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Trump vuole anche Cuba: ultimatum al presidente Diaz-Canel, pronta una operazione in stile Caracas

Pressing sempre più forte sul leader cubano per fargli lasciare l’incarico. Al suo posto pronti due nipoti dei Castro, che come Delcy Rodriguez in Venezuela collaborerebbero con Washington. Trump: “Avrò l’onore di prendere Cuba e ci farò quello che voglio”

Trump vuole anche Cuba: ultimatum al presidente Diaz-Canel, pronta una operazione in stile Caracas

Mentre la situazione è assolutamente ancora incendiaria in Medio Oriente, il presidente americano Donald Trump non perde di vista l’altro fronte caldo della sua aggressiva strategia internazionale. E così, come è nell’aria ormai da settimane con l’isola caraibica allo stremo anche e soprattutto a causa delle sanzioni e dei ricatti di Washington, è pronta un’altra operazione in stile Maduro: nel mirino stavolta c’è il presidente cubano Miguel Diaz-Canel. E’ lui, nato proprio nel 1960, un anno dopo l’ascesa al potere del regime castrista, che dal 2019 comanda a L’Avana. Ingegnere, Diaz-Canel è stato designato personalmente Raul Castro, oggi 94 enne e fratello del comandante Fidel, il quale durante la sua pluridecennale presidenza ha tenuto testa agli Stati Uniti, facendo di Cuba l’acerrimo nemico della Casa Bianca.

Adesso però sembra arrivato anche per il regime cubano il tempo della capitolazione. Secondo il New York Times, le autorità statunitensi hanno recapitato a Diaz-Canel un messaggio chiaro, simile a quello – non ascoltato – dal presidente venezuelano Nicolas Maduro: lasciare il prima possibile l’incarico e non opporsi al nuovo corso eterodiretto da Washington che riproporrà lo schema Caracas, vale a dire nessun regime change al momento ma soltanto rimozione dell’attuale leadership. Così come in Venezuela, Trump cerca a Cuba una svolta simbolica: destituire l’avversario e lasciare il Paese a “bagno maria”, purché i vertici accettino di collaborare con gli Stati Uniti. Il vero obiettivo è quello di sbloccare l’economia cubana e aprirla finalmente al mercato statunitense, esattamente come si è fatto a Caracas con il petrolio: la democrazia è un optional, priorità agli affari.

Il messaggio dell’amministrazione Trump, secondo cui Diaz-Canel dovrebbe farsi da parte, non sarebbe stato formulato tecnicamente come un ultimatum, ma presentato come un gesto amichevole che spianerebbe la strada ad accordi produttivi e ad una nuova stagione di rapporti meno tesi. E infatti al momento il governo di L’Avana non ha commentato e non ha fatto intendere di voler lasciare, nonostante l’isola sia ormai al limite dell’emergenza umanitaria, con continui blackout e malcontento crescente della popolazione, con Washington che ovviamente non manca di soffiare sul fuoco. Per mettere ancora più sotto pressione Cuba, Trump ha infatti ordinato da tempo il blocco delle importazioni di petrolio dall’estero, in particolare proprio dal Venezuela che di fatto manteneva in vita il Paese alleato con le sue capacità energetiche.

A negoziare oggi con il segretario di Stato Marco Rubio, un po’ come avvenuto con la vicepresidente Delcy Rodriguez a Caracas, è il nipote di Raul Castro, Raúl Guillermo Rodríguez Castro, detto Raulito. Potrebbe essere proprio lui a mettere fine alla rivoluzione guidata dallo zio, evitando persino il blitz militare necessario per catturare Maduro. Per la successione di Diaz-Canel si parla già di Raulito oppure di un altro nipote dei Castro, Oscar Pérez-Oliva Fraga, nominato vice primo ministro di Cuba alla fine dello scorso anno, che lunedì ha rilasciato una rara intervista a una rete televisiva americana, nella quale ha parlato dell’apertura del Paese agli investimenti stranieri. “Avrò l’onore di prendere Cuba – ha detto ieri Trump ai giornalisti alla Casa Bianca – e penso che ci potrò fare quello che voglio”.

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