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Valerio Sanzotta: quella volta che cantai al Festival di Sanremo

IL RICORDO DI VALERIO SANZOTTA che nel 2008 arrivò tra i finalisti al Festival Giovani di Sanremo – “Cantai Novecento pensando che il Festival fosse un happening rock del decennio dei fiori ma il sogno e l’illusione svanirono presto” – “Non volevo essere complice dell’effimero ma i problemi dei microfoni, delle luci, dell’immagine dominavano tutto”.

Valerio Sanzotta: quella volta che cantai al Festival di Sanremo

Dal Festival di Sanremo del 2008 molte cose sono cambiate, in Italia, nel mondo, e in particolare in chi scrive. Accettai con entusiasmo la proposta del mio manager di allora, Adriano Aragozzini, di partecipare al festival, con l’idea un po’ ingenua e forse un po’ arrogante di rendere visibile quello che animava la mia personalissima vicenda interiore. Veltroni fondava il PD attingendo a un patrimonio latamente beat. Mentre l’era di Bush declinava, un giovane senatore dell’Illinois che presto sarebbe diventato il primo Presidente afroamericano degli Stati Uniti d’America, sembrava riportare in vita le promesse degli anni ’60. Naturalmente si trattava di un’illusione, di un mondo fantastico, ma il sogno con il quale mi sono presentato a Sanremo corrispondeva esattamente a quello che aveva nutrito, per tanti anni, la mia immaginazione. 

Ai miei occhi il Festival di Sanremo assumeva inevitabilmente i contorni di un happening rock del decennio dei fiori. La canzone che presentavo si chiamava Novecento, una serie di veloci fotogrammi del passato recente del nostro Paese e che giudicavo (e continuo a giudicare) fondanti: la Resistenza, il movimento operaio e studentesco, l’unità nazionale contro il terrorismo, la morte di Berlinguer, quella di Moro, l’omicidio di Guido Rossa. La definivo una mio biografia ideale, perché il tempo della coscienza civile supera, e di molto, quello anagrafico. Andavo a Sanremo con il fermo proposito di non essere complice dell’effimero, di non fare arte premeditata, come diceva Shelley.  



Guardare negli occhi la realtà, di solito, fa cadere ogni tipo di romantico infingimento. L’afflato ideale che animava la mia canzone fu presto subordinato alla soluzione di problemi ben più concreti come la posizione dei microfoni, la gestione della telecamera, i consulenti di immagine, i giornalisti, le inteviste, le mie risposte formularie e standardizzate. Salii sul palco dell’Ariston con una certa spavalderia, atteggiamento proprio degli sprovveduti, ma anche con la disillusione di chi ha visto appena sfiorire un sogno di lunghissima durata. Così dopo qualche tentativo di promozione dell’album, un concerto a Padova, alcuni a Roma, una stagione ricca ed entusiasmante a poco a poco si chiudeva. 

Riprendevo con maggiore serietà gli studi di filologia umanistica, quella che ora è diventata la mia professione. Non ho abbandonato del tutto la musica e la scrittura, ma le ho votate a una maggiore intimità, a un pubblico più piccolo, a un sogno più umile. Il Festival di Sanremo del 2008 è stata una delle esperienze più importanti e più formative della mia vita. Dopo le luci della ribalta, una lunghissima adolescenza lasciava il posto, in qualche modo, all’età dell’adulto.

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