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Trump, un presidente al di sotto di ogni sospetto. Per l’ampiezza dei conflitti di interesse, Watergate è niente

Il comportamento di Trump condiziona l’immagine internazionale degli Stati Uniti, che si vanno sempre di più caratterizzando come un Paese contrassegnato da una presidenza predatoria nella quale gli interessi privati prevalgono sul bene pubblico. Viene meno la fiducia nelle istituzioni e si incrinano i fondamenti della democrazia

Trump, un presidente al di sotto di ogni sospetto. Per l’ampiezza dei conflitti di interesse, Watergate è niente

Un recente articolo di Jacob Silverman, pubblicato sul New York Times (Teapot Dome. Watergate. They’re Nothing Compared with This, 17 ottobre), è tornato a sollevare la questione dei molteplici conflitti di interesse che aleggiano sul presidente Donald Trump nonché su alcuni membri della sua amministrazione e della sua famiglia. Si tratta di una faccenda che si era già presentata durante il primo mandato del tycoon alla Casa Bianca. Per esempio, era emerso che numerose delegazioni straniere e non pochi lobbisti in visita a Washington avevano preso l’abitudine di soggiornare al Trump International Hotel della capitale allo scopo di cercare di ingraziarsi The Donald. In tale prospettiva, il saldo dei salatissimi conti della struttura finiva per configurarsi quasi come il corrispettivo del versamento di una tangente. L’albergo in questione è stato ceduto dalla Trump Organization nel 2021, ma il problema di un presidente che sfrutta la propria carica per fare affari non si è ridimensionato.

Tutt’altro: è addirittura accresciuto. Silverman ricorda il caso del Boing 747-8, del valore di 400 milioni di dollari, regalato a Trump dalla famiglia reale del Qatar per sostituire l’attuale Air Force One come aereo presidenziale, un lussuosissimo velivolo che – quando The Donald avrà terminato il proprio incarico alla Casa Bianca – non resterà in forza all’aviazione federale, ma sarà posto a disposizione della futura biblioteca Trump, cioè potrà continuare a essere utilizzato dal tycoon come privato cittadino. A questo proposito, Silverman allude ovviamente anche al fatto che sarà difficile per il presidente negare qualche favore a chi gli ha fatto un dono così munifico.

La faccenda delle criptovalute

Silverman richiama pure l’improvvisa conversione del presidente alle criptovalute, dopo che The Donald le aveva considerate per lungo tempo una frode, con l’emissione dello $Trump da parte di una società riconducibile alla Trump Organization (la holding di famiglia) alla vigilia dell’inizio del secondo mandato, segnalando come investire in questa moneta virtuale, che significa di fatto arricchire il tycoon e i suoi parenti, possa risultare un metodo estremamente conveniente per chi intenda acquistare una qualche influenza sulle decisioni del governo statunitense. In questo caso, il verbo acquistare non sarebbe usato in senso metaforico ma nell’accezione letterale di comperare.

Già in precedenza Ezra Klein aveva denunciato sullo stesso quotidiano newyorkese di Silverman il potenziale corruttivo dello $Trump (The Growing Scandal of $Trump, “New York Times”, 28 maggio), mentre un successivo reportage investigativo di David D. Kirkpatrick (The Number. How Much Is Trump Pocketing Off the Presidency, “The New Yorker”, 11 agosto) si era cimentato nel quantificare i profitti che The Donald e i suoi familiari avrebbero potuto ricavare per mezzo di operazioni immobiliari e finanziarie condotte all’ombra del potere della Casa Bianca, soprattutto nei Paesi del Golfo Persico: una stima totale di 3,4 miliardi di dollari, di cui oltre 2,3 miliardi derivanti dalla vendita di criptovalute.

L’affarismo dell’entourage trumpismo

I problemi di etica e di conflitti di interesse – reali o possibili – nell’amministrazione Trump non riguardano solo il presidente. Per esempio, Tom Homan, il cosiddetto “zar dei confini”, cioè il responsabile delle deportazioni degli immigrati irregolari, è sospettato di avere ricevuto tangenti in cambio dell’assegnazione di contratti del governo federale inerenti alla creazione e alla gestione di strutture detentive per i clandestini in attesa di essere espulsi. Una delle principali aziende che hanno beneficiato di questa categoria di commesse è stata Geo Group, un’azienda di cui Homan è stato consulente prima di entrare a far parte della seconda amministrazione Trump.

