Qual è il segreto che permette a un’azienda piccola o addirittura piccolissima di crescere nel corso del tempo e diventare una media impresa fino a entrare nel magico mondo delle multinazionali? Naturalmente non c’è una ricetta buona per tutti gli usi ma la storia che ci raccontaPaolo Bricco, inviato del Sole 24 Ore e uno dei più brillanti giornalisti della generazione di mezzo, nel suo nuovo libro “Brembo. La velocità dei freni“, edito da Il Mulino (pagg 244, euro 27) ci offre più di un indizio. E’ una storia d’impresa affascinante che la chiarezza espositiva di Bricco rende più intrigante di un romanzo e che coinvolge il lettore pagina dopo pagina.
La storia di successo della Brembo non è solo affascinante ma è anche emblematica di quel tesoro nascosto dell’economia italiana che è il cosiddetto Quarto capitalismo, quel mondo delle medie imprese manifatturiere che, conti alla mano, si è rivelato il segmento più dinamico dell’industria italiana e che da anni è più performante delle sempre più rare grande imprese, pubbliche o private che siano, e, ca va sans dire, delle piccole e piccolissime aziende.
Bricco prende per mano la Brembo da quando agli inizi degli Sessanta, in pieno boom economico, Emilio Bombassei, il padre di Alberto, “compra un tornio, un trapano a colonna e un fresa. E, insieme a Italo Breda, fratello della moglie Norina, fonda il nucleo originario della futura Brembo, chiamato Officine Meccaniche di Sombreno”, attivo nella provincia di Bergamo. L’inizio è in una stalla di due vani e la futura Brembo non è altro che una piccola azienda artigianale, ma i tratti somatici del successo futuro ci sono tutti: la passione per la meccanica e per la manifattura, il gusto dell’imprenditorialità e del lavoro, l’attenzione all’innovazione tecnologica e, poco alla volta, l’abilità commerciale. All’inizio non sono rose e fiori e Alberto Bombassei, che poi diventerà il vero patron della Brembo, ricorda quante volte la Fiat gli chiuse la porta in faccia malgrado l’azienda sapesse già produrre negli anni Settanta freni a disco di qualità. Ma, come disse impietosamente una volta Cesare Romiti: “La Brembo è un’azienda tedesca che per caso si trova in provincia di Bergamo” . Guai a rassegnarsi e nel 1964 arriva il contratto di fornitura con l’Alfa Romeo (che allora era pubblica) e poi le collaborazioni con Moto Guzzi, Ducati e Laverda. L’intersezione di Brembo tra auto e motocicletta e la sua forte identità rappresentata dai freni a disco comincia a far volare l’azienda bergamasca che nel 1975 inizia a collaborare con laFerrari con un legame che si fa via via sempre più profondo, benedetto dall’incontro di Fiorano tra Alberto Bombassei e il miticoEnzo Ferrari. Poi arriva la collaborazione sempre più stretta con la Porsche, l’avventura americana, la quotazione in Borsa e la conquista dei mercati esteri. Tutte le principali case automobilistiche e motociclistiche comperano i freni della Brembo. Innovazione e internazionalizzazione sono il paradigma del successo di Brembo che non è più la “multinazionale tascabile” di cui parlava Peppino Turani ma una multinazionale a tutto tondo che sa cavalcare la globalizzazione oltre che un’eccellenza del Made in Italy di cui si era innamorato anche quel visionario di Sergio Marchionne,. Nel Quarto capitalismo non tutti hanno avuto il successo della Brembo ma la storia dell’azienda bergamasca è un caso di scuola di un capitalismo familiare che non si è mai chiuso in se stesso e non ha demonizzato la finanza ma che, passo dopo passo, è andato e va a conquistare il mondo. Anche se la politica non sembra accorgersene.
