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Netanyahu all’Onu tra fischi e contestazioni: “Finire il lavoro a Gaza, il riconoscimento della Palestina è una vergogna”

All’Assemblea generale dell’Onu Benjamin Netanyahu parla tra contestazioni e delegazioni in fuga. Attacchi a Iran, Hamas e Autorità palestinese: “Vogliamo finire il lavoro a Gaza”. Definisce “bugie antisemite” le accuse di genocidio e “una vergogna” il riconoscimento della Palestina

Netanyahu all’Onu tra fischi e contestazioni: “Finire il lavoro a Gaza, il riconoscimento della Palestina è una vergogna”

In un clima ostile, tra fischi e contestazioni, Benjamin Netanyahu ha preso la parola all’Assemblea generale dell’Onu trasformando il suo intervento in una sorta di show politico. Decine di delegazioni, tra cui quella spagnola, hanno lasciato l’aula prima ancora che iniziasse a parlare, lasciando il Palazzo di Vetro semivuoto. Il presidente dell’Assemblea è stato costretto a richiamare più volte all’ordine. In platea, applausi isolati si sono alternati a proteste, mentre il padre di un ostaggio israeliano ha interrotto il discorso urlando la propria disperazione, prima di essere allontanato. Una scena che fotografa sempre di più l’isolamento crescente di Israele e del suo premier.

La “mappa del terrore” e l’ossessione iraniana

Netanyahu ha aperto il discorso con il suo cavallo di battaglia: l’Iran. Sventolando la “mappa del terrore” aggiornata, ha accusato Teheran di essere la mente dietro al caos mediorientale. “L’anno scorso da questo podio ho mostrato questa mappa del terrore dell’Iran che sta rapidamente sviluppando un programma nucleare e di missili balistici. Questi non solo rischiano di distruggere Israele ma mettono in pericolo gli Usa“, ha dichiarato Bibi, chiedendo “il ripristino delle sanzioni delle Nazioni Unite contro l’Iran”.

Il premier israeliano ha poi ringraziato Donald Trump per le “azioni audaci e decise” contro Teheran, rivendicando: “Abbiamo promesso che l’Iran non avrebbe avuto la bomba nucleare e abbiamo avuto successo. Ma dobbiamo rimanere vigili“. Un appello che non ha scaldato la sala, frutto delle divisioni crescenti nel fronte occidentale.

“Finire il lavoro a Gaza” e l’ultimatum ad Hamas

Il cuore del discorso è stato dedicato a Gaza. Netanyahu ha ribadito che “gli ultimi componenti di Hamas sono a Gaza City” e che “vogliamo finire il lavoro a Gaza il più velocemente possibile”. Poi l’ultimatum direttamente rivolto ai miliziani: “liberate gli ostaggi, e deponete le armi. Se lo farete vivrete, se non lo farete Israele vi darà la caccia”. Un messaggio trasmesso anche in arabo, attraverso altoparlanti piazzati dall’Idf nella Striscia e perfino sui telefoni infiltrati dai militari israeliani. Sugli ostaggi, “non vi abbiamo dimenticato, non riposeremo finché non vi avremo riportato a casa”.

Il 7 ottobre e il Qr code sulla giacca

Per scuotere l’aula, Netanyahu ha mostrato un QR code cucito sulla giacca, collegato a un sito con le immagini delle atrocità del 7 ottobre. “Il 7 ottobre Hamas ha condotto l’attacco peggiore contro gli ebrei dall’Olocausto, hanno decapitato uomini, stuprato donne, bruciato bambini vivi, questi mostri hanno preso in ostaggio 200 persone”, ha denunciato. Ha avvertito che Hamas intende “ripetere le atrocità ancora e ancora”. L’appello “Israele ricorda” è diventato ormai il suo refrain.

Nei giorni scorsi l’ufficio di Netanyahu aveva avviato una campagna informativa senza precedenti a New York, attraverso decine di enormi cartelloni pubblicitari e decine di camion attorno al Palazzo di Vetro e a Times Square con cartelloni e camion in cui appare in lingua inglese, la scritta “Remember October 7th”.

“Né genocidio né carestia”, il contro-attacco di Bibi

Il premier ha respinto in blocco le accuse di genocidio e carestia nella Striscia: “quale Paese che sta commettendo un genocidio cerca di convincere i civili a recarsi in una zona sicura? Ci accusano di affamare deliberatamente Gaza. Israele sta deliberatamente sfamando Gaza. Se non c’è abbastanza cibo è perché Hamas lo ruba“. Una negazione totale, respinta però da molte delegazioni che hanno già adottato posizioni critiche verso Tel Aviv e visto che i rapporti Onu continuano a documentare distruzioni, fame diffusa e migliaia di vittime civili.

“Riconoscimento della Palestina è un marchio di vergogna”

Netanyahu non ha risparmiato colpi. Ha bollato come “bugie antisemite” le critiche a Israele sulle operazioni a Gaza. Ha definito l’Autorità palestinese “corrotta sino al midollo” e incapace di qualsiasi riforma. Poi l’attacco ai governi occidentali: “molti Paesi hanno ceduto ad Hamas quando le cose hanno iniziato a farsi difficili per Israele”. Nel mirino soprattutto l’Europa, rea (a suo dire) di minacciare Tel Aviv con embarghi e azioni legali internazionali. E ancora: “il riconoscimento della Palestina è un marchio di vergogna“.

Il discorso di Netanyahu all’Onu non è stato un appello, ma un atto di sfida aperto alla comunità internazionale. Niente compromessi ma una linea netta ben tracciata: Israele continuerà la guerra, costi quel che costi.

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