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Sindacati, i finanziamenti da tagliare

Sono diversi i pilastri della pletorica burocrazia sindacale che impedisce la costruzione di un sindacato moderno e al passo con i tempi: dalle aspettative per le cariche sindacali, con contributi versati dall’Inps, alle trattenute sindacali in busta paga ope judicis.

Sindacati, i finanziamenti da tagliare

E’ passata quasi inosservata la parte dell’incarico conferito dall’esecutivo al Professor Amato relativa all’analisi sulle forme esistenti di finanziamento pubblico, in via diretta o indiretta, ai sindacati.

In realtà il velo sulla casta sindacale, “iperburocratizzata e autoreferenziale”, con organici e fatturati enormi, grandi patrimoni immobiliari (esenti da Imu) e bilanci segreti contro ogni logica di trasparenza, era già stato sollevato qualche anno fa da Stefano Livadiotti nel suo libro “L’altra casta”. Livadiotti parlava di uno strapotere sindacale non dissimile da quello della politica che “sacrifica il bene collettivo, mettendosi ostinatamente di traverso a qualunque riforma rischi di intaccarne uno status quo fatto di privilegi, di Caf che assicurano una montagna di soldi esentasse, di patronati diventati vere e proprie riserve di caccia con un giro di affari annuo – ancora una volta esentasse – di milioni di euro”.

Il campanello d’allarme per un’ineludibile riforma dei sindacati anche sulla base dell’art. 39 della Costituzione oggi è stato risuonato dal Governo, che si appresta a fare i compiti non solo sui costi della politica, ma anche su quelli sindacali, che gravano oltre che sulle finanze pubbliche anche sulle imprese in termini di competitività e produttività.

Al riguardo vale la pena soffermarsi su tre questioni, che potrebbero sembrare marginali, ma che in realtà sono i pilastri di una pletorica burocrazia sindacale che impedisce la costruzione di un sindacato moderno e al passo con i tempi.

Aspettative per cariche sindacali. I lavoratori pubblici o privati chiamati a ricoprire cariche sindacali provinciali e nazionali hanno per legge diritto ad essere collocati in aspettativa non retribuita per tutta la durata del loro mandato. La retribuzione dei lavoratori interessati è ovviamente a carico del sindacato, ma i relativi contributi previdenziali sono “figurativi”, cioè non versati dal sindacato, ma a carico diretto dell’Inps, che successivamente erogherà la pensione sulla base dei contributi figurativi dalla stessa Inps versati. Poiché i lavoratori in aspettativa sindacale sono migliaia e costituiscono l’ossatura dei sindacati nelle strutture territoriali con il costo previdenziale e pensionistico a carico dell’Inps, e quindi della collettività, non è questo un finanziamento pubblico indiretto ai sindacati?

Contributi sindacali. Nel 1995 la volontà popolare, mediante referendum, dichiarava di non volere più il prelievo forzoso sulla busta paga, secondo lo slogan dell’allora comitato referendario, del contributo mensile da versare ai sindacati. A seguito della chiara espressione del popolo sovrano, il legislatore abrogava il secondo e terzo comma dell’art. 26 dello Statuto dei Lavoratori, che attribuiva ai sindacati lo specifico diritto di trattenere dalla busta paga dei lavoratori le quote d’iscrizione al sindacato. 

Diversamente dal finanziamento pubblico dei partiti, ad aggirare la volontà popolare questa volta non è intervenuta la politica, ma la magistratura riconoscendo il diritto ai sindacati (compresi quelli non maggiormente rappresentativi) di continuare a far effettuare dal datore di lavoro le trattenute sindacali in busta paga non più ope legis (abrogata) ma ope judicis, in forza di una surrettizia interpretazione dell’istituto civilistico della “cessione del credito”, gravando così di costi impropri le aziende costrette ad effettuare onerose attività gestionali ed amministrative nell’interesse dei sindacati.

Rappresentanti sindacali. L’attuale norma di legge (art. 19 dello Statuto dei Lavoratori) è anch’essa frutto di un referendum abrogativo nel quale la sovrana volontà popolare ha circoscritto il riconoscimento della rappresentanza sindacale aziendale e dei relativi diritti ai soli sindacati che accettano di “implicarsi” nella dinamica contrattuale, concorrendo a scrivere le regole che disciplinano diritti e doveri dei lavoratori, nonché la vita di fabbrica e l’organizzazione del lavoro. Quando i cittadini furono chiamati ad esprimere il loro parere con il referendum sul tipo di rappresentanza sindacale, diedero la chiara indicazione per un sindacato che avesse come scopo quello di firmare accordi collettivi e non quello di dire sempre e solo no.

Fa dunque specie oggi che, con un emendamento presentato al Ddl sulla riforma del mercato del lavoro, il senatore Nerozzi del Pd proponga di estendere il diritto a costituire rappresentanze sindacali aziendali e relative guarentigie (permessi retribuiti, divieto di trasferimento e licenziamento, ecc.) ai sindacati maggiormente rappresentativi, a prescindere dalla sottoscrizione di contratti collettivi, cercando di istituzionalizzare non il diritto-dovere del sindacato alla contrattazione ma riconoscendogli, in nome della democrazia sindacale, il diritto di “veto” contro tutto e tutti.

A che pro tutto questo? Sono scelte che rafforzano davvero la tutela dei lavoratori? A guardare lo scenario produttivo interno ed internazionale parrebbe proprio di no. Dominano all’interno deindustrializzazione, delocalizzazione e disoccupazione crescenti. I sindacati riformisti Cisl e Uil, pur se di recente messi in difficoltà dal Governo per il paventato asse con la Cgil, reagiscono, anche con le loro strutture di categoria, alle difficoltà indotte da tali trasformazioni (cui si è aggiunta la recente e devastante crisi mondiale) con pragmatismo, cercando non solo di salvaguardare quel che resta dell’occupazione, ma anche di creare le condizioni di tenuta e di rilancio delle possibilità competitive delle imprese mediante la condivisione di nuove forme organizzative della produzione, rispettose, comunque, dei diritti e delle esigenze dei lavoratori.

La Cgil è invece per la difesa ad oltranza dell’esistente e quindi su posizioni di principio intransigenti e conflittuali. Sembra quasi non accorgersi che l’orizzonte delle nostre riforme sul lavoro è nazionale, mentre i problemi attuali trovano cause e soluzioni a livello sovranazionale e le multinazionali tendono a spostarsi alla ricerca di condizioni che consentano loro di competere su di un piano almeno di parità con i concorrenti. Se non lo si capisce, si continuerà a fare come i capponi di Renzo di manzoniana memoria.  

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