Mentre in Italia si dibatte con foga sempre maggiore sull’ipotesi che l’introduzione della separazione nelle carriere dei magistrati possa condurre a un potenziale controllo politico sulla figura del pubblico ministero, negli Stati Uniti la questione dell’indipendenza del potere giudiziario da quello esecutivo è un tema particolarmente caldo da svariato tempo.
Il problema ha assunto, però, una crescente rilevanza con le presidenze di Donald Trump a causa delle tentazioni autoritarie di The Donald.
Il complesso rapporto di Trump con il sistema giudiziario
Da un lato, dopo la sconfitta elettorale del 2020 e la conclusione del suo primo mandato alla Casa Bianca, quando il tycoon fu incriminato in quattro cause penali, per un totale di ben novantuno capi di imputazione, e ha subito una condanna civile (per molestie sessuali e diffamazione nei confronti della giornalista E. Jean Carroll) e una penale (per l’uso di fondi elettorali del 2016 allo scopo di comprare il silenzio della pornostar Stephanie A. Gregory, in arte Stormy Daniels, su una loro presunta relazione), The Donald si atteggiò a vittima di una giustizia politicizzata e manipolata dall’allora presidente democratico Joe Biden.
Dall’altro, fin dal primo mandato, la magistratura è apparsa l’ultima salvaguardia della democrazia per contrastare la deriva autoritaria che Trump sta impartendo al Paese. Per esempio, già nel 2017, i giudici costrinsero il tycoon a rivedere più volte e a ridimensionare la portata del cosiddetto “Muslim Ban”, il decreto presidenziale che vietava l’ingresso negli Stati Uniti ai cittadini di alcuni Paesi a maggioranza musulmana.
Nondimeno, sembra che questo argine stia adesso per cedere. La sentenza Trump v. United States, emessa dalla Corte Suprema federale il 1° luglio 2024, ha stabilito che chi ricopre la carica di presidente dell’Unione gode dell’immunità per gli atti compiuti nell’esercizio delle proprie funzioni, mentre una recentissima inchiesta di Mattathias Schwartz ed Emma Schartz per il “New York Times” (11 gennaio 2026) ha concluso che, nel corso del 2025, su un totale di 145 ricorsi presentati in relazione a provvedimenti dell’amministrazione Trump, le corti d’appello federale si sono pronunciate 132 volte a favore del governo.
Il tycoon è arrivato perfino a farsi letteralmente beffe delle poche decisioni contrarie alla sua politica. Il 15 marzo 2025, il giudice James E. Boasberg cercò di sospendere la deportazione di circa 250 immigrati irregolari venezuelani, presunti appartenenti alla gang criminale Tren de Aragua, ritenendo che in tempo di pace non fosse applicabile lo Alien Enemies Act del 1798 in base al quale erano stati espulsi in modo sommario senza un’udienza davanti a un magistrato che stabilisse la legittimità della loro cacciata.
Il governo, però, ignorò l’ordinanza di Boasberg, adducendo a giustificazione il fatto che era stata emessa dopo che i due aerei che li stavano trasportando in Salvador erano usciti dallo spazio aereo degli Stati Uniti e, pertanto, quando si trovavano materialmente al di fuori della giurisdizione del giudice.
Il sistema giudiziario secondo il federalismo statunitense
L’ordinamento statunitense prevede un duplice sistema legislativo: quello federale e quello di ciascuno dei cinquanta Stati che compongono l’Unione. Di conseguenza, esiste anche un doppio sistema giudiziario. I tribunali statali si occupano dei provvedimenti dei rispettivi Stati.
Invece, quelli federali sono competenti in materia di leggi del Congresso, decreti presidenziali e controversie che contrappongono gli Stati fra loro oppure all’Unione.
Inoltre, dal 1803 la Corte Suprema federale si è attribuita la prerogativa, non prevista dalla Costituzione ma non contestata in seguito, di stabilire la costituzionalità delle leggi, sia quelle federali sia quelle statali.
Negli Stati Uniti non si accede alla magistratura per concorso. In base a norme che variano da Stato a Stato in maniera anche considerevole, i giudici statali possono essere eletti direttamente dalla popolazione, nominati dal governatore oppure scelti attraverso una combinazione di questi due metodi (designazione da parte dell’esecutivo, sottoposta poi a conferma dell’elettorato).
