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Trump e i molti conservatorismi degli Stati Uniti. Quale tipo di Destra esprime il tycoon?

Dal “Make America Great Again” alle radici del conservatorismo Usa: come Donald Trump ha riscritto la destra americana rompendo con la tradizione repubblicana. È davvero così?

Trump e i molti conservatorismi degli Stati Uniti. Quale tipo di Destra esprime il tycoon?

Fino dal discorso pronunciato in occasione del primo insediamento alla Casa Bianca, in cui si impegnò a drenare la palude rappresentata dall’élite dirigente di Washington, Donald Trump ha voluto caratterizzarsi come una figura estranea all’establishment politico tradizionale.

La conseguente immagine di pragmatismo e concretezza della propria amministrazione che The Donald ha cercato di comunicare all’opinione pubblica e all’elettorato statunitensi ha comportato che la sua presidenza si sia sempre presentata come indipendente dai condizionamenti ideologici a cui, secondo la narrativa trumpiana, sarebbero andati soggetti i predecessori del tycoon, pure quelli eletti nelle fila del partito repubblicano.

Anche alla luce di queste intenzioni, per giudizio quasi unanime Trump non è un conservatore convenzionale.

Il conservatorismo sui generis di Trump

Le politiche di Trump possono essere ragionevolmente considerate in antitesi con le posizioni che il partito repubblicano ha espresso per lungo tempo prima della comparsa di The Donaldsulla scena politica con il lancio della candidatura alla Casa Bianca, ormai più di dieci anni fa, nell’aprile del 2015.

Per esempio, le disposizioni protezionistiche del tycoon, con le guerre commerciali e tariffarie condotte non solo contro la Repubblica Popolare Cinese ma anche contro gli alleati dell’Unione Europea, contrastano con le misure liberiste di integrazione dei mercati di cui il partito repubblicano si era tradizionalmente fatto propugnatore.

Queste ultime avevano portato alla creazione di un’area di libero scambio tra il Canada, gli Stati Uniti e il Messico, grazie al North American Free Trade Agreement (NAFTA). Ancorché ratificato dal Congresso nel 1993, all’inizio della presidenza del democratico Bill Clinton, ma con i voti determinanti di alcuni membri repubblicani, l’accordo era stato inizialmente concepito dal presidente repubblicano Ronald Reagan e sottoscritto dal suo successore George H.W.Bush nel 1992, per poi essere sostituito nel 2020 dallo United States-Mexico-Canada Treaty, voluto da Trump per reintrodurre disposizioni protezionistiche a beneficio della produzione statunitense.

Allo stesso modo, le tendenze neoisolazionistiche delle due amministrazioni del tycoon, con un arretramento parziale degli Stati Uniti dalla scena globale, pur non rappresentando una rinuncia all’anelito di Washington all’egemonia globale, confliggono con l’internazionalismo dei due immediati predecessori repubblicani di Trump: George H.W. Bush, attuatore di un intervento militare nel 1991 per liberare il Kuwait dall’occupazione irachena, e George W. Bush, che – in risposta agli attentati di al-Qaeda dell’11 settembre 2001 – rovesciò militarmente il regime dei talebani in Afghanistan nel 2001 e quello di Saddam Hussein in Iraq nel 2003 nell’ambito di un programma che ufficialmente era volto a esportare la democrazia occidentale, sia pure con la forza armata, nel Medio Oriente.

A prescindere dal fatto che fosse reale oppure un semplice pretesto, anche questa ambizione idealistica è andata perduta con Trump.

In una ormai famigerata intervista rilasciata a Bill O’Reilly di Fox News il 6 febbraio 2017, il presidente esternò il suo rispetto per Vladimir Putin e all’obiezione del giornalista che il leader del Cremlino fosse un “killer”, The Donald replicò che non bisognava illudersi che gli Stati Uniti fossero una “nazione innocente”, ammettendo implicitamente che i metodi di Washington erano analoghi a quelli di un regime autoritario come quello russo.

Perfino sull’immigrazione, oggi contraddistinta dai propositi del tycoon di deportare in massa milioni di clandestini, è riscontrabile una rottura di Trump con il pregresso del partito repubblicano.

