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Alessandro Foti (Finecobank): “Il boom del risparmio gestito non è una moda passeggera e durerà”

INTERVISTA AD ALESSANDRO FOTI, ad di Finecobank – “Il risparmio è senz’altro la miglior industria italiana” e il boom dei fondi è un fatto “epocale” dovuto ai bassi rendimenti dei titoli di Stato, alle tecnologie e al bisogno di consulenza – Finecobank è vicina al milione di clienti e dall’inizio dell’anno quelli nuovi sono 40mila – Performance del 40%.

Alessandro Foti (Finecobank): “Il boom del risparmio gestito non è una moda passeggera e durerà”

“Il risparmio è senz’altro la miglior industria italiana”. Ne è convinto Alessandro Foti, amministratore delegato e artefice, fin dalla nascita nel 1998, dell’irresistibile avanzata di FinecoBank, punta di diamante del gruppo Unicredit. Un’affermazione che trova ulteriore conforto nella crescita della raccolta dell’istituto:494 milioni (+42% rispetto a dodici mesi prima) nel solo mese di aprile, in linea con l’espansione di tutto il 2015 (2.106 milioni, +50%), trainata in particolare dai risultati raggiunti dalla rete dei promotori (1.909 miliardi di euro, +53% rispetto al periodo gennaio-aprile 2014). Ancor più impressionante è la dimensione raggiunta dalla platea dei clienti: quasi un milione (994.000, per l’esattezza) grazie anche all’arrivo di 40 mila nuovi clienti da inizio anno “frutto per lo più del passaparola – commenta Foti – perché sono convinto che la migliore politica promozionale passa dalla soddisfazione dei clienti”.

La nave va, insomma. Così solida e robusta da poter affrontare una possibile burrasca dei mercati senza imbarcare acqua. A tutto vantaggio delle coronarie dei clienti e degli azionisti, premiati nel 2015 da una performance nell’ordine del 40 per cento. Ma andrà sempre così? Oppure il boom dell’industria del risparmio, una volta esaurita la prima onda del Quantitative Easing, è destinata a ridimensionarsi? Assolutamente no, risponde Foti, il banchiere che ha avuto il coraggio di scommettere sulla banca via personal computer quando la stragrande maggioranza degli italiani ignorava i rudimenti del digitale.

“La crescita del settore – spiega – non è una moda passeggera, bensì il riflesso di un cambiamento epocale. Partiamo da un’osservazione troppo spesso trascurata: l’Italia è un Paese ricco, con un patrimonio complessivo in mano alle famiglie di 9 mila miliardi di euro, se consideriamo anche gli immobili. Una ricchezza di 4 mila miliardi tra liquidità ed investimenti mobiliari in mano ad una popolazione che ha alle spalle secoli di parsimonia contadina, alla costante ricerca di sicurezza. Specie nei momenti di crisi, in cui addirittura si amplifica la vocazione al risparmio, ben superiore a quelli che si riscontra su altri mercati”.

E’ un fenomeno di lunga durata, mica una novità.

“La novità sta nei rendimenti poco sopra lo zero dei titoli pubblici che obbligano a scelte più pensate per far fruttare il denaro. Ma anche all’affermarsi della consapevolezza che non tutto le banche sono eguali. Anzi, oggi gli istituti possono fallire ed i risparmiatori posso avere sgradite sorprese. Di qui la sempre maggior ricerca della consulenza, un terreno poco battuto dalle banche tradizionali, che hanno sempre praticato, piuttosto, la vendita di prodotti finanziari. A rivoluzionare il mercato ci ha pensato poi anche la tecnologia”.

In che senso?

“L’Italia è partita in ritardo rispetto ad altri Paesi, ma oggi il gap digitale è stato in pratica colmato. Anche dalle persone anziane, sempre più a proprio agio con pc e smartphone. La novità ha profondamente cambiato il panorama dei servizi bancari e ha favorito l’affermazione del nostro modello: un’unica piattaforma digitale, sia per i rapporti con la propria banca che per la consulenza”.

E qui sta il segreto del vostro modello, per certi versi unico nel panorama europeo.

“La nostra missione da sempre, è di inseguire, grazie all’innovazione, la miglior efficienza possibile e di metterla al servizio del cliente. La miglior pubblicità possibile è la soddisfazione del cliente che, nel corso del tempo, può prender atto del livello delle nostre commissioni e fare gli opportuni confronti. Non a caso i dati più recenti attestano che stiamo guadagnando terreno nella clientela di fascia alta, a conferma che anche i clienti più esigenti hanno preso atto della nostra efficienza”. 

Parliamo di Borsa. Qual è la quota in mano al mercato? 

“Il 35 per cento, con una sensibile presenza di investitori istituzionali”.

Unicredit potrebbe ridurre la sua partecipazione?

“Ovviamente non è materia di mia competenza. Ma posso dire che non è in discussione l’appartenenza al gruppo Unicredit”.

Pensate ad espandervi all’estero come fanno alcuni vostri concorrenti?

“No, il mercato migliore è di gran lungo quello italiano di cui noi controlliamo solo l’1,34%. Le possibilità di crescita sono enormi, Così come le opportunità per la crescita del Paese se venisse messo a punto un piano per aumentare l’efficienza dei 4 mila miliardi detenuti dalle famiglie. Un solo 1% di rendimento in più vorrebbe dire 40 miliardi, tra crescita ed entrate fiscali, in più”. 

Che cosa si augura al proposito?

“Un progetto organico, basato su una svolta culturale di un Paese curioso: da una parte pratichiamo il risparmio più degli altri, dall’altra sul piano ideologico lo demonizziamo con tasse che hanno più valore ideologico che pratico”. 

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