Donald Trump ha rivendicato apertamente il controllo sul Venezuela, citando il petrolio come interesse strategico degli Stati Uniti. Due giorni dopo il blitz americano che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, il presidente Usa ha alzato ulteriormente i toni, aprendo nuovi fronti che vanno dalla Groenlandia – giustificata come questione di “sicurezza nazionale” – fino a minacce estese a Colombia, Messico, Cuba e perfino Iran. Mentre il presidente Usa parla da comandante e suggerisce un ruolo diretto degli Stati Uniti nella gestione del Paese, il segretario di Stato Marco Rubio cerca di smorzare la linea, assicurando che Washington non intende governare Caracas. Nel frattempo, il bilancio dell’operazione rimane pesante: almeno 80 morti, Maduro atteso davanti a un giudice federale a New York e la piazza venezuelana nuovamente mobilitata.
Maduro davanti a un giudice federale a New York
Nicolás Maduro è atteso oggi davanti a un giudice federale a New York, dove dovrà rispondere delle accuse formali avanzate dagli Stati Uniti. Le immagini del presidente venezuelano bendato e ammanettato hanno fatto il giro del mondo, diventando il simbolo di un’operazione che Washington difende come necessaria, ma che molti osservatori definiscono un precedente gravissimo sul piano del diritto internazionale.
A Caracas, nel frattempo, Delcy Rodríguez è stata nominata presidente ad interim con il sostegno delle forze armate. Trump le ha già recapitato un messaggio diretto: se il nuovo potere venezuelano non si comporterà secondo le richieste di Washington, seguirà un secondo attacco. Un avvertimento che contribuisce ad alimentare un clima di forte tensione interna, mentre il figlio di Maduro ha invitato i sostenitori del chavismo a scendere in piazza.
Trump: “Siamo noi ad avere il controllo del Venezuela”
Parlando ai reporter a bordo dell’Air Force One, Donald Trump non ha usato mezzi termini. “Siamo noi ad avere il controllo del Venezuela”, ha dichiarato, lasciando intendere che le decisioni chiave sul futuro del Paese non verranno prese a Caracas. Il presidente americano ha evitato di chiarire chi consideri formalmente al comando, ma ha ribadito che gli Stati Uniti stanno “trattando con persone appena entrate in carica”, confermando di fatto un ruolo diretto di Washington nella fase di transizione.
Una posizione che ha sollevato interrogativi anche all’interno dell’amministrazione americana, spingendo Rubio a intervenire per chiarire che non è prevista una gestione diretta del Paese da parte degli Usa.
Al centro dell’operazione, secondo le stesse parole di Trump, c’è l’energia. “Gli Stati Uniti hanno bisogno di accesso totale al petrolio venezuelano e ad altre risorse”, ha affermato. Una dichiarazione che rafforza l’interpretazione di chi vede nell’intervento un’azione guidata più da interessi economici e geopolitici che dalla lotta al narcotraffico o dalla difesa della democrazia.
Il Venezuela possiede alcune delle maggiori riserve di petrolio al mondo e il controllo di quei giacimenti rappresenta una leva strategica cruciale in un contesto globale segnato da tensioni energetiche, sanzioni e nuovi equilibri tra grandi potenze.
Trump sulla Groenlandia: “Ci serve per la sicurezza nazionale”
Nel quadro di una strategia sempre più globale, Trump ha rilanciato anche sulla Groenlandia. “Ci serve per la sicurezza nazionale”, ha dichiarato, sostenendo che l’isola è attraversata da una crescente presenza navale russa e cinese e che la Danimarca non sia in grado di garantirne la difesa. Da Copenaghen è arrivata una risposta netta, con l’invito a fermare le minacce e a rispettare l’integrità territoriale danese.
Minacce a Colombia, Messico, Cuba e Iran
Trump ha esteso il tono muscolare anche ad altri Paesi dell’area. La Colombia è finita nel mirino con l’ipotesi esplicita di una “missione statunitense” simile a quella condotta in Venezuela. Il presidente americano ha definito il governo di Bogotá fragile e destinato a non durare.
Il Messico è stato nuovamente accusato di non fare abbastanza contro traffico di droga e migranti, mentre Cuba, secondo Trump, sarebbe “pronta a cadere”, soprattutto ora che rischia di perdere il petrolio venezuelano fortemente sovvenzionato. Il presidente Usa ha lasciato intendere che l’Avana potrebbe crollare anche senza un’azione militare diretta.
Lo sguardo di Washington si spinge anche oltre l’America Latina. Trump ha minacciato un “colpo durissimo” contro l’Iran nel caso in cui Teheran reprima nel sangue le proteste interne, rilanciando una linea di forte pressione già adottata in passato. Nella giornata di oggi è previsto anche un contatto tra Trump e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, segnale che la crisi venezuelana viene ormai letta come parte di un quadro geopolitico più ampio.