Ad esempio, nel 1986, Reagan promulgò l’Immigration Control and Reform Act, una legge che regolarizzò la posizione degli stranieri entrati illegalmente negli Stati Uniti antecedentemente al 1° gennaio 1982 che avevano svolto una qualche attività lavorativa per almeno novanta giorni in ciascuno dei tre anni successivi.

Nel 1990, Bush Sr. firmò un’altra legge per aumentare a 700.000 il numero di visti di immigrazione concessi ogni anno, per favorire i ricongiungimenti familiari permettendo ai parenti stretti di chi si era già trasferito negli Stati Uniti di raggiungere i propri congiunti e per accogliere lavoratori altamente specializzati, gli analoghi di coloro che pochi mesi fa Elon Musk ha accusato Trump di voler escludere.

Sulla linea del provvedimento di Reagan, invece, Bush Jr. sostenne un guest worker program, ancorché mai approvato in seguito dal Congresso, per fornire un permesso temporaneo di lavoro ad alcune categorie di immigrati irregolari, in maniera da farli emergere da una condizione di clandestinità, sia pure senza consentire loro di ottenere la green card (il permesso di residenza) prodromica all’acquisizione della cittadinanza statunitense).

Il divario sulla questione razziale

Neppure in materia di rapporti tra le razze si riscontra una continuità di Trump con il passato del partito repubblicano.

Questa forza politica si fece portavoce della difesa dei privilegi degli statunitensi bianchi dopo la svolta integrazionista impressa al partito democratico dal presidente Lyndon B. Johnson alla metà degli anni Sessanta con la promulgazione del Civil Rights Act del 1964 e del Voting Rights Act del 1965, che assicurarono agli afroamericani la pienezza dei diritti civili e politici.

Nondimeno, il partito repubblicano ha sempre preso le distanze dalle manifestazioni più reazionarie del razzismo. Ad esempio, quando David Duke – l’ex leader nazionale del Ku Klux Klan, la più famigerata organizzazione di suprematisti bianchi degli Stati Uniti, e il fondatore della National Association for the Advancement of White People – riuscì a conseguire la nomination repubblicana per un seggio alla Camera di Washington in rappresentanza della Louisiana, sia l’allora presidente Bush Sr., sia il suo predecessore Reagan, sia il presidente del comitato nazionale del partito repubblicano Lee Atwater si affrettarono a prendere le distanze da Duke e a sostenere il suo sfidante democratico, John Spier Treen.

Invece, Trump non ha rinnegato l’appoggio di “The Crusader”, l’organo del Ku Klux Klan in Arkansas che si vantava di rappresentare “la voce principale della resistenza bianca”, nella campagna elettorale del 2016 ed ha scaltramente dichiarato che vi sarebbero state “brave persone” tra i neonazisti e i suprematisti bianchi che avevano dato vita a scontri cruenti con gruppi pacifici di attivisti per i diritti civili a Charlottesville, in Virginia, nell’agosto del 2017.

La natura composita del conservatorismo statunitense

Questi esempi contribuiscono ad attestare le poliedriche connotazioni che il conservatorismo statunitense ha assunto nel corso nel tempo o addirittura dimostrano l’esistenza di differenti generi di conservatorismo, a seconda delle varie epoche.

Del resto, come ha osservato lo storico Alan Brinkley più di trent’anni fa, il conservatorismo americano si contraddistingue per essere “un complesso di idee tra loro connesse (e talvolta sconnesse) dalle quali coloro che si considerano conservatori attingono elementi diversi in momenti distinti” (The Problem of American Conservatism, in “American Historical Review”, 1994).

In effetti, sono identificabili molteplici varianti di conservatorismo antecedenti alla comparsa della versione impersonata da Trump.

Nel secondo dopoguerra emerse una cosiddetta “Nuova Destra”, frutto della reazione dei conservatori all’estensione dei poteri dello Stato federale, alla crescita del suo intervento in economia e alle politiche redistributive che il presidente democratico Franklin D. Roosevelt aveva attuato con il suo New Deal per superare la depressione degli anni Trenta.

Tuttavia, l’essenza di questa “Nuova Destra” è stata declinata attraverso una molteplicità di accezioni e articolazioni prima di arrivare a Trump.

