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Stm festeggia in Borsa la stagione d’oro dei chips

Trimestrale e outlook 2021 sopra le attese spingono il gruppo italo-francese. Sale la domanda di semiconduttori e l’industria è già in difficoltà mentre tra Usa e Cina è ormai in atto una vera e propria guerra per la supremazia in un settore-chiave. Anche l’Europa vuole giocare un ruolo ma non sarà facile

Stm festeggia in Borsa la stagione d’oro dei chips

La stagione d’oro dei chips si riflette nei conti di Stm, la società italo-francese che rappresenta una delle poche voci europee nel “petrolio del XXI” come sono definiti i semiconduttori per sottolinearne la portata strategica.  STMicroelectronics chiude il primo trimestre con un utile netto quasi raddoppiato a 364 milioni dollari, in aumento rispetto ai 192 milioni dello stesso periodo del 2020. I ricavi netti sono migliorati del 35,2% anno su anno 3,02 miliardi (2,927 miliardi la stima del consenso), l’utile lordo del 38,9% a 1,18 miliardi con un margine lordo pari al 39% (+110 punti base anno su anno). Numeri che, chissà perché, non hanno impedito stamane un brusco ribasso del titolo in Borsa, fino a -4%, prima che sull’onda delle parole del Ceo Jean-Marc Chéry, le azioni invertissero la rotta passando in terreno positivo: alle 13 +4% a 33,28 euro. 

“Per il secondo trimestre – dice Chery – ci aspettiamo ricavi netti di 2,9 miliardi di dollari come valore intermedio, corrispondenti a una crescita anno su anno del 39% e a una flessione del 3,8% rispetto al trimestre precedente, dovuta alla consueta stagionalità nella Personal Electronics, e un margine lordo intorno al 39,5%”. E a proposito delle prospettive di fine anno, ha aggiunto nella conference call, “guideremo la società in base a un piano di ricavi per l’esercizio 2021 di 12,1 miliardi di dollari, più o meno 150 milioni di dollari del previsto, pari a un incremento anno su anno del 18,4% trainato dalle robuste dinamiche di tutti i mercati finali”.

Risultati trimestrali, previsioni sul secondo trimestre e un outlook sull’intero 2021 sopra le attese, insomma. Tutti i gruppi di prodotti hanno contribuito alla crescita grazie alla continua accelerazione della domanda a livello globale. La crescita del 2021 sarà infatti  guidata dall’aumento elle richieste in tutti i mercati finali: +30% auto, +30% industria, +25% elettronica personale, +15% apparecchiature di comunicazione. Ma alla luce della “carestia” di chips che sta condizionando la ripresa dopo la pandemia è probabile che le previsioni saranno ritoccate al rialzo. La mancanza di questi componenti essenziali per buona parte dei prodotti industriali, sta condizionando dal settimane la congiuntura dell’auto: la sola Stellantis dovrà rinunciare la settimana prossima a 30 mila Jeep e Ram negli stabilimenti americani, ma la penuria ha già traversato l’Oceano, obbligando al fermo della produzione di Jeep e Compass anche a Melfi (7 mila dipendenti in cassa dal 3 al 10 maggio). Per non parlare dei primi stop di elettrodomestici  e smartphone.

Ma perché questa carenza di chips? E quanto durerà? Il detonatore della crisi sono state le difficoltà produttive di alcuni stabilimenti in Asia cui si sono aggiunte le alluvioni che hanno messo fuori uso le industrie di Austin e di altri siti del Texas. Ma si è trattato solo dell’ultima goccia di una crisi che covava da tempo per diverse ragioni industriali e geopolitiche. Innanzitutto, quella dei semiconduttori non è un’industria come un’altra, come spiega Georg Stieler, consulente specializzato nei chips. “I semiconduttori – dice – sono probabilmente la componente industriale più complessa della storia. Una macchina a raggi ultravioletti per produrre chips conta fino a 100 mila componenti. La precisione richiesta è paragonabile a colpire una mela sulla superficie della luna”. 

Di qui una prima considerazione: non bastano i soldi (tantissimi quelli stanziati dalla Cina) per accelerare i tempi della ripresa di questo settore. Basti dire che Pechino, nonostante gli enormi sforzi di questi anni, continua a dipendere in buona parte da chips importati. Il ministero dell’Industria calcola che sarebbero necessari almeno 320 mila operatori esperti in più, gente che abbia tra i 5 e gli 8 anni di esperienza alle spalle, un’offerta che non s’improvvisa. “Il fatto- commenta l’analista Stephen Gu – è che fino ad un anno gli studenti di microelettronica sono stati spinti verso il web dagli alti salari”. 

Poi, la stretta sull’export di materiale strategico voluta da Donald Trump, ha creato una situazione drammatica: Huawei e le altre industrie di punta hanno dovuto ovviare ed il 22 aprile scorso l’università Tsinghia di Pechino, subito dopo una visita  di Xi Jing Ping, ha annunciato la creazione di una scuola di cervelli per i chips. Ma ci vorrà tempo. 

Non è che l’America stia molto meglio. Alimentata negli anni Cinquanta e Sessanta dalle commesse generose della Nasa, l’industria Usa si è progressivamente ritirata nella ricerca e nel design, affidando al Far east, Singapore e Taiwan in testa, la leadership industriale.  Oggi, di fronte al rischio della carenza di componenti, si corre ai ripari: Intel ha appena annunciato il progetto di dar vita a due fabbriche con un investimento di 20 miliardi di dollari. Ma ci vorrà tempo per ribaltare gli equilibri: l’80% dei semiconduttori attualmente fa capo a Taiwan, Corea del Sud, Giappone e Cina. 

 E questo spiega anche la crescita della tensione tra le superpotenze. Molti indizi lasciano pensare che la Cina di Xi Jing Ping, dopo aver sistemato a modo suo la partita di Hong Kong, voglia impadronirsi di Taiwan, la vera perla che fa brillare l’industria hi tech con i suoi gioielli, a partire da TSMC, l’azienda che sta fabbricando un impianto per chips da 3 nanometri (cioè 20 mila volte più sottili di un capello), capaci raddoppiare la potenza di calcolo e di dimezzare i prezzi. Non a caso la recente visita del premier giapponese Suga a Washington, la prima della presidenza Biden, è stata dedicata alla difesa di Taiwan.

E l’Europa? Ormai il Vecchio Continente conta solo per il 10% dell’industria, contro il 44% di 29 anni fa. Ma la Ue vuole recuperare terreno, anche se non sarà facile. Come fa rilevare Chery, l’Europa non ha grandi industrie clienti nell’elettronica o nei mobile che giustifichino lo sforzo. Per questo i pochi Big, da Stm ad Infineon, si sono concentrati su auto ed energia, con buoni risultati. Anche se i capitali non sono quelli di cui dispongono i Big di Wall Street o  la Cina. Ma ci proviamo: proprio mercoledì il ministro dello sviluppo economico Giancarlo Giorgetti ha firmato il decreto che autorizza l’accordo per l’innovazione con le Regioni Lombardia e Sicilia per la realizzazione di un progetto di ricerca e sviluppo nel settore delle produzioni microelettroniche.

Si tratta, spiega il Mise in una nota, di un progetto, denominato «MADEin4», presentato da STMicroelectronics, FCA Italy, Comau, Politecnico di Torino e CNR Istituto per la Microelettronica e Microsistemi, che punta a migliorare la produttività manifatturiera, in linea con gli obiettivi previsti dal piano Industria 4.0, attraverso “tecniche e strumenti innovativi”. Presto ne sapremo di più. 

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