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Tim torna a volare (+15%) e riporta il Ftse Mib a quota 27 mila

Nuovo boom in Borsa della compagnia telefonica in attesa che si faccia luce sul progetto americano di Opa e del cda di venerdì – La performance di Tim ha rilanciato anche l’indice Ftse Mib facendo della Borsa italiana la migliore d’Europa – Bene anche Banca Mediolanum Unicredit, Enel e Cnh – Lo spread sale a 130 punti base

Tim torna a volare (+15%) e riporta il Ftse Mib a quota 27 mila

Con un poker d’assi in cima al listino Piazza Affari chiude in rialzo dello 0,63% (a 27.109 punti base) una seduta volatile, contrastata in Europa, debole in avvio a Wall Street (dove il Nasdaq sta recuperando) e segnata dal super dollaro, con l’euro sotto quota 1,12.

Telecom torna sugli scudi (+15,63%) grazie alle voci (smentite) che Kkr potrebbe aumentare la sua offerta, nel tentativo di convincere il riluttante azionista Vivendi. Il prezzo delle azioni sale a 0,4972, sempre più vicino alla potenziale Opa a 0,505 euro del fondo Usa.

Si apprezza Banca Mediolanum +2,91% nel giorno della scomparsa del fondatore Ennio Doris, che aveva già passato le consegne al figlio. A imprimere un certo appeal è il riaccendersi di speculazioni sul futuro assetto del gruppo.

Prosegue il recupero di Unicredit +2,97%, promossa insieme a Intesa (+0,02%) dall’agenzia S&P Global, che ha confermato il rating sulla solidità patrimoniale dei due istituti e migliorato l’outlook, portandolo a “positivo” da “stabile”.

Brilla Enel, +2%, nel giorno della presentazione del piano industriale 2022-2024. Il colosso elettrico potrebbe anche decidere di scorporare e perfino quotare la rete di stazioni di ricarica per auto restando azionista di maggioranza nella nuova società.

Le vendite penalizzano Buzzi -1,68%, Stellantis -1,19%, Diasorin -1,03%, Prysmian -0,79%. Fuori dal paniere principale è pesante Fincantieri (-4,63%) che, secondo indiscrezioni, dovrebbe ricorrere a un significativo aumento di capitale nel caso di acquisto di Oto Melara e Wass da Leonardo (+1,35%).

Si ridimensiona nel finale l’impennata dello spread, che si ferma a 128 punti base (+1,56%), con i tassi in crescita sia per il decennale italiano sia per quello tedesco, rispettivamente +1,02% e -0,25%. Intanto la Commissione europea ha dato via libera alla legge di bilancio dell’Italia, pur ricordando che governo e parlamento devono porsi l’obiettivo di ridurre l’aumento della spesa pubblica corrente. “Oggi nessuna legge di bilancio è stata respinta” osserva il commissario all’economia Paolo Gentiloni, che precisa: “non stiamo chiedendo specifiche correzioni, abbiamo solo sollevato l’attenzione sul problema, su qualcosa che il governo ha intenzione di fronteggiare. Come e quando sarà una decisione italiana”.

Le temperature sono più basse sulle altre piazze europee, ma superiori ai minimi di giornata nonostante la ripresa dei contagi da Covid e le nuove restrizioni che pongono molti punti interrogativi sul clima economico dei prossimi mesi.

Francoforte cede lo 0,35%, nel giorno della nascita del primo governo “semaforo” composto da socialdemocratici, verdi e liberali. L’umore nel paese però non è dei migliori, visto che la Germania viaggia intorno ai 67mila contagi al giorno. Cala, infatti, l’indice Ifo sulla fiducia delle imprese, scendendo a novembre a 96,5 punti da 97,7 punti di ottobre.

Madrid cede lo 0,39%, sono piatte Parigi e Amsterdam. Più ottimista Londra +0,29%.

New York, dopo un avvio in calo frazionale, vede il recupero del Nasdaq, in attesa delle minute della Fed e alla vigilia della festa del Ringraziamento.

I dati macroeconomici di giornata forniscono un quadro relativamente incoraggiante. Le nuove richieste settimanali dei sussidi di disoccupazione sono scese di 71.000 a 199.000, miglior dato dal novembre 1969. Il pil del terzo trimestre (in seconda lettura) è salito del 2,1%, dopo il 2% della stima preliminare, ma contro attese di +2,2%. Gli ordini di beni durevoli sono scesi a ottobre dello 0,5%, secondo calo consecutivo, contro attese per un +0,3%. L’inflazione in ottobre è salita ai massimi dal dicembre 1990. Il dato Pce (personal consumption expenditures price index), misura preferita dalla Federal Reserve, rivela che l’inflazione è cresciuta dello 0,6% su settembre (+0,4% atteso) e rispetto a un anno prima è aumentata del 5%, massimo dal dicembre 1990, dopo il +4,4% del mese precedente.

Ne approfitta il dollaro, che si apprezza contro un panel di valute, aiutato anche dalle dichiarazioni di Mary Daly, presidente della Fed di San Francisco, secondo cui il ritmo del tapering potrebbe accelerare, mentre si prevedono 1-2 incrementi dei tassi il prossimo anno.

L’euro rompe il supporto contro la divisa statunitense a quota 1,12. Il cross al momento è 1,197.

Si ferma la corsa dei rendimenti dei T-Bond con il decennale che si muove in calo dello 0,5% intorno a +1,65%.

L’idea che le banche centrali debbano intervenire per fronteggiare un’inflazione galoppante preoccupa anche in Europa.

La mossa però potrebbe essere controproducente, e oggi Fabio Panetta, componente del comitato esecutivo della Bce, spiega con chiarezza il perché. La Banca centrale europea – sostiene – deve continuare a tenere sotto controllo i costi del debito pubblico visto il protrarsi della pandemia e la mancanza di segni che l’inflazione stia andando fuori controllo. “Un’inappropriata e drastica riduzione degli acquisti di bond, equivarrebbe ad adottare una politica monetaria restrittiva”. Secondo Panetta l’attuale picco dell’inflazione, che ha visto i prezzi crescere del 4,1% lo scorso mese, è dovuto a “fattori puramente temporanei” e “a shock globali dal lato dell’offerta” che stanno danneggiando l’economia, invece che portare a un surriscaldamento.

“Non dobbiamo esagerare il rischio che gli shock dell’offerta si trasformino in uno shock della domanda, e minacciare la ripresa applicando misure monetarie restrittive o tollerando passivamente un restringimento indesiderabile delle condizioni finanziarie”. La Bce dovrebbe trovare un accordo per rallentare il Pandemic emergency purchase programme (Pepp) da 1.850 miliardi di euro a partire dal prossimo mese, ma la domanda che si pone è quanti bond acquisterà la banca centrale dopo la fine del Pepp a marzo.

Tra le materie prime si conferma debole l’oro a 1786,32 dollari l’oncia, mentre il petrolio, tra alti e bassi, al momento è in leggero progresso. Brent, +0,58%, 82,79 dollari al barile; Wti +0,47%, 78,87 dollari.

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