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Criptovalute, maxi furto Coldcard: rubati fino a 130 milioni in Bitcoin. Cosa è successo

Il mondo cripto è in subbuglio per il maxi furto ai wallet Coldcard. Una falla nascosta per anni ha esposto migliaia di portafogli Bitcoin. Rubati oltre 100 milioni di dollari, ma il bottino potrebbe essere molto più alto. Ecco cosa è successo

Criptovalute, maxi furto Coldcard: rubati fino a 130 milioni in Bitcoin. Cosa è successo

Il mondo delle criptovalute è in subbuglio per un furto degno di Arsenio Lupin. Senza forzare casseforti, sottrarre dispositivi o inviare messaggi truffa, uno o più gruppi di hacker sarebbero riusciti a svuotare migliaia di portafogli digitali Coldcard, considerati tra i sistemi più affidabili per proteggere i Bitcoin lontano da internet.

Il bottino accertato supera già i 100 milioni di dollari e potrebbe avvicinarsi a 130 milioni. Un colpo che non ha violato direttamente Bitcoin, ma ha centrato uno dei punti più delicati dell’intero ecosistema: il modo in cui vengono create e custodite le chiavi necessarie per accedere alle criptovalute.

Svuotati i portafogli digitali Coldcard: cosa è successo

Tra il 29 luglio e i primi giorni di agosto migliaia di indirizzi Bitcoin collegati a dispositivi Coldcard sono stati svuotati attraverso diverse ondate coordinate. Le vittime non avevano consegnato password, cliccato su link sospetti o installato programmi dannosi. In alcuni casi, i dispositivi erano spenti, mai collegati direttamente a internet e conservati in cassette di sicurezza. Uno dei primi investitori ad accorgersi dell’attacco è stato un cittadino canadese. In appena sette minuti ha visto sparire 18,25 Bitcoin, per un valore di circa 1,15 milioni di dollari. Aprendo il proprio portafoglio il 29 luglio, ha scoperto che i diversi indirizzi erano stati prosciugati uno dopo l’altro.

Le prime ricostruzioni avevano individuato oltre mille Bitcoin sottratti in meno di un’ora. Con il passare dei giorni, però, il bilancio è cresciuto.

Galaxy Research, il centro di analisi della società finanziaria statunitense Galaxy Digital specializzato anche nel mercato delle criptovalute, ha stimato almeno 1.596 Bitcoin rubati da circa 7.300 indirizzi. Una quarta ondata, non ancora confermata da un numero sufficiente di vittime, potrebbe portare il totale a 2.055 Bitcoin, per un controvalore vicino ai 130 milioni di dollari. Le cifre restano provvisorie. Alcuni proprietari potrebbero non essersi ancora accorti del furto, mentre altri indirizzi sospetti devono essere collegati con certezza all’attacco.

Furto Coldcard: una falla nascosta per cinque anni

Gli hacker non avrebbero violato la rete Bitcoin e nemmeno “aperto” a distanza i dispositivi Coldcard. Il problema era più profondo e si trovava nel processo con cui alcuni portafogli creavano le credenziali segrete degli utenti. Quando viene configurato un hardware wallet, il dispositivo genera una serie di parole chiamata seed phrase. Questa sequenza rappresenta la chiave principale del portafoglio e permette di ricostruirlo anche in caso di perdita o rottura del dispositivo. Chi riesce a risalire alla seed può quindi controllare i Bitcoin custoditi al suo interno.

Per essere sicura, la sequenza deve essere generata in modo realmente casuale. Nel caso Coldcard, alcune versioni del programma interno al dispositivo avrebbero prodotto combinazioni meno imprevedibili del previsto. È come se una cassaforte venduta con milioni di possibili codici utilizzasse, in realtà, un gruppo molto più ristretto di combinazioni. La vulnerabilità sarebbe stata introdotta nel marzo 2021, durante l’aggiornamento di una libreria utilizzata dal firmware, cioè dal software che fa funzionare il dispositivo. Al posto del generatore hardware di numeri casuali sarebbe entrata in funzione una procedura software più debole.

Per anni nessuno si sarebbe accorto che le chiavi create da alcuni modelli potevano risultare più facili da ricostruire. Gli aggressori avrebbero quindi analizzato le possibili combinazioni sui propri computer fino a individuare le credenziali corrette, senza bisogno di rubare o collegare i wallet delle vittime.

I dispositivi maggiormente esposti sarebbero i vecchi Coldcard Mk2 e Mk3, ma il problema riguarda anche seed generate su alcuni Mk4, Mk5 e Coldcard Q prima della pubblicazione degli aggiornamenti correttivi.

Furto Coldcard: il sospetto sull’intelligenza artificiale

Coinkite, la società canadese che produce Coldcard, ha ipotizzato che gli aggressori possano aver utilizzato strumenti di intelligenza artificiale per esaminare il codice del firmware e scoprire il difetto. Il software Coldcard è open source, quindi può essere analizzato pubblicamente. Questa trasparenza permette agli esperti indipendenti di controllarlo e segnalare eventuali problemi, ma offre la stessa possibilità anche a chi cerca vulnerabilità da sfruttare.