Inoltre, Chris Wright, un imprenditore arricchitosi con la produzione di gas con la fratturazione idraulica, si trova ora a supervisionare il settore grazie al quale ha fatto fortuna, in quanto è il segretario del Dipartimento dell’Energia. In modo analogo, il titolare del dicastero del Tesoro, Scott Bessent, è un ex gestore di fondi speculativi, come il Key Square Group, che ha fondato nel 2015. Parimenti Howard Lutnick, il segretario del Dipartimento del Commercio è l’ex amministratore delegato della società di servizi finanziari Cantor Fitzgerald.

Infine, il figlio del presidente, Donald Trump Jr., ha promosso la creazione di un esclusivo club privato, l’Executive Branch, al quale si accede solo su invito, sborsando una considerevole quota associativa di 500.000 dollari. I suoi soci nell’iniziativa sono Zach e Alex Witkoff, i figli dell’inviato speciale di Trump per il Medio Oriente Steve Witkoff, nonché Omeed Malik e Christopher Buskirk, cofondatori della società di investimenti 1789 Capital. L’Executive Branch è stato pensato da Trump Jr. come un luogo, soprattutto fisico, per far interagire imprenditori e finanzieri con membri dell’amministrazione Trump e ha, pertanto, alimentato il sospetto che il mezzo milione di dollari da versare per entrare a farne parte sia una sorta di pagamento, neppure troppo occulto, per comprarsi un accesso privilegiato a quei politici e funzionari che supervisionano e regolamentano i campi di attività degli aderenti al club.

Il Watergate

La storia degli Stati Uniti ha presentato episodi di conflitti di interesse relativi alla presidenza ben da prima delle amministrazioni Trump. La vicenda che rimane maggiormente impressa nella memoria è lo scandalo del Watergate. Alla notorietà dell’episodio ha contribuito indubbiamente l’apprezzato film di Alan J. Pakula, Tutti gli uomini del presidente (Warner, 1976), sebbene la pellicola attribuisca meriti eccessivi ai giornalisti del “Washington Post” Carl Bernstein e Bob Woodward, interpretati da Dustin Hoffman e Robert Redford, e ridimensioni erroneamente l’apporto degli attori istituzionali nel denunciare l’abuso di potere del presidente repubblicano Richard M. Nixon.

Si trattò del tentativo di Nixon di avvalersi della propria carica per indurre il Federal Bureau of Investigation (FBI) a insabbiare l’inchiesta su una effrazione avvenuta nella notte tra il 16 e il 17 giugno 1972: cinque individui penetrarono nella sede del comitato nazionale del partito democratico – ospitata nel complesso edilizio del Watergate – allo scopo di collocare cimici per intercettazioni telefoniche e ambientali. Il fine era quello di raccogliere informazioni sulle strategie dei democratici nel pieno di una campagna elettorale che vedeva Nixon candidato per il secondo mandato. I cinque vennero scoperti da un guardiano notturno e consegnati alla polizia. Il presidente non era il mandante dell’effrazione, di cui seppe solo in seguito all’arresto degli esecutori materiali. Il responsabile era paradossalmente l’ex procuratore generale degli Stati Uniti (l’analogo del ministro della Giustizia di un Paese europeo), John N. Mitchell, nella sua nuova veste di capo del comitato per la rielezione di Nixon alla Casa Bianca.

Il presidente si rese subito conto che l’indagine avrebbe potuto facilmente collegare i cinque a Mitchell e, dunque, a lui stesso. Cercò, quindi, di sfruttare la propria influenza per impedire all’FBI di portare avanti le sue investigazioni. Riuscì solo a rallentarle quel tanto che gli fu sufficiente per conseguire un secondo mandato nel novembre del 1972. Tuttavia, l’inchiesta andò avanti e fu affiancata sia da indagini della magistratura e del Congresso sia dai reportage di Bernstein e Woodward. Appena emersero le prove del coinvolgimento di Nixon, la Camera dei Rappresentanti aprì una procedura per la messa in stato di accusa del presidente per abuso di potere. Resosi conto di non avere i voti necessari per evitare una condanna da parte del Senato e la conseguente destituzione, Nixon si dimise dalla carica il 9 agosto 1974, unico presidente a compiere un tale gesto in tutta la storia americana.

