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Referendum, FT: con il NO, Italia fuori dall’euro

Secondo il giornale finanziario, la vittoria del NO spianerebbe la strada ai partiti antieuropeisti – Intanto Confindustria fa il punto sulle ragioni del Sì

Referendum, FT: con il NO, Italia fuori dall’euro

Se il premier Matteo Renzi perderà il referendum costituzionale del 4 dicembre, l’Italia potrebbe uscire dall’euro. Lo scrive Wolfgang Munchau sul Financial Times, commentando la prossima tornata elettorale italiana.

In realtà, le cause profonde di questa disfatta in arrivo – secondo l’editorialista – non hanno niente a che vedere con il referendum in sé, quanto piuttosto con le performance economiche dell’Italia da quando il Paese ha adottato l’euro nel 1999. La produttività totale dei fattori, infatti, è crollata in Italia del 5%, mentre in Germania e Francia è cresciuta circa del 10%. Il secondo motivo è il fallito tentativo di creare una unione economica e bancaria, dopo la crisi 2010-2012 e nella virata verso l’austerity.

Sono questi i due fattori che hanno portato alla nascita del populismo. L’Italia ha tre partiti di opposizione, tutti e tre a favore dell’uscita dall’euro (M5S, Forza Italia e Lega Nord) e probabilmente con il fallimento del referendum sarà favorito l’arrivo al potere di un o di questi partiti.

Intanto Confindustria, in un paper interno rielabora e mette in fila numeri e dati forniti da Camera, Senato, Fmi, Bankitalia, Svimez e Corte Costituzionale per rappresentare le ragioni del sì al referendum costituzionale del 4 dicembre, a favore del quale si è schierata ufficialmente viale dell’Astronomia.

Per approvare le 55 leggi ordinarie presentate nel corso dell’attuale legislatura, la XVII, al netto di quelle costituzionali, di conversione, di leggi di bilancio e di quelle europee, il Parlamento ha impiegato in media 563 giorni; il Senato ha ‘dedicato’ 360 giorni alla prima lettura e 226 giorni per la seconda. Non meglio nella legislatura precedente, tra il 2008 e il 2013: le 91 leggi di iniziativa parlamentare presentate nel corso dei governi prima Berlusconi e poi Monti hanno avuto bisogno di 442 giorni di tempo per essere varate. Poco più dei 400 giorni occorsi per approvare le 2 leggi di iniziativa regionale, a fronte dei 116 giorni impiegati dai 298 ddl di iniziativa governativa che però comprendono anche i provvedimenti di conversione dei decreti legge, per tagliare il traguardo assembleare.

Nel mirino anche le conseguenze di una mancata modifica del Titolo V della Costituzione che ha alimentato il contenzioso tra Stato e Regioni: dal 2001 ad oggi sono stati oltre 1500 i ricorsi presentati alla Consulta di cui 700, calcola ancora via dell’Astronomia, hanno riguardato materie che con il referendum torneranno di esclusiva competenza statale.

Tempi di “attraversamento” pesanti , dunque, che hanno rallentato se non bloccato la costruzione di opere strategiche: per ultimare un’opera finanziata dalle politiche di coesione, infatti, si legge ancora nel paper di Confindustria occorrono in media 4,5 anni. Il 61% del tempo è occupato dai tempi morti dovuti a blocchi amministrativi nel passaggio da una fase alla successiva (progettazione, affidamento, esecuzione) dovuti ad attese di decisioni di altri enti, pronunciamenti giudiziari, incidenti di percorso. Nel 2012 il 50% di tutti i giudizi della Corte costituzionale hanno riguardato giudizi di legittimità in via principale, sollevati cioè direttamente dallo Stato o dalla Regione.

E a partire dalla riforma del 2001 sono stati oltre 1500 i ricorsi presentati alla Consulta nell’ambito del contenzioso Stato-Regioni di cui 700 hanno riguardato materie che con il referendum torneranno di esclusiva competenza statale. Dal 2000 al 2015, inoltre, l’incidenza dei giudizi della Corte Costituzionale legati al conflitto Stato Regioni è aumentato di 8 volte; se nel 2000 questa pesava per il 5% sulle pronunce della Corte nel 2015 il peso superava il 40% dopo aver raggiunto, negli anni precedenti anche picchi del 47%.

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