Condividi

Pensioni: chi ha paura dello scalone

Nel Governo c’è una tregua sul fronte delle pensioni, ma il problema si porrà dopo l’estate quando si comincerà a ragionare su come uscire da Quota 100- La paura di un nuovo scalone rischia di alimentare proposte che tendono a tornare indietro rispetto alla riforma Fornero

Pensioni: chi ha paura dello scalone

Pensioni. Nel lessico del governo Draghi è scomparsa questa parola che ha fatto tremare fior di esecutivi, mobilitato le piazze, scatenato i media per decenni. È una parola che esprime il principale desiderio di milioni di italiani, che aspirano a poterla pronunciare il più presto possibile e che è un accanito vettore dell’invidia sociale, nel senso che si perdona al vicino di casa di guidare un’auto di lusso e di avere un reddito elevato finché lavora; ma non gli si perdona di riscuotere una pensione d’oro quando arriva il momento magico della quiescenza. Eppure, fino all’ultimo minuto di vita del Conte 2, le pensioni erano uno degli argomenti prediletti negli incontri tra i sindacati e il ministro del Lavoro Nunzia Catalfo e rimbalzavano da un tavolo tecnico all’altro con il comune obiettivo del “definitivo superamento della riforma Fornero”. Viene da pensare che tra le forze politiche della supermaggioranza sia in atto una tregua sul fronte delle pensioni: i partiti (più o meno tutti) non intendono stanare il premier del quale presumono di conoscere gli orientamenti; Draghi non vuole infilarsi – mentre è in corso la campagna di vaccinazione – in una polemica prematura.

Ma la questione si porrà comunque quando, dopo l’estate, si comincerà a ragionare della legge di bilancio e a interrogarsi su come uscire da quota 100 (una misura che – ormai è pacifico – non sarà rinnovata). Anche in questo caso (come nel 2007) c’è un fantasma che si aggira lungo la penisola: la minaccia di un nuovo scalone. Infatti, coloro che non saranno in grado di far valere i requisiti del trattamento anticipato con 42 anni e 10 mesi (un anno in meno se donne) a prescindere dall’età anagrafica, dovranno attendere la pensione di vecchiaia a 67 anni (con almeno venti anni di contributi). Vi sono regole diverse per coloro che sono interamente nel sistema contributivo, ma per andare in quiescenza a 63 anni devono poter disporre di un trattamento pari a 2,8 volte l’importo dell’assegno sociale. Nel 2007, l’allora governo Prodi fu indotto a smorzare lo scalone che sarebbe scattato il 1° gennaio 2008: uno scherzo da prete ereditato dal governo precedente. La riforma del 2004 aveva disposto che dal 1° gennaio 2008, il requisito anagrafico del trattamento di anzianità salisse da 57 a 60 anni (nella pubblicistica era stata introdotta correntemente l’immagine dello scalone) per arrivare gradualmente negli anni successivi a 61-62 anni per i lavoratori dipendenti e a 62-63 per gli autonomi (il limite rispettivamente dei 62 e dei 63 anni era condizionato ad una verifica degli andamenti del sistema), come è evidenziato nelle seguenti tabelle.

Pensione di anzianità (legge n. 243/2004): i requisiti dei lavoratori dipendenti

Anno di decorrenzaMinimi contributivi + etàRequisito solo contributivo
2002-200335 + 57 37
2004-200535 + 57 38
2006-200735 + 57 39
2008-200935 + 60 40
2010-201335 + 61 40
Dal 201435 + 62* 40

* questo requisito era sottoposto a preventiva verifica ed entrerà in vigore solo in caso di necessità

Pensione di anzianità (legge n.243/2004): i requisiti dei lavoratori autonomi

Anno decorrenzaMinimi contributivi + etàRequisito solo contributivo
Fino al 200735 + 58 40
2008-200935 + 61 40
2010-201335 + 62 40
Dal 201435 + 63* 40

*questo requisito era sottoposto a preventiva verifica ed entrerà in vigore solo in caso di necessità

Le modifiche della legge di bilancio 2008 garantivano l’accesso al pensionamento di anzianità sommando il requisito anagrafico e quello contributivo (sistema delle quote). Come correttivo concorrente era prevista una soglia minima di età. Tutto ciò a partire dal requisito anagrafico di 58 anni (con 35 anni di contributi) dal 1° gennaio 2008 (59 i lavoratori autonomi).

Requisito minimo per l’accesso al pensionamento (con 35 anni di contributi versati)

DataDipendenti anniDipendenti quotaAutonomi anniAutonomi quota
1.1.200858 59 
1.7.200959956096
1.1.201160966197
1.1.201361976298

Il piano finanziario a corredo della legge attribuiva a questa misura (nel decennio 2008-2017) un onere complessivo di 7,48 miliardi di euro.

