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Dazi Usa, in arrivo il verdetto della Corte Suprema: i dieci punti critici che stanno mettendo a rischio l’economia a Stelle e strisce

La Corte Suprema americana si pronuncerà a breve sui dazi: una decisione che può sconvolgere la politica e l’economia americane. Nonostante Trump si ostini a dire che va tutto bene e che i dazi portano miliardi nelle casse Usa, l’economia a stelle e strisce mostra sempre più criticità. Ecco quali sono

Dazi Usa, in arrivo il verdetto della Corte Suprema: i dieci punti critici che stanno mettendo a rischio l’economia a Stelle e strisce

Uno dopo l’altro, man mano che l’economia americana sembra peggiorare, gli aumenti delle tariffe doganali partiti ad agosto vengono dimezzati o rinviati e addirittura annullati e su cui a breve si pronuncerà la Corte Suprema (inizialmente il verdetto era atteso per venerdì 9 gennaio, poi la data è slittata a mercoledì 14). Ultimi in ordine di tempo i dazi del 50% su mobili e pasta, rimandati di un anno. Eppure, come spesso hanno sottolineato, compiaciuti, i portavoce governativi Usa, i dazi entrati in vigore in agosto avrebbero avuto ricadute positive sul deficit e non avrebbero avuto effetti particolarmente negativi sull’inflazione, sull’occupazione, sulle forniture. Non è così. I maggiori esperti di geopolitica e economia hanno sottolineato che gli effetti si sono sentiti eccome. E che il 2026 sarà investito da una ondata di conseguenze decisamente pesanti. Dalle numerose cronache locali, dalle rilevazioni di alcuni Stati e di centri di ricerca affidabili sono già usciti dati e trend parecchio preoccupanti. Sono 10 i punti critici della politica governativa dei dazi.

1- I dati fermi al 3° trimestre

In realtà i pochi dati reali, che dovrebbero autorizzare questo ottimismo, non esistono, perché le ultime rilevazioni ufficiali del Bureau of Labour Statistics Usa, rimasto chiuso come tutti gli uffici governativi dal 1° ottobre al 12 novembre, arrivano soltanto al terzo trimestre. Un ottimismo, dunque, basato su erronee deduzioni.

2 – La corsa a importare

Già da novembre, quando Trump, vincitore delle elezioni, annunciò aumenti tariffari a due cifre, cominciò un frenetico giro di ordinativi dagli Stati Uniti ai fornitori di tutto il mondo, per riempire i magazzini ed evitare i sovrapprezzi. E’ questo che ha avuto riflessi positivi sull’economia. Poi, sono cominciati i problemi.

3 – I danni alle Pim

Innanzitutto, ben prima di agosto, a essere danneggiati sono stati i piccoli importatori, produttori, distributori, che sfuggono in buona parte alle statistiche nazionali. E poi ci sono le reazioni dei paesi colpiti cominciate ben prima di agosto, con tagli degli acquisti di prodotti tipici made in Usa, a partire dagli alcolici, come il celebre Bourbon. Jim Bean ha interrotto per esempio la produzione del suo Bourbon nella fabbrica di Clermont nel Kentucky, licenziando i dipendenti.

4 – Le ritorsioni contro il made in Usa

Un sondaggio Kpmg indica che i prodotti americani stanno perdendo terreno rapidamente. “Il 60% delle aziende ha segnalato un calo delle vendite all’estero nei primi sei mesi di applicazione dei dazi di Trump. Ad esempio, le esportazioni di liquori statunitensi sono crollate del 9% nel secondo trimestre di quest’anno, con forti cali in Unione europea, Canada, Gran Bretagna e Giappone, che insieme acquistano circa il 70% di queste esportazioni”. La Cina, un tempo cliente chiave per i prodotti agricoli statunitensi, si è rivolta – sottolinea Kpmg – all’Argentina e ad altri fornitori, e le esportazioni totali di soia statunitensi sono diminuite del 23% quest’anno.

5 – I processi per danni

Big come Costco, Revlon e Kawasaki Motors hanno intentato cause milionarie contro il governo statunitense perché l’aumento dei “balzelli” doganali, che ha provocato a sua volta forti incrementi delle materie prime e dei componenti importati, sono diventati insostenibili per le catene di approvvigionamento. Con pesanti perdite in ogni categoria delle manifatture. Sono centinaia i processi pesantissimi intentati contro il governo.

