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Accadde Oggi – 65 anni fa la Baia dei Porci: dalla disfatta Usa contro Castro al nuovo pressing di Trump

A 65 anni dal fallimento della Baia dei Porci, Cuba torna al centro della pressione Usa. Dalla disfatta del 1961 alla nuova pressione di Trump

Accadde Oggi – 65 anni fa la Baia dei Porci: dalla disfatta Usa contro Castro al nuovo pressing di Trump

Sono passati 65 anni dalla Baia dei Porci, la disfatta che nell’aprile del 1961 segnò una delle più gravi umiliazioni della politica estera americana del dopoguerra. Ma oggi Cuba non è soltanto un capitolo della Guerra fredda. È tornata nel mirino di Donald Trump, che dopo Venezuela e Iran, e senza smettere di agitare altri dossier come quello della Groenlandia, continua a tenere l’isola al centro della sua strategia di pressione globale. Il pensiero di Cuba, alla Casa Bianca, non è mai scomparso. E lo ha confermato lo stesso Trump appena ieri, quando alla domanda se l’isola fosse “la prossima” (vittima) ha risposto così: “Dipende da quale sia la tua definizione di azione militare”. Una frase solo in apparenza evasiva, ma sufficiente a riaccendere il peso della storia.

La Baia dei Porci, così, smette di essere una semplice ricorrenza della Guerra fredda e torna a parlare al presente. Perché mentre Washington rialza la pressione su L’Avana, Cuba è di nuovo schiacciata tra crisi interna e minacce esterne: blackout, carenza di carburante, ospedali in affanno, tensione diplomatica crescente. È in questo scenario che l’anniversario del fallimento del 1961 acquista un significato nuovo e insieme antichissimo.

La domanda, in fondo, è la stessa di allora. Fino a che punto gli Stati Uniti sono disposti a spingersi per piegare Cuba?

Quando Washington decise di abbattere Castro

Nel 1961 la rivoluzione cubana era ancora giovane, ma aveva già spostato gli equilibri dell’intero continente. Fidel Castro aveva rovesciato Batista, sfidato frontalmente l’influenza americana nei Caraibi e aperto un conflitto politico, economico e strategico con Washington. Le nazionalizzazioni, la rottura con gli interessi statunitensi sull’isola e il progressivo avvicinamento all’Unione Sovietica trasformarono Cuba, agli occhi degli Stati Uniti, in un problema da neutralizzare prima che diventasse un precedente per tutta l’America Latina.

Da qui nacque il piano della Cia. Addestrare esuli cubani anticastristi, farli sbarcare sull’isola, provocare una rivolta interna e rovesciare il governo rivoluzionario. Il progetto era stato concepito sotto Eisenhower, ma fu John Fitzgerald Kennedy a ereditarlo e autorizzarlo pochi mesi dopo il suo insediamento. Doveva essere, sulla carta, un’operazione rapida, indiretta, formalmente non americana. In realtà era già incrinata alla vigilia poiché il piano era trapelato, i servizi cubani erano stati allertati e dentro la stessa amministrazione americana non mancavano dubbi, allarmi e giudizi negativi.

Eppure la macchina partì lo stesso. A Washington prevalse la convinzione che il regime castrista fosse più fragile di quanto apparisse e che bastasse una scintilla per farlo crollare. Fu l’errore decisivo.

Lo sbarco e il crollo dell’operazione

Il 17 aprile 1961 circa 1.400 uomini della Brigata 2506 sbarcarono nella Baia dei Porci, sulla costa meridionale di Cuba. Erano esuli cubani addestrati e sostenuti dalla Cia. Il piano prevedeva che i bombardamenti preliminari distruggessero l’aviazione di Castro e preparassero il terreno a un’offensiva rapida. Ma già quella fase si rivelò insufficiente. Il secondo attacco aereo, decisivo per completare l’operazione, fu cancellato, lasciando alle forze cubane tempo, spazio e mezzi per reagire.

Da quel momento la missione cominciò a disfarsi. Gli aerei castristi sopravvissuti colpirono le navi che trasportavano munizioni, carburante, radio e rifornimenti. Il terreno, tra fondali difficili, barriera corallina e paludi, trasformò la testa di ponte in una trappola. E invece di innescare una sollevazione popolare contro Castro, lo sbarco trovò davanti a sé una risposta rapida, organizzata e numericamente superiore.

Nel giro di tre giorni tutto precipitò. Gli uomini della Brigata 2506 rimasero isolati, senza copertura adeguata e senza reali vie di fuga. Molti furono uccisi, altri catturati. Il 19 aprile il verdetto era ormai scritto. Quella che doveva essere la dimostrazione della capacità americana di cambiare il corso della storia a Cuba si era trasformata in un fallimento clamoroso, politico prima ancora che militare.

Da Kennedy a Trump, il precedente che non smette di pesare

La Baia dei Porci rafforzò Castro invece di abbatterlo. Consolidò il suo potere interno, accelerò l’abbraccio con Mosca e preparò il terreno alla crisi dei missili del 1962, il momento in cui il mondo si avvicinò più pericolosamente allo scontro nucleare. Per Kennedy fu una sconfitta umiliante, per Cuba, la prova di aver respinto il gigante americano.

Sessantacinque anni dopo, quella lezione torna a galla. Non perché la storia si ripeta in modo meccanico, ma perché il nodo resta identico: Cuba continua a essere, per Washington, molto più di un’isola caraibica. È un simbolo politico, un banco di prova ideologico, un dossier che ogni stagione di tensione riporta in primo piano. Non a caso, proprio nei giorni dell’anniversario, a Miami i veterani della Brigata 2506 hanno inaugurato un nuovo museo dedicato allo sbarco del 1961, mentre Miguel Díaz-Canel ha avvertito gli Stati Uniti che un attacco contro l’isola o un tentativo di deporlo provocherebbero una forte reazione e destabilizzerebbero l’intera regione.

Ed è qui che la Baia dei Porci torna ad avere un significato pienamente contemporaneo. Perché il suo vero lascito non è solo il fallimento di uno sbarco, ma la dimostrazione che quando gli Stati Uniti pensano di piegare Cuba dall’esterno, la partita può sfuggire di mano. Accadde nell’aprile del 1961. E oggi nell’America di Trump, tra pressione economica, ambiguità strategica e minacce sempre meno velate, quel precedente torna a pesare come un monito: forzare la storia è semplice, controllarne gli effetti molto meno.

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