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Parasite: la lotta di classe secondo il coreano Joon-ho

Esce nelle sale il film vincitore della Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes e candidato all’Oscar 2020: non è un capolavoro, ma poco ci manca.

Parasite: la lotta di classe secondo il coreano Joon-ho

Giudizio dell’autore:

Risultato immagini per tre stelle su cinque"

Una famiglia povera di una imprecisata città sudcoreana si insinua in un’altra famiglia ricca e benestante per prendere il posto di lavoro del personale domestico che ci lavorava. Questa, in sintesi, la trama di Parasite, ultimo film del coreano Bong Joon-ho. Vincitore della Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes e candidato all’Oscar 2020.  

Diciamo subito che si tratta di riconoscimenti meritatissimi: ci sono tutti gli ingredienti per un lavoro di grande qualità. Anzitutto il soggetto e la sceneggiatura, firmate dallo stesso regista, di assoluto livello per originalità e creatività. Alcuni passaggi come, ad esempio, il cellulare utilizzato come arma impropria “se non vai indietro premo il tasto invio” segnano visivamente il nostro tempo dove il telefono (e già chiamarlo tale suona desueto) non è solo più semplicemente uno strumento di comunicazione vocale ma un componete fondamentale della nostra vita quotidiana, ci piaccia o meno.

Il sottofondo, il contesto, in cui la storia si svolge è ormai quasi un filone che riassume bene tante società metropolitane contemporanee: il conflitto tra generazioni, tra gruppi sociali, tra chi è ricco e chi sarà eternamente povero, tra chi vive in centro e chi nelle periferie degradate, tra chi è sotto e chi è sopra. Ci ha fatto tornare in mente il recente Downtown Abbey dove esattamente lo scontro era tra i diversi piani, tra quello nobile del piano di sopra e quello della servitù al piano di sotto. Anche in questo caso le storie delle due famiglie si intrecciano nei diversi livelli fisici dove vivono: la famiglia parassita in un antro seminterrato (che in una sequenza di notevole effetto verrà inondata da un nubifragio) e quella parassitata in una sfarzosa casa disegnata da un noto architetto.

A sua volta, all’interno della casa vive un ulteriore secondo livello, occultato da una porta segreta, dove vive una persona (non vi diremo di più per non svelare troppo). È una vera lotta di classe figurata e metaforica dove la finalità dei primi è sopravvivere ai secondi con la speranza, da parte del “parassita” di invertire i ruoli e impadronirsi della nuova identità sociale e quindi poter accedere all’università e possedere una casa degna di questo nome. 

Il film si snoda lungo il tratteggio dei tanti personaggi in modo molto efficace: ognuno con la sua identità ben marcata e ben equilibrati nel meccanismo narrativo. Attori di ottima capacità come la scuola sudcoreana ci ha abituato a vedere e, questo proposito, necessario ricordare un importante marchio di fabbrica con il regista Park Chan-wook e la sua personale visione della violenza cinematografica (la trilogia della vendetta).

Anche in questo caso, dopo una fase di avvio del racconto dove si posizionano tutti i diversi protagonisti, ad un certo punto esplode un infernale meccanismo di brutalità inimmaginabile con sequenze di rara durezza. I livelli di lettura di Parasite sono molteplici ed ognuno svela un diverso mondo che si intreccia, che si incontra e si scontra continuamente fino alla catarsi finale, una specie di Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni, dove tutto esplode al rallentatore e la stessa violenza sanguinaria diventa a tratta quasi comica.   

Una nota in particolare merita attenzione: le luci e la fotografia. Il cinema è un racconto per immagini e la sua qualità, sostanzialmente, si fonda su come e quanto la pellicola che scorre sullo schermo è in grado di colpire, impressionare, le nostre sensazioni e percezioni. In questo caso ogni frame è pressoché perfetto nel suo equilibrio cromatico, nella disposizione dei piani, nella posizione delle luci naturali, delle inquadrature dei primi piani come quelle dei campi totali. 

Poco altro da aggiungere. Per passare alla categoria del capolavoro occorre forse un passaggio in più e consiste nel rendere universale un racconto che, per quanto visto, si rivolge solo ad una parte del nostro mondo contemporaneo. Lo scontro sociale e la violenza che ne può conseguire necessita di una lettura che il cinema, da solo, non è in grado di fornire. Comunque, non si vince un premio internazionale come Cannes per caso. Questo film lo merita tutto. 

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