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A Roma serve un sindaco, non apprendisti stregoni

La campagna elettorale per l’elezione del nuovo sindaco di Roma è partita col piede sbagliato: anziché concentrarsi sulla soluzione dei problemi che hanno portato al degrado della Capitale è diventata il teatro di manovre trasformistiche che hanno l’unico obiettivo di sconfiggere Renzi ma che non hanno nulla a che vedere con i veri interessi dei cittadini – Resta un dubbio: quello della Raggi e della Meloni è opportunismo o dilettantismo?

A Roma serve un sindaco, non apprendisti stregoni

Chi vive a Roma sa benissimo quali sono i problemi della città. E lo sa anche che ci passa qualche giorno per turismo o per lavoro. Una città meravigliosa e unica al mondo ma degradata dalle inqualificabili amministrazioni che l’hanno rovinosamente e colpevolmente gestita negli ultimi dieci anni. Non si si salva nessuno. Non si salva la sinistra che, pur avendo alle spalle le buone amministrazioni di Argan e Petroselli e le prime legislature di Rutelli e Veltroni, ha commesso tre anni fa l’imperdonabile errore di candidare ed eleggere un sindaco palesemente incapace come Ignazio Marino salvo accorgersene troppo tardi. Men che mai si salva la destra, che dopo le disastrose amministrazioni di Storace alla Regione e di Alemanno al Comune che hanno procurato danni economici e morali enormi a Roma e al Lazio, dovrebbe avere il buon gusto di ritirarsi dalla scena pubblica per almeno mezzo secolo. Meno complicità hanno certamente i grillini solo perché non hanno governato ma la cui affidabilità è inversamente proporzionale all’ambiguità in cui si sta distinguendo la loro capolista per il Campidoglio Virginia Raggi.

Traffico, servizi pubblici, rifiuti, casa, lavoro, dissesto di bilancio, mafia e malaffare e soprattutto un’amministrazione comunale inefficiente, costosa, assenteista e molto corrotta. I problemi di Roma sono principalmente questi, unitamente alla costante sottovalutazione dell’importanza della manutenzione, malgrado la colpevole incuranza della seconda amministrazione Veltroni per l’atavica emergenza delle buche nelle strade (un problema che sembra banale ma non lo è affatto) abbia contribuìto dieci anni fa a screditare la sinistra e ad aprire la strada del Campidoglio alla destra.



Se così stanno le cose, sarebbe logico attendersi che ogni candidato sindaco spiegasse come intende risolvere e con chi i problemi di Roma, non con proposte infantilmente mirabolanti ma con la concretezza e l’immediatezza delle soluzioni possibili. Purtroppo non è quello che sta succedendo. Salvo qualche timido tentativo di Roberto Giachetti e di Alfio Marchini, tutti gli altri candidati alla guida di Roma (Bertolaso finora missing) sembrano occuparsi d’altro e soprattutto di un miraggio che può interessare la politica nazionale ma che non sfiora nemmeno lontanamente gli spaventosi problemi della Capitale e cioè come colpire elettoralmente il premier Matteo Renzi e il suo partito, come se fossimo di fronte a un referendum popolare sulla persona. Ma con una novità per la politica italiana: il patto tra le forze anti-sistema, rappresentate principalmente dalla Raggi per il Movimento Cinque Stelle e da Giorgia Meloni per la destra populista, ad unirsi in caso di ballottaggio per sconfiggere Renzi e il Pd, con ciò rivelando che per loro i programmi sono del tutto ininfluenti e interscambiabili e che la buona amministrazione di Roma è l’ultima delle loro preoccupazioni.

C’è chi dice che questo è il giusto prezzo che il Pd deve pagare per gli errori fatti, anche se ha avuto il coraggio di compiere in extremis scelte impopolari e di cacciare l’indifendibile sindaco Marino. Sarà anche così, ma alle elezioni non si vota con lo specchietto retrovisore e, se è giusto giudicare il passato, non lo è da meno pensare a come e con chi risolvere i problemi dell’immediato futuro. Può anche essere comprensibile punire elettoralmente il Pd a Roma per gli errori che ha collezionato, ma se poi il risultato è solo quello di eleggere un sindaco ancora una volta inadeguato l’effetto boomerang è garantito.

C’è invece chi dice che premiare i grillini – purché non gridano al complotto in caso di vittoria come ha fatto l’ineffabile senatrice pentastellata Paola Taverna – sarebbe un bel modo per metterli alla prova, in una città difficile come Roma, anche se finora in tutte le amministrazioni comunali dove hanno conquistato il sindaco hanno già fallito, salvo a Parma dove – non a caso – il sindaco Pizzarotti ha prima dovuto sconfessare se stesso sull’inceneritore e poi è finito nel mirino della dittatoriale gestione Grillo-Casaleggio. In realtà queste elucubrazioni radical chic è meglio lasciarle al Guardian e all’Economist la cui improvvisata e presuntuosa conoscenza della realtà politica romana e della decantata consistenza dell’avvocatessa Raggi fa solo sorridere ma non ha il benché minimo interesse per i cittadini della Capitale, che non sono alla ricerca di apprendisti stregoni ma semplicemente di un buon sindaco e che, ogni giorno di più, si pongono tre domande rimaste finora senza risposte.

La prima è questa: se fin da ora, in caso di ballottaggio, un candidato sindaco – come succede alla Meloni o alla Raggi – dice che appoggerà il suo rivale apparentemente contrario o ne accetterà i voti, perché non votare da subito per il suo futuro alter ego? In altre parole: perché un simpatizzante della Meloni dovrebbe votarla al primo turno se poi, in caso di ballottaggio, gli verrà chiesto di sostenere la Raggi e viceversa?  Raggi e Meloni sono interscambiabili?

Seconda domanda: quello di Raggi e Meloni è solo malcelato opportunismo, comune ambiguità o reale dilettantismo?

Terza e ultima domanda: al di là dei giochi da circo equestre della Meloni e della Raggi, chi risolverà i problemi di Roma?

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