Il pregresso di Nixon

Nixon non era nuovo a sospetti sul proprio comportamento. Non a caso, si era guadagnato il poco lusinghiero soprannome di “Tricky Dick”, il subdolo Dick, dove Dick era il diminutivo del nome di Richard.
Al tempo della sua candidatura alla vicepresidenza nel 1952, vennero diffuse voci secondo cui aveva accesso un fondo elettorale speciale, creato in occasione della sua precedente campagna per il Senato federale, sul quale avevano continuato ad affluire finanziamenti anche dopo il suo insediamento a Capitol Hill nel 1950, versati probabilmente da donatori che intendevano sfruttare i loro contributi finanziari per indurre il neosenatore a sostenere progetti legislativi di loro interesse e ad affossare quelli contrari alle loro esigenze. In quella occasione, però, Nixon era riuscito a evitare che il partito repubblicano gli revocasse la nomination per la carica di vicepresidente, grazie a un emotivo discorso televisivo, nel quale aveva dichiarato di non avere fatto uso di quel denaro per scopi personali e di essere in realtà talmente privo di mezzi da essere stato costretto a ricorrere alle prestazioni volontarie della moglie Pat come stenografa perché non poteva permettersi di assumerne una.

Gli strascichi del Watergate

Il Watergate ebbe un’appendice. Come previsto dalla procedura di successione stabilita dalla Costituzione, a sostituire Nixon fu ex officio il vicepresidente, Gerald Ford. Costui, però, non era stato eletto. Era stato nominato alla fine del 1973 dallo stesso Nixon per prendere il posto di Spiro Agnew, il vicepresidente eletto con lui nel 1968 e confermato nel 1972, che aveva a sua volta rassegnato le dimissioni il 10 ottobre 1973, perché implicato in un giro di tangenti al tempo in cui era stato governatore del Maryland dal 1967 al 1969.

Uno dei primi atti di Ford fu quello di concedere la grazia a Nixon con una formula estremamente ampia: per tutti i reati commessi o che avrebbe potuto commettere mentre era stato presidente degli Stati Uniti. In questo modo, a Nixon fu risparmiata una molto probabile condanna penale per abuso di potere. Il sospetto fu che ci fosse stato un accordo tra i due, in base al quale Nixon avrebbe nominato Ford alla vicepresidenza, spalancandogli le porte della Casa Bianca nel caso di sue dimissioni, in cambio dell’impegno di Ford a dargli l’immunità una volta diventato presidente. Insomma, sebbene l’ipotesi di uno scambio di favori tra i due non sia mai stata suffragata da prove, il conflitto di interessi di Nixon avrebbe lasciato in eredità a Ford un altro conflitto di interessi.

La questione dei procedimenti giudiziari

Per certi aspetti il caso del Watergate può presentare analogie con alcune decisioni della seconda amministrazione Trump. In particolare, gli sforzi di Nixon per mettersi al riparo da indagini sul proprio operato come presidente possono trovare un riflesso nella decisione di Trump di collocare ai vertici del Dipartimento di Giustizia due suoi ex avvocati. Ha, infatti, nominato Pam Bondi alla carica di procuratore generale e Todd Blanche a quella di viceprocuratore generale.

La prima aveva fatto parte del collegio di difesa di The Donald all’epoca dell’impeachment sull’Ucrainagate, cioè della messa in stato di accusa del presidente durante il primo mandato, in relazione al fatto che aveva minacciato di bloccare gli aiuti militari a Kiev, già approvati dal Congresso e quindi ormai irrevocabili, se la procura ucraina non avesse aperto un’indagine su Hunter Biden volta a screditare il padre, Joe Biden, il più probabile sfidante democratico di The Donald nelle elezioni del 2020, e forse finalizzata anche a stabilire una possibile partecipazione dell’ex vice di Barack Obama agli affari poco chiari del figlio. Poi, in seguito alle incriminazioni federali del tycoon per l’istigazione a dare l’assalto al Congresso il 6 gennaio 2021 e per il trasferimento di documenti federali top secret nella magione di Mar-a-Lago, in svariate occasioni Bondi aveva sostenuto che i magistrati inquirenti avrebbero dovuto essere a loro volta inquisiti.