La stessa Coinkite aveva utilizzato l’intelligenza artificiale per controllare il codice alcune settimane prima dell’attacco. Secondo l’azienda, quell’analisi “non aveva rilevato questo bug né nulla di grave”.

Alex Thorn, responsabile della ricerca di Galaxy Digital, ha sostenuto che la ricerca della falla potrebbe essere stata “probabilmente orchestrata con un modello linguistico complesso”. Non esistono ancora prove definitive, ma l’episodio mostra come l’intelligenza artificiale possa diventare uno strumento importante nella corsa tra chi protegge i sistemi informatici e chi tenta di violarli. Una volta resa pubblica la vulnerabilità, inoltre, altri gruppi potrebbero aver iniziato a cercare e svuotare i portafogli ancora esposti. Le diverse modalità osservate durante l’attacco fanno pensare che non necessariamente tutti i furti siano riconducibili allo stesso autore.

Perché il caso destabilizza il mondo cripto

Il caso Coldcard è particolarmente grave perché colpisce una delle convinzioni più radicate tra i possessori di Bitcoin. “Not your keys, not your coins”, cioè “se non possiedi le chiavi, non possiedi le monete”, è il principio secondo cui lasciare le criptovalute presso una piattaforma, una banca o un altro intermediario significa non averne il pieno controllo. Gli hardware wallet sono nati proprio per permettere agli investitori di custodire personalmente le chiavi e tenerle lontane da internet. Il caso Coldcard dimostra però che avere il controllo diretto non significa essere automaticamente al sicuro.

Le vittime, in molti casi, avevano seguito tutte le precauzioni normalmente consigliate. Il punto debole non era il loro comportamento, ma il modo in cui il dispositivo aveva creato le chiavi fin dall’inizio. Un rischio impossibile da riconoscere per un utente comune. La custodia autonoma offre maggiore controllo, ma trasferisce sul proprietario anche rischi tecnici che spesso non è in grado di valutare. Il colpo potrebbe quindi spingere alcuni investitori a riportare i propri Bitcoin sulle piattaforme di scambio, ad affidarsi a operatori professionali oppure a scegliere strumenti finanziari come gli Etf, che consentono di esporsi alla criptovaluta senza conservarla direttamente. Anche queste soluzioni presentano problemi. Affidarsi a un intermediario significa esporsi al rischio di fallimenti, blocchi dei conti o cattiva gestione. Conservare personalmente i Bitcoin richiede invece di fidarsi del dispositivo, del suo software e del processo utilizzato per creare le chiavi.

Nessuna ripercussione significativa, almeno per ora, sul prezzo del Bitcoin. La criptovaluta si mantiene intorno a 63.535 dollari, in lieve rialzo dello 0,11%, segno che gli investitori sembrano aver distinto la vulnerabilità di Coldcard dalla sicurezza della rete Bitcoin.

Furto Coldcard: l’aggiornamento non salva le vecchie chiavi

Coinkite ha pubblicato aggiornamenti di emergenza per i dispositivi coinvolti, ma installare il nuovo firmware non basta a mettere in sicurezza i portafogli già esistenti. L’aggiornamento corregge il modo in cui vengono create le nuove seed, ma non può rendere più sicure quelle generate in passato. Chi possiede un portafoglio potenzialmente esposto deve quindi aggiornare il dispositivo, creare una sequenza di parole completamente nuova e trasferire i Bitcoin verso nuovi indirizzi.

Il produttore raccomanda di controllare attentamente il backup, verificare l’indirizzo di destinazione e inviare inizialmente una piccola somma di prova. Solo dopo aver verificato il corretto funzionamento del nuovo portafoglio dovrebbe essere trasferito il resto dei fondi. Secondo Coinkite, potrebbero non essere direttamente vulnerabili gli utenti che durante la configurazione avevano aggiunto almeno 50 lanci casuali e segreti di un dado. Anche una password aggiuntiva BIP-39 lunga, unica e difficile da indovinare può offrire un ulteriore ostacolo agli aggressori. L’azienda invita comunque a sostituire le vecchie seed.

Circa il 90% dei Bitcoin rubati risulterebbe ancora fermo negli indirizzi utilizzati dagli attaccanti. Le autorità statunitensi, le società di analisi e le piattaforme di scambio stanno seguendo i movimenti sulla blockchain, il registro pubblico su cui vengono annotate le transazioni. Le somme sono elevate, la loro provenienza è ormai conosciuta e gli indirizzi sono sorvegliati. Un eventuale tentativo di trasferirle attraverso operatori regolamentati potrebbe far scattare controlli e blocchi.

Il bottino potrebbe dunque risultare difficile da spendere, ma il danno è già stato fatto. Non è crollata la rete Bitcoin e non è stata spezzata la sua protezione crittografica. È stata però colpita la fiducia negli strumenti utilizzati per custodire le criptovalute.

Un furto quasi invisibile, preparato per anni dentro un difetto del software e realizzato senza avvicinarsi alle vittime. Un colpo da Arsenio Lupin digitale che lascia il settore davanti a una domanda scomoda: quanto può essere davvero sicura una cassaforte se il suo codice segreto nasce già più debole del previsto?

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