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Opa cinese sul London Stock Exchange? Europa svegliati

Di fronte agli appetiti che solleva la Borsa di Londra, che incoporra anche quella italiana, sarebbe ora che la nuova Commissione Ue risponda completando il mercato unico dei capitali e promuovendo la costruzione della Borsa europea

Opa cinese sul London Stock Exchange? Europa svegliati

Molti e diversi sono gli aspetti su cui riflettere messi in luce dall’Opa sul London Stock Exchange avanzata dalla Borsa di Hong Kong, Ne richiamo alcuni.  In primo luogo, si tratta di una offerta da 39 miliardi di dollari sulla Borsa di Londra, in parte contro denaro ed in parte contro carta. La dimensione dell’offerta lascia intendere quanta liquidità sia in giro per il mondo in cerca di investimenti redditizi tra cui figurano le piattaforme di negoziazione dei titoli. In secondo luogo, l’offerta è stata per il momento rifiutata in quanto considerata “non attuabile”, lasciando intendere che il governo inglese potrebbe esercitare poteri speciali in funzione dell’interesse nazionale sollecitato dai sostenitori della Brexit; una risposta sovranista e non di mercato. Ma va anche ricordato che nel 2007 il London Stock Exchange aveva acquisito la Borsa italiana Spa non tanto per il modesto numero delle società quotate (mai oltre le 300 unità) sul MTA (mercato telematico azionario) , quanto e soprattutto per il MTS (mercato dei titoli di stato) sulla cui piattaforma tecnologica si negoziano, con elevati profitti, cospicui quantitativi unitari all’ingrosso di titoli di Stato quotati e non quotati. Una piattaforma tecnologica che potrebbe risultare strategica per l’economia italiana e sulla quale, in caso di trasferimento ai cinesi, il MEF potrebbe esercitare i poteri speciali previsti dalla legge 30 maggio 1994 n.474 (TUF art 104 bis, comma 7), nel rispetto del diritto italiano. Ancora una volta una potenziale risposta non di mercato.

Ancora più di recente il London Stock Exchange ha invece perfezionato l’acquisizione di Refinitiv, un colossale data provider, che opera nel campo dei big data, al fine di creare una importante infrastruttura per i mercati finanziari. Anche in questo caso si segnala l’importanza della integrazione delle piattaforme tecnologiche per la gestione dei mercati dei capitali di rischio e di debito.



È bensì vero che da anni l’appetito delle più diverse borse valori si rivolge al LSE (London Stock Exchange) e allo studio di come acquisirlo entro i propri confini operativi perchè LSE quota oltre 2600 società provenienti da circa 60 paesi, costituendo il segmento più importante dell’intero sistema finanziario inglese.  Ma le offerte di acquisto o scambio provenienti da altri Stock Exchange sono sempre state rifiutate dal board della borsa di Londra. Ad esempio, nell’anno 2000 la Borsa di Londra rifiutò l’offerta di acquisto e scambio da parte del gruppo svedese Om, che controllava e gestiva la Borsa di Stoccolma. L’ offerta fu considerata “inappropriata”, in quanto in caso di successo gli azionisti LSE avrebbero detenuto  il 18,5% di Om. Ci provò inutilmente anche il Nasdaq Usa nel 2006, con una offerta in contanti di £ 2,7 miliardi ovvero 1.243 per azione rivolgendosi direttamente agli azionisti. Il Nasdaq si rivolse quindi direttamente agli azionisti dopo che il board del LSE ha rifiutato quest’offerta, ma gli azionisti non risposero all’offerta. Più tardi nel 2016 ci provò altrettanto inutilmente anche la Deutsche Borse con una proposta di fusione da 25 miliardi di euro con London Stock Exchange Group volendo dimostrare la opportunità di integrazione delle piattaforme tecnologiche.

A  fronte di siffatti eventi passati e presenti, pare opportuno domandarsi se lo shopping delle borse valori europee da parte di colossi finanziari extra europei dotati di sempre più potenti piattaforme tecnologiche per le negoziazioni dei titoli sia dietro l’angolo.

A questo proposito preoccupa che gli Stock Exchange della Ue sono tutt’oggi dispersi su tutto il territorio europeo con dimensioni dei listini assai modeste sia per numero delle società quotate sia per capitalizzazione di borsa. Secondo il rapporto annuale della FESE (Federation of European Securities Exchanges) nell’anno 2018, operavano 35 mercati che negoziavano azioni, obbligazioni e derivati distribuiti in 30 paesi con 19 full members, 1 affiliato ed un osservatore. Mercati su cui erano quotate 8456 società di cui appena il 12 % straniere. Nel confronto con il LSE che raggruppa oltre 2600 società quotate appare evidente la marginalità e debolezza dei singoli mercati dei capitali mobiliari, tuttora dispersi sulle più diverse piattaforme tecnologiche. Tra queste figura Euronext con all’incirca 860-870 società quotate, mentre la borsa di Francoforte non raggiunge il numero di cinquecento società quotate.  E’ un giardinetto di borse valori che potrebbe fare gola a molti, ma alla cui difesa “sovranista” potrebbero risultare inefficaci i poteri speciali dei singoli stati. 

Una prima considerazione che si può trarre dagli eventi descritti e dalle realtà riassunte in pochi dati e che appare opportuna prima che si avvii lo shopping delle piccole borse valori europee da parte di qualche altra borsa valori non Ue anche in chiave anti euro è chiedere alla nuova Commissione europea sia di portare a termine il progetto della costruzione del mercato unico europeo dei capitali, sia di procedere a favore alla aggregazione su di un’unica piattaforma tecnologica delle negoziazioni  condotte dai 36 Stock Exchange europei. Sarebbe il primo passo per cominciare a dare vita alla costruzione dello ESE-European Stock Exchange, dotato di  ottomila e seicento società quotate costituirebbe una piattaforma tecnologica per il mercato dei capitali in grado di competere con i più importanti centri finanziari del mondo. Il sovranismo degli stati europei con i loro poteri speciali non farebbe da scudo allo shopping delle borse valori, a meno di non mantenere uno asfittico mercato dei captali che impedirebbe lo sviluppo tecnologico ed economico europeo.

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