Blanche, invece, aveva assistito Trump nel processo in cui The Donald era stato condannato per la vicenda di Stormy Daniels, l’attrice di film pornografici il cui silenzio su una presunta relazione con il tycoon era stato comprato con denaro contabilizzato come spese elettorali per la campagna per la presidenza del 2016.

Sebbene i tribunali ottemperino alla regola non scritta di non aprire né continuare procedimenti giudiziari contro i presidenti in carica, non meraviglia il fatto che, con Bondi e Blanche al proprio vertice, il Dipartimento di Giustizia ha proceduto a licenziare sia i procuratori che avevano collaborato a vario titolo con Jack Smith, il titolare dell’indagine federale sul tentativo del tycoon di rovesciare risultato delle elezioni presidenziali del 2020, sia diciotto ispettori generali che erano intenzionati a fare luce sull’operato della Casa Bianca nel settore delle criptovalute, a partire dal provvedimento di The Donald per inserire i Bitcoin tra le riserve strategiche degli Stati Uniti, una svolta che ha accresciuto considerevolmente il valore delle monete virtuali.

I precedenti dell’Ottocento

Le similitudini più rilevanti tra i conflitti di interesse dell’amministrazione Trump e alcune presidenze del passato sono collocabili nel campo dei vantaggi economici e finanziari e affondano le loro radici nell’Ottocento. Per esempio, Simon Cameron, il primo segretario del Dipartimento della Guerra del presidente repubblicano Abraham Lincoln, in carica per quasi un anno tra il 1861 e il 1862, approfittò della propria funzione istituzionale per arricchirsi con le commesse per le forniture militari nel primo anno della guerra civile tra nordisti e sudisti, prima di essere costretto alle dimissioni a causa delle crescenti voci di corruzione che si erano levate contro di lui. In particolare, per il trasporto di truppe e armamenti, si avvalse della compagnia ferroviaria Northern Central Railroad, di cui era azionista, che vide aumentare i propri utili di circa il 40% nei primi mesi del conflitto, a scapito della concorrente Baltimore and Ohio Railroad, che non ricevette nessun contratto dal governo federale.

Scandali di natura economico-finanziaria investirono anche la presidenza del repubblicano Ulysses S. Grant. Il 24 settembre 1869 George S. Boutwell, il segretario del Dipartimento del Tesoro, bloccò temporaneamente l’afflusso di oro sul mercato, probabilmente in modo da farne salire artificiosamente il prezzo e favorire un gruppo di speculatori guidati dai finanzieri Jay Gould e James Fisk. A pagare, però, non fu Boutwell, ma il suo assistente, Daniel Butterfield, che fu licenziato perché aveva fornito a Gould e Fisk informazioni riservate sugli interventi che il Dipartimento del Tesoro aveva intenzione di compiere sul mercato dei metalli preziosi. Inoltre, tra il 1871 e il 1876, alcuni distillatori di whiskey idearono un ingegnoso sistema per evadere le imposte sulla produzione di alcool, avvalendosi della complicità del segretario personale di Grant, Orville Babcock.

Il Teapot Dome

La madre di tutti gli scandali economico-finanziari è considerato il Teapot Dome. Nel 1922, durante la presidenza del repubblicano Warren G. Harding, il segretario agli Interni, Albert B. Fall, fece trasferire il controllo di alcuni giacimenti petroliferi, situati nell’area di Teapot Dome in Wyoming, dal Dipartimento della Marina, che li gestiva come riserve energetiche per esigenze militari, al proprio dicastero. Poi ne concesse lo sfruttamento, a un prezzo irrisorio e senza gara d’appalto, a un gruppo di società private che gli avevano versato ingenti tangenti sotto forma di regali per un valore di oltre 400.000 dollari, l’equivalente di più di 7 milioni di dollari odierni, e di un prestito di 100.000 dollari, pari a più di 1,7 milioni di dollari di oggi, a interesse zero. Una volta scoperto, Fall conseguì il poco invidiabile primato di diventare il primo membro del governo federale a essere condannato al carcere.

Il Billygate

Fu lambito dagli scandali anche un presidente che volle fare dell’etica il fondamento della propria amministrazione. Nel 1977 si insediò alla Casa Bianca il democratico Jimmy Carter che, dopo i precedenti di Nixon e Ford, aveva impostato la propria campagna elettorale del 1976 sulla promessa che non avrebbe mai mentito al popolo americano e che avrebbe riportato l’integrità e il rispetto della legge al vertice del governo federale.

