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Vetrya, è in Umbria la Silicon Valley italiana

L’azienda di Orvieto che opera a 360 gradi nella digital economy si prepara a quotarsi in Borsa all’Aim di Piazza Affari entro la fine dell’estate – Dice il ceo Luca Tomassini: “Facciamo software ma le nostre prime risorse sono quelle umane: realizziamo un nuovo modello d’impresa che punta sul welfare aziendale” – Dall’Internet of things ai pagamenti elettronici, dai Big Data all’e-commerce

Vetrya, è in Umbria la Silicon Valley italiana

Qualcuno la definisce una piccola Google italiana. Una definizione che lo stesso Luca Tomassini, ex direttore Innovazione di Telecom Italia e ora Ceo&Founder di Vetrya, respinge, ammettendo però che qualcosa di Silicon Valley c’è nell’azienda fondata nel 2010 a Orvieto e attiva a 360 gradi nella digital economy. “Nel nostro campus di Orvieto lavorano 80 persone secondo la logica di un nuovo modello di impresa che punti tutto sul welfare aziendale. Noi facciamo software, le nostre prime risorse sono le risorse umane e mettiamo i nostri collaboratori nelle condizioni di lavorare al meglio”.

E così tra campi di calcetto, aree verdi e centri estetici (anche e soprattutto per le dipendenti donne, che rappresentano il 43% della forza lavoro totale), in un luogo che geograficamente è esattamente al centro dell’Italia si sviluppano piattaforme e servizi per qualsiasi ramo dell’information technology: dal digital advertising ai pagamenti online, dai servizi per social media all’e-commerce, dall’Internet of Things a giochi e big data. “Il nostro core business è la banda larga – spiega Tomassini, 50 anni, pisano di nascita ma orvietano di adozione -. In particolare siamo attivi sulle applicazioni video, attraverso ad esempio Tivin, una delle nostre piattaforme che trasforma contenuti lineari, come cinema e tv, in contenuti interattivi, nell’ambito anche della social tv”.

I clienti sono per lo più aziende tlc, editori, media company, società high tech e di advertising, e la vocazione internazionale si è già espressa espandendo il business in Spagna, Portogallo, Germania, Egitto, Turchia e Sudamerica. Nonostante la crescita esponenziale anche dei risultati finanziari, con un fatturato passato dai 0,3 milioni del 2010 a 37,3 milioni nel 2015 (quando l’utile netto è schizzato del 78% rispetto al 2014) e l’imminente quotazione in Borsa nel segmento AIM (“Entro l’estate”, garantisce Tomassini), l’epicentro della società rimarrà però sempre il corporate campus di Orvieto: “Abbiamo una base commerciale a Palo Alto, nella Silicon Valley, da dove lanciare i prodotti, ma tutta la parte ricerca e sviluppo resterà 100% made in Italy, è una caratteristica a cui teniamo”.

Del resto a Orvieto si lavora bene e la politica del campus ha anche ricevuto l’ambito (soprattutto dai dipendenti…) premio Great Place to Work in Italia: nella categoria delle medie imprese, Vetrya si è classificata seconda dietro solo a Cisco, multinazionale dell’information technology non a caso nata proprio nell’ecosistema della Silicon Valley che Vetrya vorrebbe replicare tra le accoglienti colline umbre. Per farlo ha dato spazio prima di tutto ai giovani: l’età media dell’azienda è 33 anni, perché come sostiene Tomassini “bisogna privilegiare le capacità all’esperienza. Il mondo digitale è guidato dai giovani, servono menti fresche che conoscano bene la rete”. Niente curriculum stratosferici, anzi quanto più possibile appena usciti dall’università. O addirittura ancora dentro l’università: “Abbiamo un accordo con l’università della Tuscia di Viterbo: dal prossimo anno accademico ospiteremo nel nostro campus lezioni e anche esami. L’obiettivo è allargare partnership di questo tipo ad altri atenei del Centro Italia”.

La formazione dunque prima di tutto: il 100% dei dipendenti Vetrya ne ha avuta una (con 85 ore di corsi pro capite, in media) e questo finisce per creare posti di lavoro e attirare talenti anche dall’estero. “In un’epoca in cui si parla di fuga di cervelli dall’Italia verso l’estero, noi stiamo accogliendo per degli stage gruppi di studenti statunitensi, che arrivano dall’università della Carolina del Sud”.

Internazionalizzazione delle risorse umane ma anche dei capitali: il progetto della quotazione in Borsa, come detto, procede spedito, nonostante tutti i timori legati a Brexit e alle conseguenti turbolenze sui mercati. “La nostra azienda è sana e cresce. Noi facciamo economia reale, dunque anche mettendomi dalla parte dell’investitore, francamente non vedrei nessun problema a puntare su di noi. Stiamo completando i road show, entro la fine dell’estate saremo a Piazza Affari: l’effetto Brexit si sta già ridimensionando e andiamo avanti convinti col progetto di crescita e di internazionalizzazione”. Il global coordinator dell’operazione è Banca Finnat, l’advisor finanziario Ambromobiliare.

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