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Saudi Aramco: cosa si nasconde dietro l’Ipo dei record

Aramco entra in contrattazione sulla Borsa saudita e sale del 10%, ma i risultati dell’offerta pubblica dimostrano come dietro l’ipo dei record ci sia una realtà in chiaroscuro

Saudi Aramco: cosa si nasconde dietro l’Ipo dei record

Saudi Aramco è ufficialmente una società quotata. Il titolo ha debuttato oggi, 11 dicembre, sulla Borsa saudita (Tadawul) e attualmente viaggia in rialzo del 10% a 35.2 riyal dai 32 dell’Ipo.

E a proposito di Ipo. Dietro al record storico conquistato in pompa magna dal colosso petrolifero saudita si nasconde una realtà fatta di luci e ombre che rende questa offerta pubblica unica nel suo genere non tanto per i 25,6 miliardi di raccolta (29,4 con la greenshoe), quanto per ciò che si nasconde dietro questa cifra.



COSA C’È DIETRO ALLA QUOTAZIONE DI SAUDI ARAMCO

Ma facciamo prima un passo indietro. La quotazione di Saudi Aramco è stata fortemente voluta dal principe ereditario Mohammed Bin Salman che l’ha sempre considerata uno dei punti cardine del suo progetto noto come Vision 2030. Un piano che punta a diversificare l’economia saudita, rendendola meno dipendente dal petrolio: ad oggi infatti, greggio e gas naturale rappresentano il 50% del Pil il 70% dell’export saudita in valore. Aramco, da sola, estrae 10 milioni di barili al giorno comprendo l’11% dell’offerta mondiale, ma il ribasso del prezzo del greggio (dal picco di 114 dollari del 2014 agli attuali 60 dollari) ha messo a dura prova le casse del Regno, destando serie preoccupazioni sulla tenuta del Paese.

Ad acuire i timori del principe c’è poi la spinta occidentale sulla transizione energetica. Secondo la stragrande maggioranza dei report, nei prossimi anni il fabbisogno mondiale di idrocarburi continuerà a diminuire – con pesantissime ripercussioni sia sulla domanda che sui prezzi del petrolio – sotto la spinta propulsiva di politiche improntate sul risparmio energetico e sulle energie rinnovabili, di norme ambienti più restrittive e di una sempre più massiccia diffusione delle auto elettriche. L’unico modo individuato da Bin Salman per salvaguardare l’Arabia Saudita e la sua monarchia è quello di diversificare puntando su rinnovabili, turismo e Hi-Tech. Un progetto ambizioso che ha bisogno di investimenti elevatissimi per essere realizzato. Facile comprendere dunque quanto i ricavi derivanti dall’Ipo e dalla quotazione di Saudi Aramco diventino fondamentali per il futuro del Paese.

L’IPO DEI RECORD: RISULTATO INFERIORE ALLE ATTESE

Il piano iniziale prevedeva di mettere sul mercato il 5% del capitale di Saudi Aramco arrivando ad una valutazione di 2mila miliardi di dollari. Il sogno era quello di quotare il titolo in uno dei grandi hub finanziari europei (Londra) o statunitensi (New York).

Com’è andata in realtà? Sul mercato è finito l’1,5% del capitale della società (1,7% con la greenshoe), la capitalizzazione – pur essendo la più alta del mondo – è di 1.700 miliardi di dollari, 300 in meno di quanto previsto, e il titolo è quotato solo su Tadawul, la Borsa di casa. La volontà di debuttare sui grandi listini occidentali è stata accontonata proprio a causa del valore che gli investitori stranieri attribuivano all’Ipo. Un sondaggio condotto dalla Bernstein Research su 31 tra i più importanti investitori globali parlava di una valutazione media di 6,3 dollari per azione per un market cap complessivo di 1.260 miliardi. Troppo poco per l’Arabia Saudita che ha preferito mettere Aramco nelle mani amorevoli degli investitori locali sulla Borsa di Ryad. 

I DATI SULL’IPO: A COMPRARE SOLO INVESTITORI LOCALI

Anche i dati sull’Ipo nascondono qualche sorpresa. A livello generale le richieste degli investitori istituzionali sono state pari di richieste pari a 106 miliardi di dollari. Le informazioni rese note dai bookrunner Samba Financial e National Commercial raccontano però che a comprare siano stati quasi esclusivamente enti sauditi. Nel dettaglio: il 13% è stato acquistato da istituzioni governative tra cui l’agenzia pubblica delle pensioni, il fondo pubblico per gli investimenti e l’unità investimenti di Sanabil. Un ulteriore 37,5% è andato a società private saudite e il 26,3% a fondi di investimento locali.

E gli stranieri? Gli investitori istituzionali non sauditi raggiungono solo il 23% e con ogni probabilità arrivano comunque dai Paesi del Golfo Persico.

Per quanto riguarda invece i retail, la domanda ha superato di 4,6 volte l’offerta. Chi ha comprato? Come sottolinea Il Sole 24 ore, ad acquistare sono stati 5,1 milioni di residenti, su una popolazione totale di 20 milioni.

SAUDI ARAMCO: OBIETTIVO 2MILA MILIARDI

I 2mila miliardi di capitalizzazione saranno raggiunti “nel giro di qualche mese”, ha rassicurato il ministro dell’Energia Abdulaziz Bin Salman (fratellastro di Mohammed), a margine del vertice Opec. E non c’è da dubitarne dato che, secondo il Financial Times, il principe starebbe facendo fortissime pressioni su fondi, investitori e uomini d’affari sauditi affinché diano una mano al colosso più importante del regno, acquistando azioni a man bassa. “Gli è stato detto di fare il loro dovere e tutti hanno capito cosa significassero queste parole” ha rivelato al quotidiano inglese il consulente di una ricca famiglia saudita.

La “raccomandazione” sembra essere in linea con l’immagine che Mohammed Bin Salman si è costruito negli ultimi anni sul piano nazionale e internazionale. Basti pensare alla maxi retata anti-corruzione voluta proprio dal principe che nel 2017 portò all’arresto di 200 persone (ministri, principi e uomini d’affari) o al brutale omicidio del giornalista dissidente Jamal Khashoggi all’interno del consolato saudita a Istanbul dietro cui secondo un’indagine ONU pubblicata dal Guardian ci sarebbe proprio il principe ereditario dell’Arabia Saudita. Il rapporto delle Nazioni Unite, redatto da Agnes Callamard, parla di omicidio “premeditato”, con prove credibili di responsabilità del Governo saudita.

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