Il mandato può essere limitato a un certo numero di anni (soprattutto se i giudici sono eletti, ma in questo caso c’è in genere la possibilità di venire riconfermati nella carica), a vita oppure fino al compimento di un’età massima, raggiunta la quale la decadenza dalle funzioni è automatica.
Allo stesso modo cambiano da Stato a Stato le procedure per la scelta dei capi delle procure distrettuali statali. I titolari sono elettivi in 46 dei 50 Stati dell’Unione, nominati dal procuratore generale dello Stato (la versione statunitense di un ministro della giustizia) in Alaska e Delaware, designati dal governatore in New Jersey e scelti da un’apposita speciale in Connecticut.
I procuratori restano in carica per quattro anni nella maggioranza degli Stati, con poche eccezioni: per esempio, il loro mandato è di due anni in Vermont e di otto in Tennessee.
Di contro, i giudici federali sono nominati a vita dal Presidente, ma per essere effettiva la loro designazione deve essere ratificata dal Senato. Sono comunque liberi di andare volontariamente in pensione, nonostante vi siano esempi di magistrati nonagenari che hanno seguitato a occuparsi di processi complessi e di particolare impegno. Un caso recente è quello di Alvin Hellerstein che, a novantadue anni, presiede la causa per narcoterrorismo a carico del deposto presidente del Venezuela Nicolás Maduro.
I giudici federali possono pure essere destituiti se ritenuti colpevoli di “gravi crimini e misfatti” al termine di una procedura di impeachment. Però, dal 1789 a oggi, sono quindici sono stati messi in stato di accusa e appena otto sono stati rimossi.
Il presidente sceglie anche i titolari delle procure federali, una designazione che pure in questo caso è soggetta alla conferma da parte del Senato. Il mandato di questi funzionari è limitato a quattro anni, anche se – alla sua scadenza – sono autorizzati continuare a svolgere le loro mansioni fino all’entrata in carica dei loro successori.
Inoltre, in attesa che il Senato ratifichi la loro nomina, possono esercitare le loro funzioni pro tempore per un periodo non superiore a 120 giorni su investitura del procuratore generale degli Stati Uniti, cioè del titolare del dicastero della Giustizia.
I capi delle procure federali sono infine passibili di destituzione da parte della Casa Bianca a insindacabile giudizio del presidente.
La geografia giudiziaria statunitense
I distretti giudiziari federali in cui risultano divisi i 50 Stati dell’Unione sono 89. Altri quattro coprono i “territori” degli Stati Uniti, cioè le regioni sotto la sovranità di Washington che non sono Stati (Guam, Marianne settentrionali, Portorico, Samoa americane e Isole Vergini). Un ultimo sovrintende al Distretto di Columbia, l’area della capitale federale Washington.
Le corti d’appello federali sono, invece, dodici e tra loro sono ripartiti i 94 distretti giudiziari federali. Si pronunciano sui ricorsi presentati contro le decisioni dei tribunali distrettuali di loro competenza. A esprimersi è, in genere, un collegio di tre membri, con la possibilità di un riesame da parte del plenum dei giudici della singola corte.
Quella più importante e influente è quella che ha giurisdizione sul Distretto di Columbia. Qui hanno sede legale i dicasteri e le agenzie del governo.
In assenza di un equivalente statunitense del diritto amministrativo europeo e con la conseguente mancanza di tribunali specifici, per competenza geografica la corte d’appello per il Distretto di Columbia è il foro privilegiato per i contenziosi sui provvedimenti emanati dall’amministrazione federale. Inoltre, alla luce delle guerre daziarie ingaggiate da Trump, ha acquisito un significativo rilievo anche la U.S. Court of International Trade, che si occupa delle controversie riguardanti le disposizioni in materia di commercio internazionale e tariffe doganali.
È composta da nove membri e, per scongiurare verdetti politicamente sbilanciati, la legge prescrive che non più di cinque membri appartengano allo stesso partito (un dato rilevato dalla registrazione nelle liste elettorali degli aventi diritto al voto che permettono di indicare l’affiliazione partitica).
L’indipendenza della magistratura federale nel disegno costituzionale
La Costituzione stabilisce che i giudici federali restino in carica a vita in maniera da assicurarne l’indipendenza: la certezza di mantenere l’impiego e conseguentemente lo stipendio sono la garanzia che i magistrati non emettano sentenze favorevoli all’amministrazione presidenziale in carica per venire confermati nell’incarico.
