Le tensioni tra Stati Uniti e alleati occidentali si fanno sempre più evidenti, mentre il presidente americano Donald Trump rilancia il possibile ritiro dalla Nato. In un’intervista al Telegraph, il presidente americano ha definito l’Alleanza “una tigre di carta”, sostenendo che l’uscita dal trattato di difesa sarebbe ormai “irrevocabile”. A rafforzare questa linea c’è anche il segretario di Stato Marco Rubio, che ha sottolineato come, al termine del conflitto con l’Iran, Washington dovrà “riesaminare” il proprio rapporto con l’Alleanza Atlantica, mettendo in discussione l’interesse strategico di un sistema che, secondo le sue parole, rischierebbe di diventare inefficace se limitato da vincoli operativi imposti dagli alleati.
Tensioni Usa-alleati: Starmer difende la Nato
Trump critica gli alleati Nato, accusandoli di scarsa collaborazione sulla riapertura dello Stretto di Hormuz, da cui passa circa il 20% del petrolio mondiale. Secondo il presidente, i partner europei mostrerebbero riluttanza su operazioni strategiche, evidenziando uno squilibrio nei rapporti transatlantici. Trump rivendica inoltre il ruolo degli Usa, sostenendo che intervengono “automaticamente” per gli alleati, a differenza del contrario.
La linea americana è rafforzata dal segretario di Stato Marco Rubio, che critica i Paesi che limiterebbero l’uso delle basi militari statunitensi in Europa. Una posizione che solleva un interrogativo chiave: se la Nato non consente agli Usa di agire liberamente per difendere i propri interessi, quale è oggi il suo reale valore? Ne deriva una possibile ridefinizione degli equilibri transatlantici, con la decisione finale comunque in capo a Trump.
Sul fronte opposto, il premier britannico Keir Starmer difende la Nato, definendola “la più efficace al mondo”. Londra ribadisce l’impegno nell’Alleanza e rilancia l’iniziativa diplomatica: Starmer ha annunciato un vertice internazionale per gestire la crisi, garantire la sicurezza delle rotte marittime e lavorare alla riapertura dello Stretto di Hormuz, punto cruciale per il commercio globale. La linea britannica punta a evitare un’escalation, favorendo la de-escalation e mantenendo solidi rapporti con gli alleati europei, insieme al rafforzamento del dialogo con l’Ue su difesa, sicurezza ed economia nel post-Brexit.
Trump e la guerra in Iran: tempi brevi o lunga partita?
Sul piano operativo e politico, Trump continua a mantenere una linea estremamente assertiva nei confronti dell’Iran. Il presidente ha annunciato che parlerà alla nazione nelle prossime ore, con un discorso ufficiale previsto alle 21 ora locale (le 3 del mattino in Italia), per fornire quello che la Casa Bianca ha definito un “importante aggiornamento sull’Iran”. Parallelamente, Trump ha ribadito la sua previsione su una conclusione relativamente rapida del conflitto, indicando un orizzonte temporale di “due, forse tre settimane” per la fine delle operazioni militari, pur in un contesto che appare tutt’altro che stabilizzato.
Dall’altra parte, la leadership iraniana si prepara a uno scenario più lungo: il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha dichiarato che il Paese è pronto a resistere almeno sei mesi, ribadendo la sfiducia nei confronti dei negoziati con Washington e la volontà di difendere il territorio “con ogni mezzo necessario”. La situazione resta estremamente volatile, con operazioni militari che continuano a colpire obiettivi strategici.
Tra gli ultimi episodi si segnala l’attacco a una petroliera riconducibile a QatarEnergy nelle acque vicino al Qatar, mentre attacchi aerei e operazioni militari hanno colpito infrastrutture industriali iraniane, aumentando la pressione su Teheran.
Intanto, l’impatto del conflitto si riflette anche sull’economia globale: dopo settimane di tensioni, il prezzo del petrolio resta volatile e le prospettive di crescita internazionale sono in peggioramento, con gli analisti che segnalano effetti diretti su inflazione e stabilità energetica.