Il prezzo del rame si è stabilizzato stamane, prendendo fiato dopo una corsa in rialzo di quattro sedute di fila che lo ha portato vicino al massimo storico. Alla base del rialzo del metallo prezioso, con forte valenza anche industriale, sono i timori per la scarsità delle scorte e l’arrivo di dazi all’importazione statunitensi.
Il metallo industriale è pressoché invariato stamane al London Metal Exchange, dopo che ieri il contratto a tre mesi ha raggiunto un massimo di 14.343 dollari per tonnellata, avvicinandosi al record di 14.527,50 dollari, dopo gli ordini di ritiro di 65.400 tonnellate di metallo dai magazzini del LME nei giorni scorsi. Il rame ha guadagnato il 15% quest’anno, con gli operatori che spediscono ingenti volumi negli Stati Uniti, svuotando le scorte altrove in un momento in cui anche l’offerta mineraria è sotto pressione.
La situazione è culminata la scorsa settimana in un’impennata degli spread del Lme, con il prezzo del materiale spot che ha superato di oltre 500 dollari a tonnellata i futures a tre mesi. Da allora il divario si è ridotto, ma rimane comunque significativamente superiore alla norma. Oggi il contratto di settembre della borsa era di 150 dollari a tonnellata superiore a quello di ottobre, rispetto a meno di 50 dollari alla fine della settimana precedente, segnalando una carenza di disponibilità a breve termine.
Da quasi due mesi, il mercato globale dei metalli è in attesa di un annuncio da parte della Casa Bianca dei suoi piani sui dazi all’importazione sul rame raffinato, e il metallo ha continuato ad affluire nei porti e nelle scorte statunitensi in attesa di qualsiasi decisione.
Gli operatori stanno monitorando l’andamento delle scorte del Lme . Le ingenti consegne di metallo ai magazzini della borsa la scorsa settimana hanno contribuito ad attenuare la crisi, ma la richiesta di ritirare oltre 60.000 tonnellate di rame lunedì ha alimentato nuove preoccupazioni sull’offerta. I magazzini del Lme rappresentano una fonte di approvvigionamento cruciale e di ultima istanza per l’industria del rame fisico, e il metallo presente nei suoi depositi può essere utilizzato anche per chiudere i contratti futures in scadenza.
Anche le scorte di warrant nei magazzini della Borsa dei Futures di Shanghai sono diminuite per il quinto giorno consecutivo martedì. Stamane a Shanghai, il prezzo del rame a tre mesi, benchmark di riferimento, si attestava a 14.355,50 dollari, rimanendo vicino al massimo intraday record di 14.527,50 dollari raggiunto a gennaio.
Il contesto più ampio che sta alla base dell’impennata del prezzo del rame è la crescente domanda a lungo termine proveniente dall’intelligenza artificiale, dalle energie rinnovabili e dalle reti elettriche. E con una maggiore necessità di offerta, qualsiasi interruzione delle attività minerarie non fa che peggiorare la situazione. Secondo la società di consulenza Project Blue, il mercato globale ha perso circa 338.000 tonnellate nella prima metà dell’anno a causa di battute d’arresto nelle attività minerarie in Indonesia, nella Repubblica Democratica del Congo e in Cile. “I prezzi del rame rimangono sostenuti dai loro fondamentali”, ha scritto Jinrui Futures Co. in una nota, indicando 106.000 yuan (15.770 dollari) a tonnellata come livello di supporto sulla Borsa dei Futures di Shanghai. Attualmente i prezzi cinesi si attestano intorno ai 109.000 yuan.
Una particolarità della situazione attuale è che le scorte globali totali non sono in realtà particolarmente basse, ma sono concentrate negli Stati Uniti. Oltre alle speculazioni sui dazi, la domanda in Cina non è considerata particolarmente forte, ma le fonderie cinesi hanno avuto difficoltà con l’approvvigionamento di materie prime, aumentando la necessità di importazioni. Infatti secondo gli analisti, il rialzo riflette una carenza di rame disponibile al di fuori degli Stati Uniti, piuttosto che un deficit globale di questo metallo. L’aumento dei prezzi negli Stati Uniti ha incoraggiato gli operatori a spedire metallo nei magazzini del Comex in vista di una potenziale tariffa sul rame raffinato a partire dal 2027, riducendo le scorte altrove e rendendo quello che si prevedeva essere un mercato in surplus molto più teso nella pratica.
Anche l’oro resta in rialzo, ma con l’attenzione ai tassi di interesse Fed
Anche l’oro, che oggi è sceso leggermente, ha guadagnato circa il 7% nell’ultima settimana, ma le motivazioni del rialzo sono diverse da quelle che hanno spinto il metallo rosso: qui contano gli interventi del Tesoro statunitense sul mercato obbligazionario, con gli investitori concentrati sull’andamento dei tassi di interesse della Federal Reserve in vista dell’incontro di Jackson Hole. Oggi stesso per altro è in agenda il dato sull’inflazione statunitense che dovrebbe fornire indicazioni sulle prospettive dei tassi.
I dati deludenti sull’inflazione alla produzione e al consumo pubblicati questo mese hanno ridotto la probabilità di un aumento dei tassi di interesse a settembre. Secondo il Cme FedWatch Tool, gli operatori di mercato stimano ora una probabilità di circa il 64% che la Fed lasci i tassi invariati il mese prossimo. L’oro spesso perde il suo appeal in un contesto di tassi di interesse elevati a causa della sua caratteristica di non generare rendimento. “Se Warsh continuerà a mantenere il riserbo sulla politica monetaria, potremmo aspettarci un nuovo allentamento del dollaro e un maggiore interesse per l’oro a causa dell’incertezza; se invece si mostrerà irremovibile nelle sue intenzioni, l’oro potrebbe subire pressioni”, ha detto a Reuters Rhona O’Connell, responsabile dell’analisi di mercato presso StoneX.
Tra gli altri metalli, l’argento spot è sceso dello 0,3% a 68,46 dollari l’oncia, il platino è calato dello 0,3% a 1.852,06 dollari e il palladio è salito dello 0,7% a 1.335,09 dollari.