6 – Licenziamenti già a gennaio

John Deer, che importa acciaio e alluminio per i suoi macchinari ha avuto danni per 300 milioni di dollari già nel primo trimestre 2025, ed ha licenziato i suoi 200 dipendenti. La stessa decisione è stata presa da centinaia e centinaia di piccole a e medie aziende. E infatti il Bureau of Statistics ha subito comunicato di aver registrato in pochissimi mesi 33mila licenziamenti. Aumentati anche per l’incertezza della politica governativa.

7 – I salatissimi costi per le Pim

Fortune ha pubblicato il 29 dicembre una lista impressionante di danni: le piccole imprese importatrici pagano ogni mese in più circa 25 mila dollari; da aprile a settembre 236mila di questi importatori hanno sborsato in media oltre 150 mila dollari in più rispetto al 2024, su dati forniti dalla Camera di Commercio centrale. In sei mesi le aziende con meno di 50 dipendenti hanno pagato in media oltre 86 mila dollari in più e questo onere salirà nel 2026 a 500 mila dollari. Una quota molto alta chiuderà i battenti. I licenziamenti già hanno superato quota 120 mila. Un ultimissimo pesante onere, l’estensione delle tariffe de minimis, ai piccoli pacchi importati, sta creando nuove costose regole burocratiche con complicatissimi moduli doganali. L’Ups è sommersa da un arretrato doganale a causa di questo nuovo impegno.

8 – I danni per i consumatori

Goldman Sachs in una delle sue analisi recentissime ha reso noti i nuovi costi derivanti dalle tariffe doganali: il 18 per cento se lo accollano gli esportatori esteri, il 22 per cento le aziende Usa e il 5 per verrà evaso. Il restante 55 per cento lo stanno pagando e lo pagheranno i consumatori con un consistente aumento dei listini. E dell’inflazione.

9 – Logistica travolta

Mancano i prodotti e molti scaffali sono rimasti vuoti in occasione delle vendite di fine anno. Per esempio, il 90 per cento dell’elettronica di consumo proviene dall’Asia da dove arriva anche l’immensa catena di tools e componenti essenziali per le fabbriche americane. Che si sono fermate in parecchi Stati. Da notare che i big di Internet e dell’informatica, come diverse altre mega società, sono stati…graziati con l’esenzione dalle tariffe per i loro prodotti importati. Un trattamento riservato però solo a chi aveva finanziato il partito. Trump ha imposto anche un dazio occulto sui derivati dell’acciaio e dell’alluminio e cioè una ondata di documentazioni nuove (sino alla più piccola vite), da compilare così molti esportatori europei hanno interrotto le vendite negli Usa. Il primo di una serie è stato subito uno dei maggiori produttori europei di attrezzature agricole, Krone, che ha interrotto le vendite negli Stati Uniti. Per gli agricoltori americani in attesa delle attrezzature per la raccolta, ciò significa ritardi, carenze e costi più elevati in futuro.

10 – Si muovono corporation e associazioni

Dopo un primo momento “riflessivo” molto soft onde evitare le reazioni brutali del Presidente, si sono mossi i “pilastri” dell’economia americana preoccupati per la crisi di molti settori. Una delle più potenti e autorevoli associazioni, la Cta, Consumer technology association (1.300 imprese, giro d’affari 505 miliardi di dollari, 18 milioni di addetti) ha per ben tre volte, energicamente e sin dal 2024 avvisato dei rischi della sua politica tariffaria. La National retail federation, che riunisce i commercianti americani, ha affrontato il Congresso con parole molto dure: “Le piccole e medie imprese statunitensi sono colpite in modo spropositato”. Il contributo di Nrf all’economia supera i 5,3 trilioni di dollari ed è il maggior datore di lavoro del Paese. La Confindustria Usa, la National association of manufacturers (14 mila imprese, 2,93 trilioni di dollari come contributo all’economia, 13 milioni di addetti) ha espresso critiche soprattutto per i dazi all’import da Messico e Canada, lamentando che per 9 mesi consecutivi le esportazioni sono in calo proprio per la politica tariffaria. Critiche ancora più decise dalle Camere di Commercio degli Stati Uniti che vantano 3 milioni di aziende associate e 880 imprese iscritte. E questo è solo un parziale elenco che però ha già costretto il Presidente con la forza dei milioni e milioni di votanti a tornare sui suoi passi.

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