Il conservatorismo del secondo dopoguerra

Il primo filone della “Nuova Destra” fu il conservatorismo libertario, per il quale la massima espressione della libertà dell’individuo veniva a coincidere con un capitalismo privo di regole.

A teorizzare questa sorta di identità fu soprattutto Milton Friedman, che nel 1976 avrebbe conseguito il Premio Nobel per l’Economia, con il suo Capitalism and Freedom (Chicago, University of Chicago Press, 1962).

Nel saggio giunse addirittura a patrocinare la completa privatizzazione delle funzioni del governo, al quale negava pure la possibilità di emanare provvedimenti per disciplinare il comportamento. Tale campo, per Friedman, avrebbe dovuto restare di competenza di ogni singola persona, così che l’assenza di norme si sarebbe estesa dall’ambito del mercato alla sfera della morale.

Teorizzando la necessità di emancipare i cittadini da un governo invadente, Friedman finì per prendere le distanze da un altro orientamento conservatore, rappresentato da intellettuali comeRussell Kirk, Clinton Rossiter, Richard Weaver. Costoro, quasi nello stesso periodo, nel pieno della guerra fredda, auspicavano una campagna contro il comunismo la quale, prima ancora che politica, avrebbe dovuto essere etica.

A loro avviso, pertanto, in alcuni ambiti occorreva uno Stato maggiormente presente, volto a spingere gli individui a sviluppare il senso del dovere e della responsabilità, a rispettare un ordine morale prestabilito, a introiettare valori come il patriottismo – anche attraverso provvedimenti coercitivi che imponessero un comportamento retto – e a rifuggire da un materialismo incentivato dall’eccesso di libertà individuale.

Però l’incalzare di presunte minacce rappresentate sia dalle ingerenze di uno Stato federale interventista, come si era venuto a caratterizzare dagli anni del New Deal, sul piano interno, sia dall’espansionismo totalitarista dell’Unione Sovietica, nella dimensione internazionale, indusse a raggiungere una sorta di compromesso tra la corrente che mirava a tutelare lo statunitense libero e quella che si proponeva di forgiare l’americano virtuoso.

In tale direzione si mosse soprattutto il periodico “National Review”, in particolare attraverso gli interventi del direttore, William F. Buckley, e del condirettore, Frank S. Meyer. Questa versione del conservatorismo, pur rivendicando la libertà personale, accettava un governo con una autorità morale ma dalle prerogative minime quali l’amministrazione della giustizia, la tutela dell’ordine pubblico e la conduzione della politica estera.

Il caso di Barry Goldwater

A fare proprie queste istanze in politica fu soprattutto il senatore federale dell’Arizona, Barry Goldwater, che nel 1964 ottenne la nomination repubblicana per la Casa Bianca. Considerato il “Giovanni il Battista della Nuova Destra”, come ricorda Micaela Anne Larkin, Goldwater non escluse il ricorso alle armi atomiche per consentire agli Stati Uniti di trionfare sull’Unione Sovietica e propose l’abolizione delle imposte progressive sul reddito nonché l’azzeramento dei programmi di welfare, compresa la previdenza sociale. Per sua stessa ammissione, il timore che provava per uno stato forte e attivo non era secondo a quello che manifestava nei confronti di Mosca.

La sua candidatura fu soprattutto il prodotto di una destra reazionaria che si opponeva al crescente ruolo dello Stato federale nell’economia, alle politiche sociali e all’egualitarismo, compresa l’integrazione razziale, promossi in precedenza dal partito democratico.

A dimostrazione del proprio disprezzo per l’attivismo del governo, Goldwater propose provocatoriamente di vendere ai privati per un solo dollaro la Tennessee Valley Authority, la corporation federale che produceva energia elettrica a basso costo, creata nel 1933 da Franklin D. Roosevelt e fiore all’occhiello dell’intervento pubblico in economia.

Tuttavia, Goldwater riportò una devastante sconfitta contro il presidente in carica, Lyndon B.

Johnson, l’ultimo epigono delle politiche del New Deal ad arrivare alla guida del Paese.

Il conservatorismo reaganiano

A raccogliere il testimone di Goldwater fu Reagan, eletto presidente nel 1980 e confermato alla Casa Bianca quattro anni dopo.