Allora fu segnalata un’evidente contraddizione tra l’onere sostenuto per l’aggiustamento del cosiddetto scalone e il numero modesto dei lavoratori che ne sarebbero stati coinvolti. I dati dell’Inps dimostravano, invece, che si sarebbe trattato di una minoranza di lavoratori, importante ma esigua. Solo 129.500 persone nel corso del 2008 sarebbero risultati bloccati dall’innalzamento del requisito minimo di età; di questi 43mila sarebbero stati lavoratori autonomi. Ragionando degli 86.500 dipendenti privati, soltanto 25mila – per il combinato disposto tra la data della maturazione dei diritti e quella dell’apertura della finestra di accesso alla pensione – avrebbero subito una proroga forzata di 4 anni per effetto dello <scalone>, mentre per 24mila il ritardo sarebbe stato solo di un anno, per 25mila di due, per 12.500 di tre. Naturalmente ai casi Inps andrebbero aggiunti, nel numero di qualche migliaio, i dipendenti pubblici. Una stima di allora certificò che un intervento tanto oneroso sarebbe servito per ritardare il momento del pensionamento a poco più di centomila lavoratori (complessivamente dal 2008 al 2015).

Abbiamo raccontato questa storia per mettere in guardia contro gli allarmi scalone che vorrebbero giustificare proposte – innanzi tutto dei sindacati (62 anni con almeno 20 di versamenti oppure 41 anni di anzianità a qualunque età) ma anche di forze politiche – tendenti a superare la riforma del 2011 all’indietro ovvero tornando alle regole che vigevano precedentemente. Saremmo tentati di sperare, allora, che il silenzio di Mario Draghi sia un segnale sul che fare: nulla; lasciare che le cose procedano come prevedono le norme. Quota 100 è stata una misura sperimentale e temporanea che viene a scadenza alla fine del 2021 (chi matura il diritto entro quella data può esercitarlo anche successivamente). Dopo, non c’è alcun salto nel buio: il sistema ritorna sul tracciato della riforma Fornero. Per coloro che vanno in quiescenza con il sistema misto (la gran parte dei pensionati dei prossimi anni) sono previste: a) una pensione di vecchiaia con 67 anni di età e almeno 20 di contributi: b) una pensione anticipata con 42 anni e 10 mesi di contributi (e un anno in meno per le donne) a prescindere dall’età, tenendo presente che i requisiti sanciti da questa norma, allo stato degli atti, rimarranno in vigore fino a tutto il 2026. Si può obiettare: ma quota 100 copriva uno spazio intermedio per chi voleva andare in quiescenza prima di aver maturato il diritto al trattamento anticipato.

A parte il fatto che i dati dimostrano che molti baby boomers hanno conseguito la pensione ordinaria di anzianità ad un’età inferiore ai 62 anni previsti da quota 100, ma nell’ordinamento vi è un altro istituto collaudato che risponde a questa esigenza: l’Ape sociale che – come è noto – consiste in una indennità, corrisposta fino al conseguimento dei requisiti pensionistici, a favore di soggetti che si trovino in particolari condizioni di disagio e difficoltà personali o lavorative a fronte di 63 anni di età e, a seconda dei casi, a 30 o 36 anni di contribuzione. Si dirà che si tratta di una prestazione condizionata alla presenza di particolari requisiti (in verità ad ampio spettro). Ma se si vuole proprio fare il pieno perché non ripristinare l’Ape volontario? Quel reddito ponte esente da imposte, che permette ai lavoratori over 63 di anticipare la disponibilità di una parte della futura pensione negli anni che li separano dall’età di accesso alla pensione di vecchiaia, attraverso un prestito agevolato coperto da una assicurazione contro il rischio di premorienza.

La somma totale ricevuta, comprensiva dei costi del prestito, viene restituita, tramite l’Inps, in 20 anni con 12 trattenute mensili sulla pensione. L’Ape volontario permetteva di distribuire l’ammontare complessivo della pensione maturata, iniziando a percepirne una parte fino a 3 anni e 7 prima dell’età di pensionamento. A questa proposta complessiva qualcuno replicherà che negli anni di applicazione le domande per l’Ape sono state in numero limitato. Non poteva essere altrimenti se vi era l’alternativa del pensionamento con requisiti ridotti. Anche Opzione donna, in vigore dal 2004, è stata ignorata e negletta per anni fino a quando non è cominciata a salire, soprattutto nel pubblico impiego, l’età legale per la pensione di vecchiaia. In un contesto riportato sui binari delle compatibilità, il sistema, come descritto nel suo complesso, diventerebbe sostenibile e attento alle esigenze di flessibilità dei lavoratori.

Commenta