La Presidente del Consiglio italiano è stata molto netta nel rifiutare l’abolizione del voto all’unanimità, come ha ricordato Sergio Fabbrini su il Sole, per le decisioni strategiche dell’Unione europea (Ue). Abbandonando la consolidata posizione pro-europea del nostro paese, Giorgia Meloni ha sostenuto che la priorità consiste nel “difendere gli interessi nazionali” e, quindi, nell’evitare il rischio che una maggioranza di stati membri della Ue effettui scelte non condivise dal suo governo su temi cruciali per il futuro dell’Italia. Sul Corriere della sera, Mario Monti – prima – e Lucrezia Reichlin – poi – hanno argomentato che questa posizione impedirà alla Ue di realizzare urgenti riforme economiche, di allargarsi ad altri paesi (inclusa l’Ucraina) senza compromettere la sua efficacia decisionale e di difendere i propri spazi su uno scacchiere internazionale dominato dai rapporti di forza.
Il paradosso del consenso: quando l’unanimità blocca l’Europa
Ciò che inquieta è l’identificazione degli interessi nazionali con il potere di impedire che le istituzioni della comunità di appartenenza liberamente scelta (ossia, la Ue) possano assumere decisioni strategiche sgradite anche a uno solo dei suoi stati membri. Tale potere di veto non è assimilabile alla tutela delle posizioni di minoranza o alla presenza di contrappesi fra le diverse forme di autorità che sono propri a ogni democrazia liberale. Esso impone, invece, che ogni iniziativa rilevante venga isolata dalle altre e si trasformi nella ricerca di compromessi al ribasso che non devono contrastare gli obiettivi immediati di nessuno dei soggetti coinvolti.
Al riguardo, il fatto che il Consiglio europeo abbia occupato uno spazio crescente fin dalla crisi del debito sovrano degli anni Dieci è emblematico: le sue decisioni per consenso hanno condizionato le procedure europee anche nei casi in cui sarebbe stato possibile ricorrere a maggioranze qualificate, sfociando così in scelte spesso deludenti.
La ricerca esasperata del consenso impedisce, di fatto, la cooperazione ed esalta i conflitti. La formazione delle decisioni cessa di configurarsi come un processo che si evolve nel tempo e che riguarda uno spettro di temi, rispetto ai quali si formano solide maggioranze. Invece di rapporti cooperativi volti ad assicurare benefici netti positivi per ognuno degli stati membri, le decisioni vengono concepite come un’unica partita, in cui il giocatore che teme una sconfitta si arroga di volta in volta il diritto di evitare il risultato finale ‘fuggendo con il pallone’.
Dalla paralisi all’illusione sovranista
La mancata ratifica soltanto da parte dell’Italia del nuovo statuto del Meccanismo europeo di stabilità già prefigurava questa logica che risulta oggi rafforzata dalla definizione di interesse nazionale proposta da Meloni. Tale definizione suggerisce, infatti, che l’Italia abbia un’agenda così diversa da quella della Ue da essere disposta a ‘stare in Europa’ purché non debba condividere alcuna sovranità nazionale.
Pensare che un approccio del genere equivalga a garantire l’interesse del nostro paese è un’illusione. Nella Ue, le partite non sono isolate; e, in quelle successive, la fiducia fra i giocatori cadrà a picco. Bastino, al riguardo, tre riscontri.
Primo: condannando la Ue alla paralisi decisionale, il nazionalismo non garantirà lo spazio auspicato alle ‘nazioni’ europee nella governance globale, ma affosserà l’obiettivo dell’autonomia strategica della Ue e sfocerà in un ‘vassallaggio infelice’ dei singoli stati membri nei confronti dell’Amministrazione Trump. Secondo: svuotando i timidi progressi presenti nella bozza della Commissione, il nazionalismo degraderà il bilancio Ue 2028-‘34 da potenziale incubatore per la produzione di Beni pubblici europei a stampella dei bilanci nazionali. La logica del “prendi i soldi…” (europei) e “…scappa” non solo renderà velleitario ogni tentativo di emettere debito comune, ma finirà per ridurre i trasferimenti verso gli stati membri. Terzo: il potere nazionale di veto minerà l’efficacia delle ‘coalizioni di volenterosi’ auspicate da Draghi. Anziché fungere da ‘condensato’ politico per l’avvio di processi più avanzati di integrazione, queste coalizioni diventeranno il viatico di una Ue à la carte destinata a disgregarsi nel tempo.
Sovranità condivisa, vera forza dell’Europa
Esiste un’opposta concezione di interesse nazionale. Il “Manifesto per l’Europa”, che abbiamo promosso due anni fa (il Sole, 4 ottobre 2023), mostra che solo una sovranità europea condivisa può garantire l’effettiva sovranità dei singoli paesi della Ue. Il nazionalismo è contro l’interesse nazionale.