Tale considerazione, però, non implica che la politica non riesca comunque a influenzare la giurisprudenza. Fino dall’alba della Repubblica, infatti, i presidenti hanno cercato di nominare giudici che avessero una visione compatibile con la propria politica al fine di scongiurare intralci giudiziari nell’attuazione dell’agenda legislativa dell’esecutivo.
Parimenti, il Senato si è avvalso del potere di conferma delle nomine presidenziali per impedire l’entrata in carica di giudici con posizioni agli antipodi da quelle della maggioranza dei membri del ramo alto del Congresso.
Una delle bocciature più celebri nonché la più recente è stata quella di Robert Bork, designato alla Corte Suprema dal presidente repubblicano Ronald Reagan nel 1987. I democratici temettero che questo giurista, profondamente conservatore, potesse contribuire a sancire l’incostituzionalità delle leggi che avevano conferito agli afroamericani la piena parità dei diritti civili e politici nonché a rovesciare la sentenza Roe v. Wade, che nel 1973 aveva riconosciuto il diritto all’interruzione volontaria della gravidanza a livello federale.
La possibile politicizzazione risulta ancora più evidente nel caso dei capi delle procure federali, il cui mandato quadriennale è ritagliato proprio per riflettere quello della durata delle singole amministrazioni presidenziali.
Tuttavia, nonostante l’investitura da parte del presidente e la subordinazione formale al procuratore generale degli Stati Uniti, i procuratori distrettuali federali usufruiscono di spazi di autonomia, dal momento che, a differenza di quanto avviene in Italia, negli Stati Uniti non vige l’obbligatorietà dell’azione penale, come ribadito nel 1978 dal verdetto della Corte Suprema nel caso Bordenkircher v. Hayes.
Pertanto, sebbene il procuratore generale eserciti una supervisione generica sul loro operato ed emani direttive che definiscono l’operare complessivo del proprio dicastero, i titolari delle singole procure distrettuali possono decidere quali reati perseguire, chi incriminare e attraverso quali modalità, con un ampio margine di discrezionalità nelle scelte.
La politicizzazione dei giudici federali
A fronte di una società statunitense sempre più polarizzata, la politicizzazione della magistratura si è accentuata con Trump.
Non per niente, nel discorso pronunciato il 20 gennaio 2021 al termine del suo primo mandato, pochi minuti prima dell’insediamento di Biden, quando quasi nessuno avrebbe ipotizzato un ritorno del tycoon alla Casa Bianca, The Donald rivendicò che la nomina di tre membri della Corte Suprema e di “quasi trecento giudici federali” conservatori (in realtà 274, di cui 245 confermati) costituiva il principale lascito della sua presidenza. In effetti, durante la sua prima amministrazione, i magistrati scelti da Trump erano arrivati ad ammontare quasi a un terzo del totale dei giudici federali.
Bill Clinton ne aveva nominati 367, George W. Bush 322 e Obama 320, ma i predecessori del tycoon avevano avuto a disposizione otto anni di tempo. Dopo i 235 magistrati scelti da Biden, oggi, oltre ai tre componenti della Corte Suprema designati tra il 2017 e il 2020, sono in carica grazie a The Donald 195 giudici di tribunali distrettuali, 60 di corti d’appello e 31 di altre categorie.
Inoltre, fino dalla campagna elettorale del 2016, Trump non ha mai perduto l’occasione per definire “i miei giudici” i magistrati che avrebbe designato o che aveva già nominato.
Tale implicito attacco all’autonomia del potere giudiziario è stato talmente incisivo che nel 2018 John G. Roberts, il presidente della Corte Suprema federale, sebbene fosse stato nominato da un repubblicano (George W. Bush nel 2005) si sentì in dovere di precisare, con una dichiarazione a dir poco irrituale, che “non ci sono giudici di Obama o giudici di Trump, giudici di Bush o giudici di Clinton. L’indipendenza della magistratura è un qualcosa di cui tutti dovremmo essere grati”.
I condizionamenti trumpiani sulle corti d’appello federali
Le sentenze del 2025 delle corti d’appello federali nelle controversie concernenti misure dell’amministrazione Trump hanno denotato la marcata influenza ideologica del presidente che aveva nominato i giudici che hanno emesso i singoli verdetti.
