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Tamburi: “Un piano shock per l’Italia: meno tasse, più infrastrutture”

INTERVISTA A GIOVANNI TAMBURI, fondatore e numero uno di TIP – “Bisogna dare una scossa il più in fretta possibile al Paese con un riduzione della tasse e un piano straordinario di investimenti per infrastrutture” – “La Borsa andava chiusa anzichè spalancare la porta alla speculazione via algoritmi”

Tamburi: “Un piano shock per l’Italia: meno tasse, più infrastrutture”

Un piano shock per l’economia italiana? Si può, anzi si deve, spiega Giovanni Tamburi, l’animatore del “salotto buono” del made in Italy che, nel momento dell’emergenza, torna ad occuparsi di finanza pubblica lasciando da parte, per una volta, la cura della sua agguerrita scuderia di proposte del made in Italy. Lo spirito è lo stesso degli anni Novanta quando Tamburi partecipava alla squadra di Giuliano Amato, impegnato a far decollare le privatizzazioni. “Se ne parlava molto – ricorda – ma non eravamo in molti a credere che potessimo farcela. Né Savona, ne lo stesso Mario Monti”.

Anche stavolta, sotto i cieli dell’epidemia, è l’ora di agire: senza indugi ma con metodo, mobilitando le risorse che ci sono e quelle che possono arrivare, evitando di fare nuovi errori dopo la “magra” rimediata da Christine Lagarde o l’ostinazione (“per me incomprensibile”) di tenere la Borsa aperta, senza limitazioni, in una situazione di ‘allarme rosso”: “Abbiamo spalancato la porta alla speculazione via algoritmi, senza alcuna protezione per la regolarità degli scambi. Da una settimana andavo sostenendo che occorreva mettere sotto controllo lo scoperto. L’hanno fatto in Corea”.  Perché noi no? Si percepisce, via telefono, un silenzio eloquente. Ma è il momento di fare, non si polemizzare. 



“Ho messo a punto – spiega Tamburi – alcune proposte che potrebbero tornare utili per far ripartire l’economia”. Ascoltiamole. Tra una chiamata e l’altra perché il telefono in casa Tamburi continua a squillare la mattina dopo il diluvio. Anche i protagonisti dei mercati, chiusi gli uffici, sperimentano il lavoro a domicilio, tra una conference call e l’altra sia per preparare la stagione delle assemblee che, nonostante i non pochi impicci, batte alle porte, sia per rincuorare i clienti.  

Ma quale può essere una strategia per la ripresa? 

“Partiamo dalla tutela di quel che abbiamo: la capacità di esportare, innanzitutto. Si è determinata una situazione d’emergenza alle dogane in cui sono a rischio i pagamenti a favore delle imprese”. 

Che fare?  

“Scontare senza indugio le lettere di credito. Lo Stato non rischia nulla. In caso di ritardo, o peggio, il made in Italy può subire un notevole danno a fronte di merci già pagate ma la cui consegna tarda. Ed è non meno importante lo stop temporaneo dei pagamenti. Anche qui lo Stato non rischia”. 

C’è chi invoca il taglio delle aliquote. 

“Sono d’accordo. Il taglio temporaneo dell’aliquota Ires dall’attuale 24% a 10% avrebbe un impatto modesto sulle entrate. E non mi stupirei se scoprissimo che, con questa misura, potremmo abbattere il nero; con un’aliquota del genere, evadere non sarebbe  più conveniente. ”. 

E sul fronte degli investimenti? 

“Avanti con un piano straordinario sulle infrastrutture a partire dagli ospedali”. 

E chi pagherà? 

Ho la sensazione che siano cadute le resistenze all’uso degli eurobond. Purché si adotti il metodo Genova”. 

Cioè? 

“La formula un commissario preposto alla realizzazione di un’opera sta dando ottimi risultati per quel che riguarda il ponte di Genova. Così si recupera la fiducia dei partners e, cosa ben più importante, si dà una scossa anche alla fiducia degli italiani, anche se occorre fare molto di più”.

In quale direzione? 

“Credo che si debba rimettere mano ad un nuovo piano casa, sulla falsariga di quello di Berlusconi, che diede un forte impulso all’edilizia privata”.

Meno tasse, dunque. E via libera agli investimenti perché occorre dare una scossa il più in fretta che si può. E così? 

“Manca una cosa: la cassa integrazione per tutti coloro che hanno subito i danni di questa emergenza inattesa ed imprevedibile, compresi i punti di crisi più acuti, a partire dal turismo. Non possiamo far saltare un settore di punto della nostra economia. E, soprattutto, abbiamo bisogno di fiducia. E di lavoro”. 

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