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Opa, più delisting che take over ma il difetto non sta nella legge

Un recente studio della Consob sostiene che le norme italiane sull’Opa vengono utilizzate più per il delisting che per accrescere la contendibilità delle società, ma il vero problema non sta nella disciplina attuale bensì nella natura del capitalismo italiano, che resta prevalentemente mercantile

Opa, più delisting che take over ma il difetto non sta nella legge

In un recente discussion paper della Consob (“L’Opa italiana dal 2007 al 2019“) si argomenta che la disciplina dell’Opas – offerta pubblica di acquisto e scambio – è diventata uno strumento sempre più utilizzato dalle società quotate alla Borsa di Milano per il delisting. A suo tempo, invece, con l’adozione del Tuf, si auspicava che l’Opa fosse il migliore corpo legislativo, al pari di quanto accaduto in altri paesi Ue, per generare anche in Italia un mercato degli assetti proprietari, fino ad allora ossificati nella proprietà dell’azionista di controllo sia di diritto sia di fatto o tramite un patto di sindacato (così come documentavano le Relazioni annuali della Consob almeno a decorrere dai primi anni Duemila). Allora le società quotate temevano i take over ostili, tanto che si introdusse la disciplina che prevedeva che qualora lo scalatore avesse superato la soglia del 30% avrebbe dovuto procedere all’acquisto del rimanente capitale sociale.

Secondo la Consob, il numero delle Opa finalizzate al delisting è cresciuto da 82 nel 2007 a 90 nel 2019, con una punta massima di 100 nel 2010, anno in cui per effetto della crisi divenne conveniente il riacquisto delle proprie azioni.



Nel complesso, gli emittenti che si sono effettivamente ritirati dalla Borsa tramite un’offerta o a seguito di un’offerta sono stati 93, per un valore complessivo pari a 85,5 miliardi di euro. Nel periodo 2007-2013, a fronte di 56 delisting, il valore complessivo di capitalizzazione delle società bersaglio è stato pari a circa 26 miliardi di euro, per un valore medio pari a 464 milioni.

A fronte di questa situazione si propone di rivedere la disciplina dell’Opa, ma sarebbe come guardare il dito invece della luna. Invero, già negli anni precedenti erano arrivati segnali della scarsa disponibilità di diverse società importanti ad accedere alla quotazione, come Benetton, Del Vecchio, De Benedetti, Ferrero o Barilla. Sono segnali che lasciano intendere la prevalenza di un capitalismo mercantile in luogo di un capitalismo finanziario.

Un capitalismo mercantile che opera su di un mercato finanziario in cui le famiglie risparmiatrici, oltre che caratterizzate da una rilevante propensione al risparmio, mostrano anche una quasi inesistente propensione a investire su titoli quotati, che nella media degli ultimi anni hanno attratto solo il 7-8 % della ricchezza finanziaria. Una percentuale assai lontana dalla quota detenuta sotto forma di azioni non quotate (circa il 22-23%), che ragionevolmente costituiscono pil capitale sociale delle azioni delle più o meno grandi società o holding di famiglia.

Tempi addietro si ragionava sulla contrapposizione tra economie market based oppure bank based. Oggi sarebbe opportuno, anche per orientare la politica economica dei governi italiani, interrogarsi su come evolvere da un capitalismo mercantile a forme di capitalismo più orientate a potenziare la produzione, la domanda interna e l’occupazione.

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