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Vaccino anti-Covid: quali aziende possono produrlo in Italia?

Le aziende che possono provvedere all’infialamento del siero ci sono, il problema sono i bioreattori necessari per la produzione – Tempi lunghi per organizzare e riconvertire

Vaccino anti-Covid: quali aziende possono produrlo in Italia?

Dati i ripetuti problemi alla produzione e i reiterati tagli alle consegne dei vaccini anti-Covid, l’Italia vuole fare da sé. Per questo motivo domani, giovedì 25 febbraio, il ministro dello Sviluppo Economico, Giancarlo Giorgetti, incontrerà il presidente di Farmindustria Massimo Scaccabarozzi. Lo scopo del Governo è quello di capire se ci sono i margini per produrre anche in Italia il siero contro il coronavirus. La strada si preannuncia in salita. “Bisogna intanto sapere che cosa si vuole produrre”, spiega Rino Rappuoli, coordinatore della ricerca sugli anticorpi monoclonali di Toscana Life Sciences e direttore scientifico di Gsk. “Ci sono due fasi – continua – la prima riguarda la produzione della sostanza, il vaccino stesso: cioè produco l’RNA, o la proteina, il virus dello scimpanzé, a seconda dei vaccini. Per farlo ci vogliono i bioreattori ma in Italia non ci sono gli impianti“. In realtà un impianto ci sarebbe, a Siena, ma i tempi sarebbero molto lunghi. “La seconda fase riguarda l’infialamento e da noi molte aziende sono in grado di farlo”, conclude Rappuoli.

Farmindustria sta conducendo un’indagine sulle aziende presenti nel nostro Paese che potrebbero partecipare alle diverse fasi della produzione. La lista finale sarà presentata al Governo che deciderà sul da farsi.

Partiamo dalla seconda fase, quella dell’infialamento, che a primo acchito sembrerebbe più semplice da realizzare. Il primo stabilimento individuato si trova ad Anagni, in provincia di Frosinone, e appartiene alla multinazionale Catalent. L’impianto sta già infialando i vaccini per Astrazeneca che, tra l’altro, nel secondo trimestre del 2021 riuscirà a consegnare solo 90 milioni di dosi, la metà di quanto previsto in precedenza. Secondo le previsioni, lo stabilimento di Anagni potrebbe infialare anche i vaccini Pfizer-Biontech e Johnson & Johnson, quando quest’ultimo sarà approvato dalle autorità regolatrici. 

Probabile che anche altre società saranno in grado di occuparsi dell’infialamento. Tra tutte la Fidia di Abano Terme e la Haupt Pharma di Latina, stabilimento della multinazionale tedesca Aenova che produce farmaci per conto terzi e che ha avviato un progetto di riconversione di un reparto che potrebbe passare al vaglio dell’Aifa entro il mese di ottobre. I tempi dunque non sono brevi. 

Passando alla prima fase, il problema principale sono i bioreattori. “Un vaccino è un prodotto vivo, non di sintesi, va trattato in maniera particolare – ha affermato Scaccabarozzi – Deve avere una bioreazione dentro una macchina che si chiama bioreattore. Insomma, non è che si schiaccia un bottone ed esce la fiala. Da quando si inizia una produzione passano 4-6 mesi”. Al momento l’unica azienda ad avere i bioreattori necessari è la Gsk di Rosia (Siena). Lo stabilimento produce oggi il vaccino batterico contro la meningite e avrebbe bisogno di 7-8 mesi per organizzarsi e produrre anche il siero contro il Covid, “Se si pensasse per esempio di adattare i bioreattori di Gsk per la produzione di vaccini anti-Covid, non si potrebbe immaginare un’operazione in quattro e quattr’otto – ha detto Rappuoli – Tra l’altro questo significherebbe smettere di produrre il vaccino contro la meningite”, che oggi colpisce ancora 2,8 milioni di persone l’anno.Anche Reithera avrebbe i bioreattori, “ma non credo per fare milioni di dosi”. 

“Tutto ciò però non vuol dire che non si possa pensare di metter su in Italia degli impianti con bioreattori: bisogna però tenere conto che serve lo standard e l’approvazione prima dell’Ema e poi dell’Aifa. E i tempi non sarebbero brevi”, ha aggiunto lo scienziato.

Un’altra strada sarebbe quella di trasferire in Italia la tecnologia già sviluppata da Pfizer o da Astrazeneca. “In questo caso ci vorrebbero dai 7-8 mesi a un anno. Mentre partendo da zero con gli impianti, per arrivare alla produzione si impiegherebbero 2 anni”, ha concluso Rappuoli. 

Ricordiamo che giovedì e venerdì è in programma il Consiglio europeo in videoconferenza di giovedì e venerdì” che avrà come tema principale il nuovo progetto europeo per la campagna vaccinale.

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