Come sostenne George F. Will, un editorialista del “Washington Post”, per sottolineare metaforicamente la continuità politica tra i due esponenti conservatori, il conteggio dei voti delle elezioni del 1964 impiegò sedici anni e alla fine risultò che Goldwater aveva vinto.

Al pari di quella del candidato repubblicano battuto da Johnson, la visione reaganiana si incentrava sul populismo antigovernativo e sul neoliberismo, in particolare con un ritorno a un ruolo minimo dello Stato federale. Come affermò Reagan nel primo discorso di insediamento nel 1981, “il governo non è la soluzione dei nostri problemi, il governo è il problema”.

L’obiettivo del ridimensionamento delle funzioni dello Stato si tradusse nel taglio delle imposte, nella riduzione degli stanziamenti per i programmi di welfare e nella cancellazione di norme per regolare il mercato finanziario, come il provvedimento che vietava alle Savings and Loan Banks (le casse di risparmio) di speculare in borsa.

Il successo di Reagan fu soprattutto espressione di una protesta fiscale che era emersa fin dal 1978, quando la California (lo Stato che proprio Reagan aveva governato fino al 1975) aveva approvato a larga maggioranza un referendum per stabilire un tetto massimo alle imposte sugli immobili, richiedere una maggioranza qualificata dei due terzi dei voti affinché l’assemblea legislativa statale potesse approvare un aumento e limitare la rivalutazione dei fabbricati al momento del loro passaggio di proprietà e di ampliamento del volume.

Reagan, però, intendeva anche promuovere la rinascita spirituale dell’America, per invertire un ipotetico declino morale del Paese in conseguenza della diffusione del consumo di stupefacenti, del ricorso all’interruzione volontaria della gravidanza (che era stata riconosciuta come un diritto delle donne a livello federale con la sentenza Roe v. Wade emessa dalla Corte Suprema nel 1973) e della crescente libertà sessuale.

Si propose, quindi, di contrastare il relativismo etico, ascritto al pluralismo e all’egualitarismo attuati dai progressisti democratici, e di mettere in discussione le conquiste delle minoranze etno-razziali, dei movimenti delle donne e degli ambientalisti.

Lo strumento per raggiungere questo risultato era il ripristino di valori tradizionali come il patriottismo, venuto meno in seguito alle proteste contro l’intervento statunitense nella guerra del Vietnam, e la posizione pro life a tutela dei feti.

Non a caso, tra i suoi principali sostenitori Reagan poteva annoverare la Moral Majority, un’organizzazione di evangelici fondamentalisti, guidata da Jerry Falwell, i quali, spaventati dalla secolarizzazione della società americana e dalla supposta corruzione conseguente alla modernizzazione, si dichiaravano antiabortisti e difensori della famiglia convenzionale.

Reagan intese anche ripristinare l’egemonia e la potenza statunitense nel mondo, rilanciando quell’internazionalismo che il partito repubblicano aveva abbracciato fin dal 1952. In quell’anno, la svolta in tale direzione fu segnata dalla vittoria di Dwight D. Eisenhower nelle elezioni primarie repubblicane contro il senatore dell’Ohio Robert Taft, ultimo esponente di rilievo di un paleoconservatorismo isolazionista che si era opposto all’adesione degli Stati Uniti alla NATO nel 1949 e aveva accettato gli aiuti del Piano Marshall per la ricostruzione europea nel secondo dopoguerra solo obtorto collo.

Reagan si incamminò quindi lungo una strada già tracciata dai repubblicani e su cui avrebbero proseguito sia entrambi i presidenti Bush, con gli interventi militari in Medio Oriente menzionati in precedenza, sia i cosiddetti neoconservatori del Project for the New American Century che, prima ancora di inserirsi nell’amministrazione di Bush Jr. – soprattutto con il sottosegretario alla Difesa Paul Wolfowitz (2001-2005) nonché in parte con il responsabile del Pentagono Donald Rumsfeld (2001-2006) e il rappresentante alle Nazioni Unite John Bolton (2005-2006) – avevano cercato, sia pure invano, di spingere il democratico Bill Clinton a rovesciare militarmente Saddam Hussein già alla fine degli anni Novanta.

La “Nuova Destra” in una prospettiva di lungo periodo

Le radici ideologiche del conservatorismo della seconda metà del Novecento possono essere ricercate negli anni precedenti la seconda guerra mondiale.

