Angelica Dass, Zanele Muholi e Spandita Malik, provengono da tre continenti diversi, a riprova – se ce ne fosse bisogno – dell’universalità del linguaggio fotografico.
Raffaela Mariniello: Tra memoria e trasformazione

Raffaela Mariniello nasce a Napoli nel 1961 e attualmente divide la propria attività tra il capoluogo partenopeo e Milano, portando avanti una ricerca fotografica segnata da una forte profondità contemplativa.
Dopo gli studi linguistici scopre la passione per la fotografia. Autodidatta ma guidata da uno zio giornalista, acquisisce le prime conoscenze nel campo del reportage, che tuttavia abbandona presto.
Il metodo frenetico e concitato del reportage non si addice al suo temperamento artistico. Preferisce infatti creare immagini più meditate e contemplative, dedicando il necessario tempo alla riflessione e alla composizione.
Si iscrive all’Istituto Le Grenoble di Napoli, dove scopre e sperimenta l’uso del cavalletto per le lunghe esposizioni. Utilizza il banco ottico che la porta a prediligere il bianco e nero sviluppato rigorosamente in camera oscura.
Questa tecnica artigianale la affascina profondamente e la accompagnerà nel corso degli anni successivi. Il suo percorso artistico si snoda attraverso quattro decenni di incessante sperimentazione espressiva e ricerca linguistica.
L’indagine sui luoghi di trasformazione
La sua ricerca si esprime nell’impiego di differenti mezzi espressivi, spaziando dal raffinato bianco e nero al colore, dal video al lungometraggio, sempre alla ricerca di nuovi linguaggi creativi.
Conduce un’indagine attenta sulle marginalità, concentrandosi sui luoghi in cui è accaduto qualcosa di significativo o dove è in atto un processo di mutamento sociale e culturale.
Sin dagli anni Ottanta la sua ricerca si orienta verso tematiche di carattere sociale e culturale: rivolge un particolare sguardo ai processi di trasformazione del paesaggio urbano nell’epoca post-industriale.
Nel 1991 realizza un importante reportage sullo stabilimento siderurgico Italsider di Bagnoli in occasione della sua definitiva chiusura, documentando questo momento cruciale nella storia dell’industria italiana del 900.
Le fotografie, esposte tanto a Napoli quanto in altre città europee, confluiscono nel volume Bagnoli, una fabbrica (Electa), che raccoglie cinquanta immagini di forte intensità espressiva, tutte realizzate in bianco e nero.
La sperimentazione tecnica e concettuale
Raffaela coglie pienamente la portata dei problemi sociali nati dalla chiusura dell’Italsider. I suoi scatti catturano l’atmosfera “infernale” che aleggia tra le rovine dello storico stabilimento siderurgico.
A metà degli anni Novanta, lo Studio Trisorio di Napoli ospita la mostra Moltitudini, dove emerge la predilezione dell’artista per la sperimentazione di tecniche inedite e allestimenti originali e innovativi.
Moltitudini consisteva in un’installazione foto-scultorea realizzata mediante diversi pannelli collocati a distanze variabili dalla parete. Ne nasceva un gioco percettivo tra dimensione fotografica e spazio architettonico.
Le fotografie ritraevano due soggetti apparentemente diversi – alici e chiodi – che tuttavia in bianco e nero risultavano sorprendentemente simili, mostrando come la fotografia possa alterare e ingannare la percezione della realtà.
Questa profonda riflessione sulla natura intrinseca della fotografia la porta a una dichiarazione importante. Questa: “Quel che vediamo rappresentato in fotografia non rispecchia affatto la realtà. La fotografia non è la realtà assoluta”.
Napoli e le visioni urbane contemporanee
A dieci anni di distanza dal lavoro sulla dismissione di Bagnoli, Raffaela dedica alla sua città natale una serie dal titolo evocativo Napoli veduta immaginaria, composta da fotografie urbane scattate al crepuscolo.
Ne scaturiscono visioni di paesaggi periferici punteggiati da elementi naturali. La Mariniello privilegia i tempi di posa prolungati e l’impiego calibrato del flash quali strumenti tecnico-compositivi di primaria importanza.
Tali accorgimenti le consentono di trasfigurare scorci reali di desolazione in scenari di natura metafisica con atmosfere cupe e plumbee che porgono una visione poetica della metropoli contemporanea.
Il significativo progetto trova compiuta espressione nel volume Napoli veduta immaginaria, edito nel 2001, che consolida in modo definitivo la sua indagine sui paesaggi urbani in continua mutazione.
Nel quinquennio 2006-2011 si dedica con particolare intensità alla realizzazione di Souvenirs d’Italie, articolata serie di immagini a colori di grande formato realizzate nei centri storici delle più celebri città d’arte della penisola.
Da Bagnoli al cinema
Nel 2013 Mariniello rivolge nuovamente la propria attenzione al comprensorio di Bagnoli, focalizzandosi sul complesso della Città della Scienza devastato da un incendio doloso che ha vanificato ogni tentativo di rinascita.
L’anno dopo l’artista elabora, presso lo Studio Trisorio, un progetto di notevole complessità che si snoda attraverso molteplici registri espressivi: installazione, light box, fotografia e il video emblematico Still in Life.
Le macerie e la cenere sono sublimate dal lavoro dell’artista, nei quali ella vede forti segni di resilienza. La Città della Scienza evoca una Pompei contemporanea, dove orrore e bellezza si fondono. Quest’opera di particolare rilevanza è stata donata al Museo Madre di Napoli e ora è parte della collezione permanente.
Instancabile sperimentatrice, nel 2022 si cimenta con il cinema realizzando “ZioRiz”, lungometraggio che mostra un moderno Caronte lungo il Volturno: un documentario raffinato che rivela la formazione fotografica dell’autrice.