“Tutto è molto fluido. Oggi la situazione è certamente migliore rispetto a quella di due giorni fa quando Trump minacciava fuoco e fiamme se non gli veniva regalata immediatamente la Groenlandia. Ma tuttavia l’accordo di massima prospettato dal segretario della Nato, Mark Rutte, è poco determinato, mentre su Gaza gli europei per ora sono rimasti fuori, così come sull’Ucraina sono iniziati colloqui a tre nei quali il nostro continente non ha alcuna voce”.
Marcello Messori, professore emerito alla Luiss ed esperto di politica monetaria e di politica internazionale soprattutto europea, ci tiene a premettere che la situazione è molto instabile e che ogni giorno può arrivare da Trump o dalla stessa Europa una sorpresa, spesso negativa.
Partiamo dalla fibrillazione dei mercati che hanno visto all’inizio della settimana un precipitoso ribasso delle quotazioni azionarie, un rialzo dei rendimenti delle obbligazioni ed in particolare dei titoli del Tesoro Usa, ed una forte ripresa della corsa all’oro considerato l’unico bene rifugio ancora affidabile. È possibile ritenere che questa sia una delle cause principali che hanno indotto Trump a moderare i suoi toni bellicosi e ad accettare una possibile base di intesa attivando la Nato come strumento per la sicurezza della Groenlandia e quindi degli Usa e della stessa Europa?
“Si è verificata esattamente la stessa situazione dello scorso aprile all’annuncio dei dazi da parte di Trump e cioè un calo delle quotazioni azionarie, un aumento dei rendimenti dei titoli di Stato, una corsa alla ricerca di altri beni rifugio come l’oro. E quello dei mercati è sicuramente il segnale più ascoltato da Trump perché colpisce una parte importante dei suoi sostenitori. Una crisi borsistica ed una crescente difficoltà a collocare i titoli del Tesoro Usa danneggerebbe anche la politica economica di Trump che preme per avere tassi più bassi e vuole attirare investimenti da tutto il resto del mondo”.
Tuttavia Trump si è sentito in dovere di mandare un forte messaggio agli europei dicendo loro di non azzardarsi a vendere i titoli del Tesoro americano (di cui gli europei sono oggi i più importanti detentori).
“Bisogna ricordare in generale che i titoli del Tesoro americani sono ancora oggi l’unico vero safe asset internazionale e che quindi gli investitori di tutto il mondo si rivolgono a quei titoli per avere un titolo sicuro nel loro portafogli. La loro attrattività permane perché dispongono di un mercato ampio che facilita le transazioni, offrono un rendimento interessante di oltre il 4,20% per il decennale contro i Bot italiani che rendono il 3,60% circa. Nella scorsa primavera si pensava che la politica di Trump avrebbe danneggiato la credibilità dei titoli Usa e che quindi ci sarebbe stato un parziale trasferimento degli investitori sui titoli europei. Questo non è avvenuto in misura significativa, per cui i Treasury bill Usa hanno mantenuto la loro posizione di safe asset e quindi la loro appetibilità per gli investitori”.
Eppure l’economia americana presenta dei margini di incertezza notevoli. Trump a Davos ha magnificato i successi della sua politica economica ma ha valorizzato molto gli aspetti positivi mentre ha coperto, anche con bugie o parziali verità, i risultati meno brillanti delle sue scelte.
“Credo che le aspettative degli operatori nei confronti dell’economia americana convergano verso una previsione di surriscaldamento, cioè verso una crescita dell’inflazione e quindi una successiva frenata generale della congiuntura. I dazi da un lato e le politiche fiscali varate con il BBB (Big Beautiful Bill), e le politiche contro l’immigrazione che stanno creando una carenza di manodopera, fanno pensare che i prezzi già oggi vicini al 3% siano destinati a salire. È ovvio che Trump punta tutto sulla crescita del Pil ed infatti ha esaltato il dato dell’ultimo trimestre che supera il 4% ma se si guarda al complessivo annuo si vede che i risultati sono assai meno brillanti”.
Insomma, la politica di Trump sui dazi e sul deficit di bilancio non sta funzionando?
