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Rinnovabili, l’Italia si è arenata. E il PNRR potrebbe non bastare

Secondo il Politecnico di Milano l’Italia si è piantata nel 2018 e nel solo 2020 la potenza installata è calata del 35%, in netta controtendenza con l’Europa e il mondo. “A questi ritmi, non basteranno nemmeno i soldi del PNRR”

Rinnovabili, l’Italia si è arenata. E il PNRR potrebbe non bastare

Altro che transizione ecologica. L’Italia, che qualche anno fa era campione di energia da fonti rinnovabili a livello europeo, inizia a battere la fiacca e addirittura, secondo il Renewable Energy Report 2021 presentato dal Politecnico di Milano, “con questo ritmo, anche sfruttando al massimo i 5,9 miliardi di euro previsti dal PNRR non si raggiungeranno gli obiettivi” previsti dal PNIEC per il 2030, ossia la copertura del 95-100% del fabbisogno tramite energia pulita e la crescita complessiva delle installazioni del 175%. Oggi, l’Italia è ancora ferma sotto il 40%, e soprattutto ha parecchio rallentato dopo il boom degli incentivi: così, mentre persino il mondo finanziario impone una svolta ecologica (al punto che un gigante del petrolio come Exxon è arrivato al crocevia), il nostro Paese ha perso terreno rispetto al resto d’Europa.

l’Europa ha “festeggiato” nel 2020 lo sfondamento di quota 650 GW di potenza complessivamente installata, con il fotovoltaico e l’eolico che hanno superato la soglia rispettivamente dei 160 e 200 GW in poco più di un decennio, nel corso del quale la potenza totale è più che raddoppiata. Molto più che raddoppiata anche quella globale, passata dai circa 1.300 GW del 2010 ai quasi 3.000 GW del 2020. L’Italia invece è in stallo dal 2018: stando ai risultati del rapporto redatto dall’Energy&Strategy Group della School of Management del Politecnico di Milano, la nuova potenza da rinnovabili installata nel nostro Paese nel 2020 è stata di appena 784 MW, il 35,4% in meno (427 MW) rispetto al 2019, a causa soprattutto del calo dei nuovi impianti eolici, precipitati del 79% dai 413 MW del 2019 agli appena 85 MW del 2020. Come sempre, lo scorso anno è stato il fotovoltaico a guidare la classifica delle installazioni con 625 MW, mentre l’idroelettrico si è fermato a 66 MW e le biomasse a 8 MW. 

Il flop, oltre che in parte con il Covid, si spiega principalmente con il gap tecnologico. Il costo dell’energia prodotta dagli impianti fotovoltaici, infatti, è principalmente condizionato da quello delle tecnologie abilitanti, in particolare dei moduli fotovoltaici e dei materiali che li compongono. L’evoluzione tecnologica permetterebbe ora di abbattere i costi, rendendoli competitivi quasi al livello dell’estrazione delle fonti fossili. Nel medio periodo si prevede di raggiungere un livello di costo dei moduli fotovoltaici inferiore a 20 cent/W, a fronte di un incremento nell’efficienza fino al 22,5%: e questo vale non solo per il nuovo installato, ma anche per gli impianti già esistenti, attraverso interventi di revamping e repowering permetterebbero di aumentare la produzione anche del 50-70%. Ma il nostro Paese si è arenato e anzi i prezzi dei grandi impianti sono aumentati, a causa di una richiesta crollata: il coefficiente di saturazione del contingente messo a disposizione era del 100% nel 2019, diventato 24% nell’ultima gara assegnata nel 2021.

Altro aspetto penalizzante è quello regolatorio e normativo: per effettuare investimenti in nuovi impianti o in interventi di repowering servono autorizzazioni che non sono facili da ottenere. Ecco anche il motivo per cui ci sono meno impianti concorrenti nelle aste, il che rallenta il mercato, non fa abbassare i costi porta con sé difficoltà di pianificazione, valutazione e monitoraggio. Tutti questi dati non sono rassicuranti, ma forse la cosa peggiore è un’altra: il tanto atteso PNRR potrebbe non bastare. Il Piano Nazionale di Ripartenza e Resilienza mette a disposizione del comparto delle rinnovabili, nel quinquennio 2021-2026, 5,9 miliardi di euro così suddivisi: 1,1 miliardi per lo sviluppo agro-voltaico, 2,2 per la promozione di rinnovabili per le Comunità energetiche e l’autoconsumo, 0,68 per la promozione di impianti innovativi e 1,92 per lo sviluppo del biometano.

Sono sufficienti queste risorse? Secondo il Politecnico di Milano, se si dovesse procedere con l’attuale tasso di installazione, assolutamente no: “Prendendo come riferimento i nuovi impianti di fotovoltaico ed eolico dell’ultimo triennio si raggiungerebbe al 2030 un parco installato di circa 41,7 GW (27,5 GW di fotovoltaico e 14,2 GW di eolico), che salirebbero a 43,2 GW – appena il 61% dell’obiettivo PNIEC – con l’entrata in esercizio degli impianti che hanno partecipato con successo alle aste del Decreto FER-1. L’effetto di rallentamento della pandemia c’è stato ma è quantificabile in poco più di 1,5 GW di potenza installata al 2030, dunque non determinante”. Per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione serve dunque una svolta a livello legislativo e ancora prima politico: “La transizione ecologica – sostiene Davide Chiaroni, Vicedirettore dell’Energy&Strategy Group della School of Management del Politecnico di Milano – è frutto di una precisa scelta politica legata alla necessità non più derogabile di mitigare l’effetto dannoso sul clima delle emissioni di gas”.

“E’ necessario – prosegue l’esperto – disegnare un percorso politico di concreto sviluppo, sfruttando al massimo l’enorme potenziale impiantistico, industriale e commerciale che abbiamo costruito in oltre un decennio. È da un mix integrato e coerente di provvedimenti normativi, così come da un mix integrato e coerente (per taglia e fonte) di impianti da rinnovabili, nuovi e ammodernati, che dipende il futuro del comparto in Italia”.

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