Eppure Carter dovette confrontarsi con il problema di suo fratello, William A. Carter, detto Billy, esploso nell’estate del 1980. A pochi anni dal Watergate, i media ribattezzarono la vicenda Billygate, facendo gioco sul diminutivo del protagonista suo malgrado. Billy Carter ottenne dal governo libico la somma di 220.000 dollari, poco meno di un milione di dollari odierni, tra il 1978 e il 1979, formalmente come prestito a fondo quasi perduto (restituì solo 1.000 dollari), in modo che la cifra non fosse soggetta a tassazione, ma in realtà come compenso per attività di lobby a favore di Tripoli.

In particolare, il fratello del presidente si era occupato di assicurare al petrolio libico un accesso al mercato statunitense. Emerse pure l’ipotesi che il denaro fosse servito per influenzare la Casa Bianca riguardo ai rapporti tra Washington e Tripoli in un momento in cui i due Paesi mantenevano ancora normali relazioni diplomatiche, sebbene la Libia fosse considerata come uno dei principali oppositori dei piani di pace per il Medio Oriente portati avanti dall’amministrazione Carter. Il Dipartimento di Giustizia era sul punto di aprire un’inchiesta su Billy perché non era iscritto presso il Dipartimento di Stato come lobbista di un Paese straniero, in base a quanto previsto da una disposizione del 1933. Il fatto che nel luglio del 1980 Billy si fosse precipitato a registrarsi dopo un colloquio di apparente routine tra il presidente e il procuratore generale, Benjamin R. Civiletti, fece anche pensare che quest’ultimo si fosse lasciato sfuggire qualcosa sulle imminenti indagini e che Jimmy Carter si fosse avvalso di tale indiscrezione per consigliare al fratello di regolarizzare al più presto la propria posizione.

La predilezione di Trump per l’eccesso anche nei conflitti di interessi

C’è una differenza sostanziale tra i casi di conflitti di interesse economico-finanziari del passato e l’odierna situazione di Trump. Nessuna delle vicende precedenti vide coinvolto in modo diretto l’inquilino della Casa Bianca. A essere implicati in prima persona furono membri dell’entourage o familiari, come nel caso di Billy Carter.

Al netto della boccaccesca faccenda legata alla stagista Monica Lewinsky, che rientra più propriamente nella sfera degli scandali sessuali, il democratico Bill Clinton fu sospettato, al termine del duplice mandato nel 2001, di aver approfittato del trasloco dalla residenza presidenziale per portarsi via pezzi di mobilio, arredi e altri oggetti in dotazione alla Casa Bianca. Tuttavia, non venne mai inquisito e, comunque, il corrispettivo monetario della presunta sottrazione, inferiore ai 200.000 dollari dell’epoca, circa 365.000 dollari di oggi, ovviamente impallidisce, anche a fronte del valore del solo aereo qatariota di cui Trump è stato destinatario.

Nel suo delirio di grandezza, The Donald vuole distinguersi per i suoi comportamenti iperbolici.
Anche la vastità dei suoi conflitti di interesse rientra in questa dimensione dell’eccesso. Tale situazione condiziona ovviamente anche l’immagine degli Stati Uniti, che si vanno sempre di più caratterizzando come un Paese contrassegnato da una presidenza predatoria nella quale gli interessi privati prevalgono sul bene pubblico. Inoltre, nel momento in cui i conflitti di interesse diventano la norma e finiscono per non essere sanzionati, viene inevitabilmente meno la fiducia nelle istituzioni e, con il suo declino, si incrina anche uno dei fondamenti della democrazia.

Stefano Luconi insegna Storia degli Stati Uniti d’America nel dipartimento di Scienze Storiche, Geografiche e dell’Antichità dell’Università di Padova. Le sue pubblicazioni comprendono La “nazione indispensabile”. Storia degli Stati Uniti dalle origini a Trump (2020), Le istituzioni statunitensi dalla stesura della Costituzione a Biden, 1787–2022 (2022), L’anima nera degli Stati Uniti. Gli afro-americani e il difficile cammino verso l’eguaglianza, 1619–2023 (2023). La corsa alla Casa Bianca 2024. L’elezione del presidente degli Stati Uniti dalle primarie a oltre il voto del 5 novembre (2024).

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