Le elezioni presidenziali di un piccolo Paese da 7,5 milioni di elettori, con un Pil che non arriva a 50 miliardi di dollari, possono attirare l’attenzione della comunità internazionale e persino del presidente degli Stati Uniti Donald Trump? Sì, se quel Paese è ricchissimo di litio, una delle materie prime cosiddette “critiche”, cioè decisive per l’economia globale in tempi di transizione energetica e quindi prezzatissima sul mercato. E’ questo il caso della Bolivia, che con le elezioni presidenziali appena svolte ha voltato pagina dopo il ventennio socialista rappresentato da Evo Morales, primo leader indigeno a salire al potere ma poi finito in una parabola discendente culminata con l’ineleggibilità per tentato colpo di Stato e con l’indecorosa condanna per violenze sessuali su minori. Al ballottaggio di domenica 19 ottobre si sono dunque presentati due candidati entrambi di destra e l’ha spuntata Rodrigo Paz Pereira, con il 54,6% delle preferenze.
Quiroga aveva esplicitamente promesso un riallinamento sull’asse di Washington
Il risultato ufficiale definitivo arriverà solo tra qualche giorno ma intanto è certo che la vittoria del 58 enne ex senatore non sarà senza ripercussioni sul piano geopolitico, anzi rovescerà letteralmente il tavolo. Alla vigilia del voto sia Paz che l’avversario Jorge Tuto Quiroga avevano esplicitamente promesso un riallineamento del Paese andino sull’asse di Washington, dopo una lunga fase di ammiccamento con la Cina e soprattutto con la Russia di Vladimir Putin, culminata con l’ingresso della Bolivia nei Brics, che ormai è un club anti-Occidente nella cui orbita ci sono pure Iran, Cuba e Venezuela, tanto per dire.
E a proposito di Venezuela e di Colombia, che sono i due Paesi del Sudamerica ai quali Trump ha dichiarato apertamente guerra, accusando entrambi i presidenti – Nicolas Maduro e Gustavo Petro – di essere leader del narcotraffico e schierando l’esercito al largo di Caracas, non è un caso che Quiroga abbia detto a chiare lettere che “la Bolivia non sarà più il santuario dei narcos”, e che pure il vincitore Paz sia assolutamente su quella linea.
Dopo le tensioni con Venezuela e Colombia, Trump trova nella Bolivia un alleato strategico in Sudamerica
Come a mettere subito in chiaro che da adesso le cose cambiano, soprattutto dopo aver visto le conseguenze dell’opposizione a Washington per Colombia e Venezuela: alla prima, la cui economia dipende da buoni rapporti con gli Usa, Trump ha tagliato gli aiuti finanziari per contrastare il traffico di droga (oltre che aver precedentemente rispedito a casa i migranti illegali residenti in Nordamerica sotto la minaccia di aumentare i dazi), con la seconda invece il tycoon è già passato alle maniere forti, quelle diciamo non esattamente da Nobel per la Pace.
L’esercito statunitense, che già controlla il mare di fronte a Caracas, è infatti pronto ad un attacco di terra, secondo indiscrezioni riportate dal New York Times, e la sensazione è che ormai Maduro abbia i giorni o al massimo le settimane contate. La Bolivia non vuole questo e quindi tutto lascia pensare che accontenterà Trump non solo sul narcotraffico ma soprattutto sul litio, di cui gli Stati Uniti hanno disperatamente bisogno per rispondere al vantaggio preso da Pechino sulle commodities critiche.
La Bolivia possiede riserve di litio stimate in 23 milioni di tonnellate
Al momento il potenziale boliviano è in buona parte inespresso ma quel poco che già viene estratto delle 23 milioni di tonnellate stimate sul proprio territorio (in particolare nel Salar de Uyuni) finisce ad aziende russe o cinesi. Questo grazie ad accordi presi dal precedente governo di Luis Arce, secondo una legge ancora in vigore – e che verosimilmente il nuovo presidente si affretterà ad abrogare – che prevede il rigoroso controllo statale sulla produzione e la vendita di litio per questioni di “sicurezza nazionale”.
Una legge anti-imperialista voluta all’epoca da Evo Morales ma che verrà sicuramente smantellata, dato che Quiroga ha posizioni liberiste e vuole inondare il Paese di dollari per far ripartire un’economia che non era così in crisi da almeno 40 anni. Il ventennio socialista infatti ha inizialmente dato una grande spinta verso lo sviluppo e il benessere, ma negli ultimi anni la Bolivia è piombata in una recessione pesantissima, con una parabola che ricorda quella argentina: inflazione alle stelle, dollari introvabili e costi di beni alimentari e carburanti inaccessibili.