Infatti, secondo il reportage di Schwartz e Schartz, hanno dato ragione al governo i giudici designati da The Donald nel 92% dei casi a loro sottoposti, quelli scelti da altri presidenti repubblicani nel 68% delle decisioni e quelli indicati da inquilini democratici della Casa Bianca in appena il 27% dei contenziosi.
Il ruolo delle corti d’appello è particolarmente rilevante alla luce della considerazione che le loro sentenze possono essere ribaltate solo dalla Corte Suprema, ma quest’ultima accetta mediamente di pronunciarsi soltanto sull’1% dei casi che le vengono sottoposti ogni anno.
Nel plasmare la giurisprudenza delle corti d’appello Trump è stato avvantaggiato da due sviluppi intercorsi nell’ultimo quindicennio.
Il Senato ha vietato nel 2013 l’ostruzionismo sulle nomine dei giudici di questi tribunali, vanificando la possibilità del partito in minoranza (oggi quello democratico) di bloccare la ratifica di candidati sgraditi, e nel 2017 ha cancellato la consuetudine, frutto di una pratica invalsa nel tempo anziché di una regola scritta, secondo cui la Casa Bianca evitava di designare giudici che non avessero il beneplacito dei due senatori degli Stati che sarebbero finiti sotto la giurisdizione dei magistrati prescelti, anche qualora i legislatori non fossero appartenuti allo stesso partito del presidente.
Così, per limitarsi a un solo esempio, l’anno scorso Trump è riuscito a nominare (e il Senato ha confermato, sia pure di stretta misura: 50 voti a favore, 47 contrari e 3 astenuti) Jennifer Mascott alla corte d’appello del terzo circuito (che copre Delaware, New Jersey e Pennsylvania), malgrado l’opposizione dei senatori democratici di questi tre Stati: Lisa Blunt Rochester e Chris Coons (Delaware), Cory Booker e Andy Kim (New Jersey) e John Fetterman (Pennsylvania, il cui secondo senatore, David McCormick è repubblicano e ha appoggiato la candidata).
Il tentativo di trasformare le procure in strumenti di lotta politica
La politicizzazione trumpiana del sistema giudiziario ha riguardato anche le nomine dei capi delle procure distrettuali federali all’inizio del secondo mandato alla Casa Bianca. In questo campo, più che sgombrare la strada da possibili ostacoli all’attuazione del suo programma, The Donald ha voluto colpire i propri oppositori e ricompensare i suoi alleati.
Così Lindsay Halligan, collocata a capo della procura del distretto orientale della Virginia, si è spesa nell’incriminare James Comey, l’ex direttore del Federal Bureau of Investigation che non aveva voluto insabbiare le accuse sulle presunte collusioni tra l’intelligence russo e l’entourage di The Donald durante la campagna elettorale del 2016, e Letizia James, la procuratrice generale dello Stato di New York che aveva aperto l’inchiesta sulle frodi finanziarie della Trump Organization, il conglomerato della famiglia del tycoon.
Halina Habba, messa a guidare la procura del distretto del New Jersey, si è accanita contro la deputata democratica LaMonica McIver, che aveva cercato di ispezionare un centro di detenzione per immigrati irregolari in attesa di venire deportati.
Jay Clayton, scelto per dirigere il distretto meridionale di New York, è il procuratore federale che ha incriminato Maduro e sua moglie Cilia Flores. In precedenza, Clayton aveva lasciato cadere le accuse contro l’allora sindaco democratico di New York Eric Adams, presumibilmente (anche se i protagonisti della vicenda lo negano) come contropartita del suo impegno a non interferire con le retate degli immigrati clandestini da parte Immigration and Customs Enforcement (ICE) mentre Adams era alla testa dell’amministrazione municipale.
Lo scontro sui procuratori federali
Sul fronte delle procure distrettuali federali la strategia di The Donald si è, però, inceppata nel giro di un anno. Il Senato non ha mai ratificato le nomine di Halligan e Habba, due avvocate che avevano difeso in passato il tycoon in alcune delle cause in cui era stato imputato ma non avevano alcuna esperienza nel ruolo di pubblica accusa.