“Se si guardano in profondità i dati della crescita si scopre che la maggior parte dei buoni risultati sono collegati ai grandissimi investimenti che si stanno facendo nel comparto IT, ed in particolare nell’intelligenza artificiale. Nei settori tradizionali non c’è grande effervescenza. Ormai appare chiaro che la politica dei dazi non è idonea ad attirare quote significative di investimenti nell’industria tradizionale perché quello che conta è ormai la catena internazionale del valore che viene sconvolta dai dazi. In altre parole, per molte imprese quello che potrebbero guadagnare in seguito alla diminuzione della concorrenza indotta dalle tariffe doganali viene più che compensato dai maggiori costi che queste imprese devono pagare per i componenti importati. Insomma è stata un’illusione pensare che i dazi avrebbero indotto più investimenti nei settori tradizionali. Certo è possibile che la crescita dell’IT comporti una buona crescita della produttività, ma certo si cammina sul filo del rasoio. Peraltro anche la politica fiscale presenta non pochi problemi. Ad esempio gli sgravi per le classi più agiate dovranno essere finanziati in parte con il taglio del welfare. Ma poiché Trump pensa alle elezioni di mid term, questi tagli scatteranno da fine novembre!”.
Quindi Biden, che pure ha perso le elezioni a causa dell’inflazione, in realtà aveva un’economia migliore di quella di Trump. L’inflazione era tornata bassa e stava scendendo più in fretta di come sta avvenendo oggi. E se poi la Ue dovesse assumere posizioni più dure sul settore IT americano allora potrebbe anche scoppiare la bolla borsistica con guai seri per il governo. Ma a proposito di Ue, abbiamo visto che Zelensky ha pungolato l’Europa non solo per le sue incertezze nel sostenere l’Ucraina nella sua resistenza all’invasione di Putin, ma soprattutto per ricordare che tra le grandi potenze che usano in maniera spregiudicata la loro forza, essere incerti e divisi non porta molto lontano. Certo, probabilmente Zelensky era stato messo con le spalle al muro dal precedente colloquio con Trump che, da sempre schierato sulle posizioni di Putin, vuole la cessione dell’intero Donbass alla Russia e ha organizzato un primo incontro a tre a Dubai dove l’Europa non è stata nemmeno invitata. E questo dopo che Trump aveva detto che l’Ucraina era una questione europea e che lui poteva anche lavarsene le mani.
“Penso che la Ue abbia retto bene in questi anni di fronte all’aggressione di Putin. Anche ora sostituisce gli Usa in piena ritirata. Però credo che non possiamo fermarci qua. Non stiamo usando la nostra forza, quella di un mercato di oltre 400 milioni di consumatori abbastanza unitario, tanto che abbiamo un forte surplus commerciale ed investiamo il nostro surplus negli Usa. Dobbiamo aumentare la nostra capacità di decisione ed i tempi che in genere impieghiamo per prenderle. Tempi incompatibili con la rapidità con cui si muovono gli altri grandi attori internazionali. Abbiamo debolezze dovute anche ad assurde gelosie tra organi della Ue. La decisione del Parlamento europeo di ritardare l’approvazione del Mercosur è demenziale. Proprio mentre stavamo mandando un segnale di riaffermazione del multilateralismo, mandiamo un segnale di confusione e di inaffidabilità. Il Ppe sta giocando un ruolo negativo con la sua politica dei due forni e cioè di stare in maggioranza con i socialisti ma poi fare l’occhiolino alle destre. La Commissione è debole con la presidente che sta perdendo credibilità. In più la politica di vari Paesi, tra cui il nostro, è incerta e tenta di barcamenarsi tra America e Europa”.
E dell’accordo Meloni-Merz cosa pensa?
“Ora, l’accordo con Merz siglato proprio venerdì punta sulla richiesta a Bruxelles di nuove deregolamentazioni e di allargamento delle maglie per gli aiuti di Stato in modo da creare campioni nazionali o europei, questo non è chiaro. Una strada che porterebbe non ad un rafforzamento in direzione federalista dell’Europa, e quindi a darle un governo unitario dotato di maggiori poteri sia in politica estera che in politica economica rispetto agli attuali, ma ad una Ue confederale, basata su Stati indipendenti con un centro piccolo e che agirebbe solo su diretta delega degli Stati. Una direzione sbagliata”.