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Sky Italia con meno calcio: è vera crisi? Cosa dicono i numeri

Al di là dell’effetto pandemia, la perdita dei diritti televisivi su tutta la Serie A a vantaggio di Dazn ha aperto una fase difficile per Sky Italia: i conti sono in rosso, gli abbonamenti scendono, gli introiti da pubblicità altrettanto, ma il calo degli ascolti è limitato – La competizione su tecnologie e contenuti con Dazn e non solo resta aperta

Sky Italia con meno calcio: è vera crisi? Cosa dicono i numeri

Sky è nel pieno di una crisi strutturale o si tratta solo di aggiustamenti di mercato relativi ai prodotti audiovisivi? “Content is the King” e il calcio in televisione il suo reame e Bill Gates è stato profeta ad immaginare che la guerra per la supremazia del mercato audiovisivo passa attraverso il controllo dei contenuti. Il corollario della citazione può essere sintetizzato in “la televisione è ciò che si vede attraverso il televisore” e se questo non propone quanto chiede il pubblico, il telecomando diventa la bacchetta magica in grado di cambiare magicamente le carte in tavola.

È all’interno di questa cornice che può essere letta una parte della possibile crisi di Sky Italia, forse troppo prematura per essere certificata in termini strutturali. Il solo punto fermo in grado di consentire valutazioni ponderate su questa crisi è il bilancio 2020 dove si legge un rosso di oltre 650 milioni di euro, subito ripianati dalla capogruppo americana Comcast e, congiuntamente una flessione degli introiti da abbonamenti che passano dai circa 2,5 miliardi del 2019 ai circa 2,3 miliardi dello scorso anno con conseguente contrazione della pubblicità che si riduce di circa 170 milioni rispetto al periodo precedente.

Se poi invece passiamo ad analizzare i dati sugli ascolti, sulla platea televisiva, il ragionamento diventa più complesso e forse meno rilevante di quanto appare sulla stampa. Secondo quanto rilevato dallo Studio Frasi da noi interpellato, sulla base dei dati Auditel (periodo di riferimento 1° gennaio – 22 settembre2021 cfr lo stesso periodo 2020 sul totale individui nel giorno medio 24H) si evidenzia una situazione più articolata. Nell’intervallo indicato hanno perso telespettatori tutti i broadcasters: la platea televisiva scende da 10,8 milioni a circa 10 (nello specifico Rai scende da 3,8 a 3,6 milioni, Mediaset da 3,4 a3,1 milioni e Sky (pay + free) da 0,69 a 0,59 milioni. Si tratta di un numero relativamente modesto (circa 92 mila in meno) e se poi si vedono i dati sul numero di individui (oltre 4 anni) che negli ultimi sette mesi (31 gennaio – 1° agosto) hanno visto Sky si passa da 9,9 a 9,1 milioni di telespettatori. Considerando la pausa estiva di mezzo, non sembrano essere numeri significativi.

Per quanto riguarda ancora in particolare la presunta crisi di Sky è necessario aggiungere una osservazione forse banale quanto fondamentale: in Italia e nel resto del mondo c’è stata la pandemia Covid che potrebbe aver cambiato radicalmente le carte in tavola del mercato audiovisivo. Ci sono stati lunghi mesi durante i quali i grandi numeri del pubblico televisivo erano incollati ai bollettini di guerra sanitari mentre tutto il mondo dell’intrattenimento, non solo sportivo, era giocoforza e giustamente fermo. Proprio durante i mesi peggiori della pandemia che si chiude la gara per l’assegnazione dei diritti per la diffusione delle immagini della Serie A, andati poi a DAZN. Si intersecano tra loro dunque due livelli di valutazione: il primo si riferisce a logiche e scelte di mercato e, in questo senso, è lecito chiedere perché Sky ha rinunciato a rilanciare sull’ultima offerta di DAZN (che si è aggiudicata l’asta per circa 2,5 miliardi di euro con la partecipazione di TIM per il triennio 2021-24). La seconda è meramente accidentale: quanto può aver influito la pandemia a determinare la situazione attuale? Le possibili risposte sono destinate a restare ancora incognite, almeno fin quando il mercato si sarà stabilizzato parzialmente. La partita è ancora in corso e si interseca poi, fatalmente con una seconda parte del ragionamento che ora proponiamo.

Come noto, DAZN ha incontrato subito numerosi problemi già dalla diffusione delle prime partite dovute essenzialmente al collo di bottiglia che si è verificato quando, nello stesso tempo, un gran numero di utenti si è collegato in rete. L’Autorità per le Garanzia nelle telecomunicazioni ha voluto vederci chiaro ed ha avviato un’istruttoria per valutare se ci siano state violazioni in merito ai disservizi patiti dagli utenti. A questo proposito, è stata avanzata l’ipotesi che potrebbe essere possibile che l’editore inglese Blavatnik possa o debba cedere una parte dei diritti sulla serie A proprio a Sky. In questo caso, il quadro potrebbe mutare ulteriormente e i conti sulla crisi di Sky si dovrebbero solo rinviare ad una nuova fase tutta ancora da verificare. 

Tutto questo, comunque, ci riporta ad un assioma ormai noto e consolidato da tempo: il binomio contenuto e contenitore cioè tecnologia e contenuti sono inscindibili. Puoi avere le piattaforme di distribuzione più efficienti e pervasive ma se non hai contenuti adeguati e appetibili da diffondere il mercato ti penalizza. E Sky per quanto riguarda le modalità di diffusione dei prodotti televisivi sul fronte tecnologico ha sempre manifestato eccellenti performance sulle tre piattaforme di riferimento: satellite in primo luogo e poi digitale terrestre e infine broadband. Cosa che invece non può vantare DAZN, suo diretto concorrente sul calcio che, almeno in questo momento, che punta tutto sulla rete Web con TIM come suo main partner.

Tanto per dare un’idea: Reed Hastings, proprietario di Netflix, che di reti e tecnologie di diffusione televisiva con la sua formidabile quanto efficientissima CDN (Content Delibery Nework) se ne intende, proprio in questi giorni, ha annunciato l’acquisto della library di Roald Dahl per cercare di fronteggiare l’aggressività di Disney+ che si fa sempre più marcata. La competizione sulle tecnologie, sui contenuti audiovisivi, rimane globale e totale.

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