Sebbene fosse evidente che anche alcuni senatori repubblicani non avrebbero appoggiato le due prescelte dalla Casa Bianca, Trump si è ostinato a far conferire egualmente il posto a Halligan e Habba, sia pure con la formula di una investitura pro tempore, formalmente assegnata da Pam Bondi, la procuratrice generale federale.
Tuttavia, dopo un contenzioso giudiziario durato alcuni mesi, entrambe sono state costrette a lasciare l’incarico. A pronunciarsi contro Halligan è stata la giudice Mary Hannah Lauck, nominata dal democratico Barack Obama.
Contro Habba, invece, si è espresso un collegio di tre giudici, uno solo dei quali, Louis Felipe Restrebo, era stato designato da Obama, mentre gli altri due, D. Brooks Smith e D. Michael Fisher, dovevano il loro incarico a George W. Bush.
Tutte e due le decisioni si sono basate su un tecnicismo: Halligan e Habba hanno continuato a svolgere le loro funzioni oltre i 120 giorni che la legge fissa come termine ultimo oltre il quale un procuratore non può rimanere in carica pro tempore in mancanza della conferma del Senato.
Una controversia per ragioni analoghe sta investendo un’altra procuratrice federale, Sigal Chattah, scelta da Trump come responsabile della procura del distretto del Nevada.
A ogni buon conto, al di là delle sottigliezze legali, questi tre casi dimostrano l’esistenza di margini per frenare l’autoritarismo del tycoon in campo giudiziario.
Cosa può riservare la Corte Suprema
Non bisogna neppure dare per scontato un appiattimento della giurisprudenza della Corte Suprema sulle posizioni del tycoon. Per esempio, il 10 aprile dell’anno scorso, il massimo tribunale federale ha ingiunto all’amministrazione Trump e ottenuto dal governo, ancorché obtorto collo, di “facilitare” il ritorno negli Stati Uniti di Kilmar Armando Abrego Garcia, un immigrato che era stato illegalmente deportato il mese precedente nel Salvador, dove si trovava detenuto in un carcere di massima sicurezza.
Una successiva decisione della Corte Suprema alla fine di dicembre ha costretto il presidente a ritirare la guardia nazionale da California, Illinois e Oregon – in particolare da Los Angeles, Chicago e Portland – dove era stata inviata nei mesi precedenti per reprimere le proteste popolari di massa contro le retate dell’ICE, con il pretesto che i governatori dei tre Stati erano incapaci di mantenere l’ordine pubblico.
D’altro canto, nel dicembre del 2020, quando aveva già una maggioranza di sei membri scelti da presidenti repubblicani, la Corte Suprema si rifiutò di prendere in considerazione i ricorsi presentati dagli avvocati di Trump per annullare il voto in quattro Stati dell’Unione dove aveva vinto Biden e, quindi, non avallò il tentativo di The Donald di rovesciare il responso delle urne.
Almeno nel recente passato, dunque, la Corte Suprema non ha ceduto alle pressioni dell’autoritarismo e ha dimostrato il proprio rispetto per la Costituzione e la democrazia. Inoltre, la volontà di contrastare le tendenze dispotiche del tycoon è stata manifestata perfino da uno dei suoi membri nominati da Trump, il giudice Brett Kavanaugh.
Pochi giorni fa, il 21 gennaio, nel corso del dibattimento sul ricorso presentato da Lisa D. Cook avverso la sua rimozione dal Board della Federal Reserve da parte di The Donald, Kavanaugh ha messo in guardia sui rischi di avallare il principio che il presidente possa destituire qualsiasi funzionario federale senza una comprovata giusta causa e ha espresso la propria preoccupazione che legittimare il provvedimento specifico di destituzione di Cook metta a repentaglio l’indipendenza della Federal Reserve.
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Stefano Luconi insegna Storia degli Stati Uniti d’America nel dipartimento di Scienze Storiche, Geografiche e dell’Antichità dell’Università di Padova. Le sue pubblicazioni comprendono La “nazione indispensabile”. Storia degli Stati Uniti dalle origini a Trump (2020), Le istituzioni statunitensi dalla stesura della Costituzione a Biden, 1787–2022 (2022), L’anima nera degli Stati Uniti. Gli afro-americani e il difficile cammino verso l’eguaglianza, 1619–2023 (2023). La corsa alla Casa Bianca 2024. L’elezione del presidente degli Stati Uniti dalle primarie a oltre il voto del 5 novembre (2024).
