Chi succederà a Gabriel Boric, il giovane presidente socialista che ha tentato – senza successo – di riformare una costituzione rimasta inaggiornata dall’epoca di Pinochet? Dal primo turno delle elezioni presidenziali cilene sono usciti due nomi che ora si sfideranno nel decisivo ballottaggio del 14 dicembre: per i cittadini c’è la possibilità di scegliere la continuità, con la ex ministra del governo uscente Jeannette Jara, militante del Partito comunista, oppure il cambiamento con l’ex deputato del Partito repubblicano José Antonio Kast, da molti considerato un profilo di estrema destra. Insomma in Cile piacciono i candidati radicali sia da una parte che dall’altra, tanto che al terzo posto si è piazzato il candidato populista, Franco Parisi, leader del Partido de la Gente, che ha preso quasi il 20% e ha già fatto sapere che non sosterrà nessuno dei due candidati al secondo turno con una motivazione che dice tutto: “Non crediamo nelle apologie di Allende e Pinochet, crediamo nella classe media e nella meritocrazia”.
Kast aveva perso da Boric ma ora sembra il favorito. Astensione alta
Kast si era candidato anche alle precedenti elezioni, quando aveva perso abbastanza nettamente da Gabriel Boric (55,9% contro 44,1%): stavolta al primo turno ha preso il 23,9%, non molto meno della frontrunner Jara che ha chiuso con il 26,9%. Però a differenza della avversaria il 59 enne noto come JAK ha già incassato il sostegno per il ballottaggio dagli altri due candidati di destra, Johannes Kaiser del Partido Nacional Libertario, che gli porterà in dote il suo 13,9%, e Evelyn Matthei della Union Democrata Independiente, che mette a disposizione il 12,5%. Stando all’aritmetica, i numeri non lasciano scampo alla maggioranza uscente, sebbene Jara sia comunque la vincitrice del primo turno e possa ambire a recuperare il consenso degli astenuti: nonostante in Cile il voto sia obbligatorio, hanno votato domenica 16 novembre soltanto poco più del 66% degli oltre 15 milioni di aventi diritto. La candidata comunista ha proposto un programma orientato alla crescita e all’inclusione sociale, ma dovrà fare i conti con la popolarità sempre più bassa del governo Boric.
Si votava anche per il rinnovo del Parlamento: la destra ha la maggioranza quasi assoluta
Al contrario JAK sta cavalcando l’onda di una criminalità in aumento, anche se ancora decisamente inferiore a quella di altri Paesi del Sudamerica: l’agenda del repubblicano è dunque di dura lotta alla criminalità organizzata e anche all’immigrazione illegale. “Nella crisi che stiamo affrontando, sia in termini di sicurezza che economici, l’unità è fondamentale. Sono certo che lavorando in squadra potremo risollevare e ricostruire la nostra patria. L’attuale governo è il peggiore nella storia democratica del Cile”, ha detto Kast dopo i primi risultati. “Il Cile è un grande Paese e non possiamo dimenticarlo – ha ribattuto Jara -. Siamo un Paese immenso, generoso e solidale, pieno di speranza. La nostra patria continuerà a crescere per tutti e dobbiamo valorizzare la democrazia nel nostro Paese”. I cileni votavano anche per il rinnovo del Parlamento e in questo senso è arrivata una indicazione più chiara a favore della coalizione di destra, che è vicinissima ad avere la maggioranza assoluta: alla Camera ha conquistato 76 seggi su 155, con il Frente Amplo di sinistra a 64, al Senato conterà su 25 seggi sui 50 totali, con la sinistra a 23.
Uno scenario fortemente polarizzato: Jara vuole lo Stato-imprenditore, Kast si ispira a Trump
La sensazione in questo primo turno e in vista del ballottaggio è quella di una fortissima polarizzazione, testimoniata dal mezzo flop di Matthei, la candidata del centrodestra moderata che un anno fa era indicata possibile vincitrice e che invece chiude soltanto al quinto posto, nonostante abbia a sua volta alzato i toni per adattarsi al contesto. Addirittura qualche mese fa Matthei è arrivata a dire pubblicamente che il colpo di stato che depose Salvador Allende nel 1973 fu necessario: “Altrimenti saremmo diventati come Cuba. Non c’era altra alternativa”. Eppure davanti a lei sono finiti una candidata, Jara, che rivendica l’interventismo dello Stato nell’attività economica (soprattutto nell’estrazione di litio e nell’industria mineraria, che è la maggiore risorsa del Paese), un altro, Kast, che si ispira apertamente a Trump e al terzo posto un economista anti-sistema, Franco Parisi.