Ad esempio, la polemica di Goldwater e Reagan contro l’eccessiva presenza dello Stato nella società americana era stata preceduta da un saggio di uno dei precursori della corrente libertaria, Albert Jay Nock, che nel 1935 aveva dato alle stampe un saggio dal titolo quanto mai esplicito, Our Enemy, the State (New York, William Morrow), cioè il nostro nemico, lo Stato. Per Nock, lo Stato era un’associazione a delinquere a causa del prelievo fiscale destinato all’assistenzialismo.

A suo dire, tale categoria di imposta rappresentava la forma più barbara di furto ai danni del cittadino, perché ne ledeva la libertà di utilizzare in pieno i proventi che erano frutto del proprio lavoro.

In particolare, a giudizio di Nock, il welfare subordinava l’individuo allo Stato e, così facendo, introduceva una collettivizzazione strisciante con effetti deleteri per l’intera società: lo stato sociale avrebbe trasformato “l’individuo da un essere spirituale, dignitoso, industrioso e pieno di fiducia in se stesso, in una creatura animale e dipendente senza che se ne renda nemmeno conto”.

Un recentissimo studio dello storico Jeff Roche fa addirittura risalire le scaturigini del conservatorismo a una cultura politica di difesa a oltranza dell’individualismo che sarebbe stata sviluppata dai mandriani del Texas occidentale, i cowboy resi celebri da tanti film western, tra la fine dell’Ottocento e la metà degli anni Trenta del Novecento (The Conservative Frontier. Texas and the Origins of the New Right, Austin, University of Texas Press, 2025).

Una nuova “Nuova Destra” trumpiana in realtà non troppo nuova

Trump ha mutuato il proprio slogan delle campagne elettorali del 2016, 2020 e 2024, “Make America great again” (MAGA), da quello che Reagan aveva coniato nel 1980, “Let’s make America great again”. Nondimeno, per le considerazioni richiamate in apertura, il modello di “Nuova Destra” del tycoon è un conservatorismo ben diverso da quello dei suoi predecessori repubblicani, Reagan compreso. Verrebbe da definire quella di Trump una nuova “Nuova Destra”, ma in realtà il conservatorismo di The Donald non presenta contenuti particolarmente originali.

La fonte di ispirazione politica del tycoon può essere ragionevolmente considerato Patrick J. Buchanan che, nel corso degli anni Novanta, espresse posizioni che precorsero quelle di Trump. Per esempio, sosteneva che il forte passivo nella bilancia commerciale di Washington (al tempo principalmente con il Giappone, anziché con la Repubblica Popolare Cinese) costituiva un pericolo per i livelli occupazionali americani che avrebbe dovuto essere scongiurato attraverso un incremento dei dazi doganali in modo da salvaguardare l’impiego e la crescita economica negli Stati Uniti.

Inoltre, riteneva che l’internazionalismo, non ultima la prosecuzione dell’adesione alla Nato, causasse un inutile sperpero di risorse a vantaggio di nazioni che, approfittando dello scudo protettivo americano, si rifiutavano di destinare alla propria difesa l’analogo di quanto spendeva Washington a loro beneficio. Infine, vedeva nell’immigrazione irregolare un pericolo da affrontare con un potenziamento dei controlli lungo la frontiera con il Messico per bloccare l’arrivo di clandestini.

Nel 1992 e nel 1996 Buchanan, candidatosi nelle primarie del partito repubblicano, non riuscì a conseguire la nomination per la Casa Bianca.

Né ebbe miglior fortuna nel 2000, quando corse per la presidenza nelle fila del Reform Party, la formazione creata da un altro imprenditore miliardario, Ross Perot, che aveva anticipato Trump sia nell’ingresso in politica sia nell’attaccare l’integrazione dei mercati, prendendo di mira soprattutto il NAFTA, di cui aveva tentato – senza riuscirci – di impedire la ratifica da parte del Congresso. Con il Reform Party Buchanan raccolse solo lo 0,4% del voto popolare.

Tuttavia, il suo conservatorismo, sconfitto alle urne alla fine del secolo scorso, sembra essere divenuto vincente una volta che è stato introiettato da Trump.

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